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1941. Bismarck contro Hood: l’ultimo duello tra corazzate

La Republica News
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Centocinquantamila tonnellate di acciaio che si sfidano nell’oceano, scambiando bordate da sedici chilometri di distanza. Una pioggia di proiettili giganteschi, capaci di penetrare muri metallici spessi più di trenta centimetri, smantellando torri e scafi. Pochi terribili minuti che hanno deciso l’ultimo duello esclusivamente navale, chiudendo per sempre un’era durata secoli e secoli: l’ora finale dell’epopea nata con le galeazze veneziane di Lepanto, proseguita con i galeoni che dominavano le rotte atlantiche dell’oro e con i vascelli che a Trafalgar hanno impedito a Napoleone di invadere la Gran Bretagna, è suonata all’alba di ottant’anni fa nelle acque gelide tra Groenlandia e Islanda con uno scontro spietato tra corazzate.

Da quel momento è cambiato tutto: mai più due navi si affronteranno in un combattimento diretto, come pistoleri del Far West che però vomitano raffiche di colpi pesanti ottocento chili. Dopo quel giorno non si vedranno più “regine dei mari”: l’aeroplano diventerà il dominatore, protagonista anche sulle onde. Non saranno più le artiglierie delle ammiraglie a decidere il dominio delle onde o imporre la supremazia coloniale in terre lontane: il primato passerà inesorabilmente alle portaerei.

Ma quando il 24 maggio 1941 la Bismarck ha aperto il fuoco contro la “Mighty Hood”, nessuno poteva immaginare di essere davanti all’epilogo di un mondo: il tramonto di una storia bellica, surclassata dall’evoluzione della tecnologia. E tutto è terminato in dieci minuti esatti. Tanto è bastato alle batterie da 380 millimetri germaniche per squarciare il ponte della battleship britannica, facendo esplodere i depositi di munizioni e affondandola con quasi tutto il suo equipaggio: solo tre marinai si sono salvati, altri 1.415 l’hanno seguita nell’abisso.

Bismark contro Hood: l’ultimo duello tra corazzate

L’OPERAZIONE CORSARA

In quei mesi il Reich hitleriano continuava ad accumulare vittorie. Dalla Grecia alla Norvegia, l’Europa era stata travolta dalle panzerdivision. La Luftwaffe aveva avuto il suo momento di gloria bombardando Londra dal cielo, in una sconfitta strategica che però la propaganda del regime aveva spacciato come un trionfo. Nei mari il peso del conflitto era tutto affidato ai sottomarini e i vertici della Kriegsmarine fremevano per mostrare la forza della loro flotta. Così viene decisa una spedizione della nave più grande e temuta, la Bismarck, assieme all’incrociatore pesante Prinz Eugen, per bersagliare i convogli di mercantili che dagli Stati Uniti permettevano la sopravvivenza del Regno Unito: era come se due titani andassero a caccia di barchette. 

L’ammiraglio Erich Raeder voleva ripetere il successo del “piano Berlino”, il raid attraverso l’Atlantico di due navi da battaglia che a marzo erano riuscite a distruggere o catturare ventidue trasporti, scompaginando per settimane le linee di rifornimento inglesi. Una concezione antica della marineria, ispirata alle scorrerie corsare, con l’obiettivo di battere la supremazia della Royal Navy. Dicono che Adolf Hitler fosse scettico: la sorte della “corazzata tascabile” Graf von Spee, intrappolata nel dicembre 1939 nel Mar della Plata e costretta ad auto-affondarsi, aveva lasciato un ricordo negativo nel Fuhrer. Forse per questo viene informato solo all’ultimo momento. Il comando della Marina lo convince, magnificando le prestazioni della squadra incaricata della “Operazione Rheinübung”.

