Rame, ferro, terre rare, il tesoro afghano che fa gola

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Caratterizzato da un territorio arido e montuoso dominato dall’Hindu Kush, l’Afghanistan da oltre 30 anni non manca di suscitare a intervalli regolari un grande interesse di natura strategica non solo per la geografia che ne fa un crocevia tra Asia e Europa, ma anche per l’elevata presenza di minerali nel sottosuolo.

I primi a comprendere il potenziale nascosto nel sottosuolo afghano sono stati i sovietici impegnati in una complicatissima invasione terminata poi con il ritiro nel 1989. Fu però quando la CIA entrò in possesso dei dossier preparati dagli esperti di Mosca, in occasione della cacciata dei talebani per mano dell’esercito americano nel 2001, che la questione relativa alla presenza di minerali del sottosuolo afghano venne nuovamente affrontata. Il mandato di capire quanto potenziale nascosto si trovasse nelle viscere del paese venne affidato nel 2006 agli analisti dello U.S. Geological Survey, richiamati in fretta dall’Iraq dove erano impegnati nelle rilevazioni petrolifere.

Dopo una serie di ricognizioni, gli esperti stabilirono come in quello che sembrava un territorio inospitale e arido giacessero 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 milioni di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di terre rare oltre a oro, argento, zinco, litio e mercurio. Lo studio prodotto dai geologi statunitensi tuttavia non ebbe un seguito: il minerale depositato nel sottosuolo è rimasto lì fermo, ad attendere un nuovo ‘studio di fattibilità’ che con il disordinato ritiro dell’esercito statunitense forse starà ora alla Cina redigere, tra lo scetticismo internazionale.

Il timore è infatti che la presa della Cina su materiali considerati strategici per la transizione ecologica possa farsi ancora più stretta. E’ un fatto d’altronde che sia Usa che Europa dipendano rispettivamente per l’80% e il 98% dalla Cina per la fornitura di terre rare, materiali in assenza dei quali non sarebbe possibile produrre batterie al litio, pale eoliche e pannelli solari. Le problematiche sono però più complesse. In primo luogo occorre evidenziare come il problema delle terre rare nasca non tanto dalla loro carenza ma dal processo altamente inquinante che ha spinto negli ultimi anni l’Occidente ad esternalizzare il processo in Cina. Il paradosso della rivoluzione ‘verde’ infatti è che l’opinione pubblica, pur essendo fermamente favorevole alla transizione green non vede di buon occhio le miniere e le fonderie necessarie per attuarla. Ma ora che il consumo di energia elettrica da fonti rinnovabili è destinato ad aumentare in maniera cospicua, il focus dei policymaker, anche europei, è tornato a puntare sullo sviluppo dell’estrazione e raffinazione di metalli, come ha dimostrato la pubblicazione del “Critical Raw Materials Resilience: Charting a Path towards greater Security and Sustainability” nel settembre 2020. C’è peraltro da considerare che, anche se la Cina domina oggi la filiera dell’elettrico, non arriverà allo stesso grado di influenza geopolitica ottenuta dall’Arabia Saudita e da altri paesi del Medio Oriente con il petrolio. Limitare le spedizioni di batterie potrebbe portare a prezzi più elevati e ritardi per le nuove auto elettriche, ma non avrebbe alcun impatto sulla capacità delle persone di spostarsi oggi con i propri veicoli come accadde nel corso dell’austerity degli anni 70.

E’ pur vero però che “lo scollegamento dalla Cina – ha evidenziato il Centro per gli Studi Strategici e Nazionali – è impossibile oggi e in futuro sarà improbabile oltre che probabilmente costoso”. Nel caso delle relazioni commerciali tra gli Stati Uniti e la Cina, in particolare, esiste una vulnerabilità reciproca che potrebbe spianare la strada a un potenziale accordo per proteggere determinati materiali considerati strategici. Se infatti da un lato gli Usa dipendono dalla Cina per la fornitura di terre rare, nel comparto dei semiconduttori i primi detengono una quota di mercato di quasi il 50% a livello mondiale.
   

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