LA NAVE PERFETTA

La Bismarck era il capolavoro ingegneristico della Germania nazista, entrata in servizio da soli otto mesi e ancora senza battesimo del fuoco: l’espressione massima della sapienza meccanica tedesca. Lunga 251 metri, oltre 50 mila tonnellate di dislocamento, velocità massima di 55 chilometri l’ora. Una fortezza navigante, difesa da muri d’acciaio spessi 32 centimetri, con geometrie balistiche che facevano scivolare i colpi. Aveva artigli temibili: otto cannoni da 380 millimetri, capaci di sparare proiettili da otto quintali a 36 chilometri di distanza; altri dodici da 150 millimetri più 48 pezzi per la difesa antiaerea. L’equipaggio era stato selezionato con cura e aveva piena confidenza con la nave. Il capitano Ernst Lindmann era ansioso di entrare in combattimento: contrariamente alla tradizione, voleva che i suoi uomini chiamassero la corazzata “il” Bismarck, perché “troppo potente per essere una femmina”. Al loro fianco ci sarebbe stato il Prinz Eugen, un incrociatore da oltre 16 mila tonnellate altrettanto moderno, con otto cannoni da 203 millimetri e dodici da 150 millimetri. Entrambe imbarcavano il primissimo modello di radar, con uno sguardo elettronico inferiore a venti chilometri.

Il comando supremo aveva pensato a una manovra scaltra: l’uscita in mare della Bismarck avrebbe spinto gli inglesi a fare di tutto per fermarla e, mentre erano impegnati a fronteggiarla, il Prinz Eugen si sarebbe allontanato e avrebbe falciato i mercantili senza rivali. A Berlino credevano che la corazzata fosse indistruttibile e da sola avrebbe tenuto a bada l’intera Royal Navy.

Le due navi si sono riunite il 18 maggio 1941, accompagnate da una flottiglia di caccia e dragamine, sotto la vigilanza degli stormi della Luftwaffe. Al comando della squadra si insedia l’ammiraglio Günther Lütjens, un veterano che i suoi subordinati accuseranno di eccessiva cautela. Solo due giorni dopo però i tedeschi perdono l’effetto sorpresa: un incrociatore svedese li sorprende mentre fanno rotta sulla Norvegia e trasmette l’allarme a Stoccolma, dove la notizia filtra ai britannici. E’ la conferma che mancava ai servizi segreti di Londra, già in allerta perché capaci di scardinare i codici delle trasmissioni radio germaniche. Come previsto, la flotta inglese viene mobilitata al completo per intercettarle mentre ricognitori e cacciatorpediniere corrono a pattugliare le possibili rotte della coppia d’acciaio.

IL PRIMO SCONTRO

Il 23 maggio le due navi puntano a tutta velocità verso la Groenlandia. La visibilità è scarsa, nevica e a tratti devono rallentare per gli iceberg. Gli inglesi sono già sulle loro tracce. Il radar della Prinz Eugen avvista un incrociatore che si tiene a distanza di sicurezza. Dopo il tramonto ne arriva un secondo, il Norfolk, che invece si avvicina. Nell’oscurità la Bismarck lo accoglie con cinque bordate: tre salve cadono intorno all’unità britannica, spazzata dalle schegge. Immediata la ritirata, cercando riparo in un banco di nebbia. Gli ordini del Norfolk erano chiari: avrebbe dovuto continuare a seguire il nemici grazie al suo radar, segnalandone i movimenti. Invece nella notte perde il contatto per un’ora e mezzo, decisive per le sorti della sfida. I tedeschi cambiano rotta e la formazione inglese mandata ad affrontarli se li ritroverà davanti, sulla prua.

Sulla corazzata, il micidiale rinculo delle batterie – ognuno dei cannoni principali pesa 111 tonnellate – mette fuori uso il radar, obbligando ad affidarsi alle antenne del Prinz Eugen, che per questo prende la guida. Sarà però un apparato meno evoluto – gli idrofoni, ossia microfoni sottomarini immersi sotto la carena – a captare la nuova minaccia all’alba del 24 maggio.

Alle 5 e sette minuti gli idrofoni della Prinz Eugen sentono il rumore di due grandi bastimenti in avvicinamento rapido a 37 chilometri. Il cielo si annuncia radioso, con una luminosità intensa, e dopo poco più di mezz’ora il fumo delle navi britanniche spicca all’orizzonte. Stanno arrivando due corazzate: la Prince of Wales e la Hood. La prima era stata completata da pochi mesi, senza terminare l’addestramento degli uomini e considerata “non pienamente operativa”. Con un dislocamento di 40 mila tonnellate, dieci cannoni da 360 millimetri e sedici da 133, era leggermente più veloce delle avversarie. Alle prove di tiro però le artiglierie avevano dato problemi e a bordo c’erano ancora i tecnici incaricati di risolvere i difetti. La Hood invece era una vecchia signora. Varata nel 1920, troppo tardi per partecipare alla Grande Guerra, aveva detenuto a lungo il record di corazzata più grande del mondo tanto da venire chiamata “The Mighty”, la potente. Disponeva di otto cannoni da 381 millimetri e dodici da 140, con motori nuovi e uno scafo dalle scudature massicce. Portava però il marchio della sua età: la protezione del ponte superiore era limitata, perché quando era stata progettata le artiglierie erano imprecise e gli attacchi aerei un’eccezione. Una copertura con al massimo sette centimetri di acciaio, molto meno rispetto alla Bismarck, la metà di quella della Prince of Wales. Una debolezza che si rivelerà fatale.

La nave da guerra britannica Hood (ph: history.navy.mil) 

SPARATE!

Il caso ha messo di fronte le navi che incarnano l’orgoglio navale delle nazioni rivali; non sono navi ma due monumenti. La Hood da un ventennio simboleggia la supremazia della Royal Navy, quella cantata nell’inno “Rule Britannia, rule the waves”: la Gran Bretagna dominatrice delle onde. La Bismarck era stata concepita per spezzare questa egemonia e guidare il Terzo Reich alla conquista dell’Atlantico.  

Quando Sulla carta, i britannici hanno la “superiorità balistica”: più cannoni di calibro maggiore. E alle 5 e 52, sfruttando le indicazioni dei radar, aprono il fuoco. Dirigono il tiro sulla Prinz Eugen in prima fila, convinti che si tratti della Bismarck. I tedeschi sono già ai posti di combattimento. Per oltre un minuto il capitano Lindemann chiede invano all’ammiraglio Lütjens il permesso di rispondere. Poi dà lui l’ordine: “Non voglio vedere la mia nave bruciarmi sotto il culo. Sparate!”. La coppia concentra tutte le armi sulla Hood. La Prinz Eugen mette subito a segno un colpo, che incendia alcune munizioni accatastate sul ponte. I tedeschi hanno il vantaggio della posizione: sparano dalla fiancata, utilizzando tutte le torri. Gli inglesi invece possono usare solo quelle anteriori, dimezzando così il numero di proiettili per ciascuna salva. Per questo la Hood inizia a virare cercando di spostarsi. E a quel punto la bordata della Bismarck la centra in pieno.

Provate a immaginare l’impatto di otto colpi ad altissima velocità, ciascuno con ottocento chili di acciaio ed esplosivo. E’ come se un pugno mostruoso si schiantasse sulla cittadella navigante. L’alta torre di puntamento viene sbriciolata, facendo piovere rottami ovunque. Un proiettile penetra con facilità nel ponte, poi corre per metri nel ventre della Hood e fa saltare in aria un deposito di munizioni. Si alza una colonna di fiamme enorme e un secondo dopo scoppia tutto. E’ una scena incredibile. Due torrette schizzano in cielo, lo scafo si spezza, la prua si solleva. C’è un filmato ripreso dalla Prinz Eugen che mostra la scena finale: un lampo enorme illumina l’orizzonte e un attimo dopo la nave scompare. Ci sono soltanto frammenti che bruciano. In tre minuti l’intera nave viene ingoiata dal mare, uccidendo 1415 uomini: i soccorritori troveranno solo tre marinai ancora vivi. Ted Briggs non riuscirà mai a dimenticare quegli attimi: “Avevo raggiunto il mio posto di combattimento sul ponte. All’improvviso, il mondo si è rovesciato e sono stato scagliato via”.

Dalla Prince of Wales assistono alla tragedia mentre continuano a fare fuoco. Il comandante effettua una drastica virata per non travolgere i resti della Hood e in questo modo si espone ancora di più al tiro tedesco. Sette proiettili la trafiggono, senza però detonare: i danni sono comunque gravi mentre i cannoni si bloccano uno dopo l’altro per i malfunzionamenti. Così alle 6 e 04 accelerano e battono in ritirata dietro una cortina di fumo. Sulla Bismarck il capitano Landmann vorrebbe inseguirli ma l’ammiraglio Lütjens non lo permette: l’ordine di Berlino era di evitare scontri inutili con la Royal Navy e dare la priorità all’attacco ai convogli. Inutile correre rischi. Avevano già raccolto un successo superiore alle aspettative, colando a picco la più famosa unità britannica. La battaglia si chiude dopo dodici minuti, in cui la corazzata tedesca ha sparato 93 proiettili. Ma non ne è uscita indenne.

IL GIGANTE FERITO

Negli ultimi minuti la Prince of Wales era riuscita a colpirla tre volte. All’inizio non sembrava una questione seria. C’era una falla nello scafo che imbarcava acqua, in prossimità di un serbatoio che perdeva carburante. La Bismarck diminuisce la velocità per gestire le riparazioni. Ma le squadre di tecnici non riescono a fermare l’emorragia di combustibile e in breve si capisce che la riserva non sarebbe bastata per proseguire la missione. Allora l’ammiraglio Lütjens prende una decisione sorprendente: invece di rientrare in Norvegia, fa rotta sulla Francia occupata. E così punta dritto sulla flotta britannica che sta accorrendo in massa.

La Gran Bretagna è sconvolta per la fine della Hood, è un dramma collettivo: ogni paese piange un caduto, tutti si interrogano sulla forza hitleriana anche sul mare. Winston Churchill vuole vendetta e non ha bisogno di ordinarlo, perché qualsiasi marinaio condivide lo stesso desiderio: affondare la Bismarck. Sei corazzate, due portaerei, tredici incrociatori e ventidue cacciatorpediniere stanno procedendo con i motori al massimo e una determinazione inesorabile.

La prima è proprio la Prince of Wales. I tecnici hanno finalmente riparato le artiglierie e alle sei di sera torna a farsi sotto. C’è un fitto scambio di colpi, nessuno a segno. Poi la Bismarck si defila: nonostante i danni, supera i 50 chilometri orari, più dei rivali che però continuano a seguirla nella notte. Al Prinz Eugen viene ordinato di separarsi e sfrutta la confusione dello scontro per dirigere verso acque sicure. Con l’alba del 25 maggio, cambia la natura della battaglia ed entrano in scena i nuovi protagonisti. La portaerei Victorious è arrivata a portata d’azione e fa decollare sedici velivoli. I piloti sono inesperti, confondono il bersaglio e vanno in picchiata sul Norfolk, fermandosi solo all’ultimo minuto.

La confusione però ha messo in allarme i tedeschi. Quando la squadriglia scende a sfiorare le onde per l’attacco, aprono il fuoco con tutte le batterie ad alzo zero, provocando così un muro d’acqua davanti agli aerei. Nove siluri vengono lanciati. La corazzata ingaggia manovre repentine a tutta velocità: è una balena che danza con passi acrobatici e, uno dopo l’altro, riesce a evitare otto siluri. Soltanto l’ultimo si infila nello scafo, ma le protezioni sono così robuste da rendere ininfluenti i danni. Il problema vero è lo zig zag spericolato, che ha l’effetto di incrementare la perdita del combustibile.

Sono comunque ferite minori, tanto che nella notte la Bismarck semina gli inseguitori e scompare. Gli inglesi sono furiosi, temono di averla persa. Solo alle 10.10 del 26 maggio un idrovolante Catalina la scopre. Il pilota – Leonard B. “Tuck” Smith – è un volontario arrivato dagli States, ancora neutrali: è considerato il primo cittadino americano coinvolto in una battaglia della seconda guerra mondiale. Grazie al suo rilevamento, gli inglesi pianificano un assalto sincronizzato secondo i canoni più moderni, quelli che i tedeschi non hanno ancora compreso: quelli della guerra aeronavale. Aspettano di radunarsi in forze, poi schierano insieme aerei e navi.

Alle 20.46 l’incrociatore Sheffield si avvicina alla Bismarck, che l’accoglie con l’arroganza delle sue artiglierie: le schegge piovono sul ponte dell’unità britannica, causando diversi morti, che subito si ritira dietro un banco di nebbia. Ma è solo un diversivo. In quel momento spuntano dalle nuvole quindici aerosiluranti Swordfish, decollati dalla portaerei Ark Royal. La corazzata viene colta di sorpresa, le difese distratte dalla battaglia navale reagiscono troppo tardi. Un siluro scoppia contro il ponte più basso, con devastazioni contenute. Un altro invece segue una traiettoria miracolosa che lo porta contro il solo tallone d’Achille della Bismarck: il timone, l’unico elemento vitale che non si può blindare. L’esplosione lo paralizza su un angolo di 12 gradi. I tecnici tentano di tutto per sbloccarlo ma i tentativi sono inutili: non si muove più e obbliga il colosso a girare in tondo. Alle 21.15 il destino è segnato: le cinquantamila tonnellate d’acciaio sono imprigionate in un circolo senza sosta. Sconfitte da un pugno di biplani di legno e tela, lenti e antiquati: la prova della supremazia degli aerei.

L’EPILOGO

Gli ufficiali tedeschi si riuniscono e discutono la situazione. C’è persino chi propone di usare l’esplosivo per liberare il timone, ma l’ipotesi viene scartata. Alle 21.40 l’ammiraglio Lütjens trasmette un messaggio al quartiere generale: “La nave è fuori controllo. Combatteremo fino all’ultimo colpo. Lunga vita al Führer”.

La Bismarck è un leone in gabbia. Ha ancora tutte le armi in funzione ma non può decidere i suoi movimenti. Nella notte caccia e incrociatori studiano la preda. Che li manda via con bordate rabbiose. La luce del 27 maggio fa capire ai marinai germanici che non ci sono più speranze. All’orizzonte appaiono la Rodney e la King George V, i due pesi massimi della flotta britannica: sei cannoni da 406 millimetri, altrettanti da 386. E alle 8.46 comincia il massacro. All’inizio la corazzata replica e una bordata fa piovere schegge sui rivali. Poi il controllo del tiro diventa difficoltoso e la precisione sparisce, mentre altri incrociatori si uniscono al plotone d’esecuzione. Un colpo da 406 cancella la sovrastruttura, dove c’è la sala comando, uccidendo centinaia di tedeschi, incluso l’ammiraglio in capo. Pur senza direzione l’equipaggio continua a sparare fino alle 9.31 e manda un proiettile a tre metri dalla King George V. Quindi i pezzi tacciono.

In quei momenti di caos, l’ufficiale Hans Oels si assume la responsabilità del comando. Mentre tutto viene squassato dalle esplosioni, ordina di abbandonare la nave e innescare le cariche per l’autodistruzione. Vedendola inerte, gli incrociatori la bersagliano da 2700 metri, praticamente a bruciapelo. E’ un bombardamento senza precedenti, mai visto nella storia e mai più ripetuto. In poco più di un’ora le due battleship britanniche vomitano 700 colpi dalle batterie principali. Una quantità di cacciatorpediniere e incrociatori si uniscono. Complessivamente tirano 2.800 proiettili, più di quattrocento si abbattono sulla Bismarck. Che però resta a galla. Gli inglesi non riescono a crederci, pare impossibile. Lanciano un siluro. E la Bismarck continua a reggere. Solo quando alle 10.20 scoppiano le cariche di auto-distruzione, inizia lentamente ad affondare e ci vogliono altri due siluri per chiudere definitivamente la sfida.

Si stima che circa quattrocento marinai fossero riusciti a lasciare il ponte, ridotto in condizioni infernali. Il vortice provocato dalla massa di acciaio che si inabissa lentamente ne trascina molti nell’abisso. Sui 2.200 uomini dell’equipaggio, soltanto 116 si salveranno. Alcuni di loro dicono di avere visto il capitano Lindemann fermo sulla prora mentre la nave colava a picco. Una delle leggende che accompagnano questa lunga battaglia, raccontata in modo romanzesco nel film del 1960 “Affondate la Bismarck”, girato su una vera corazzata del 1941: le scene disponibili su YouTube permettono però di farsi un’idea della ferocia di quel duello e del dramma vissuto sulle navi. Diverse spedizioni hanno esplorato i relitti, la più recente condotta da Paul Allen, il cofondatore di Microsoft. La Hood giace spezzata; la Bismarck appare con lo scafo intatto e mostra la sagoma colossale adagiata sul fondo, somigliante a una nave fantasma.

Il Prinz Eugen invece ha fatto il giro del mondo, con una sorte paradossale. Ha concluso la guerra e dopo la resa tedesca è stato consegnato agli Stati Uniti. Per un anno ha issato la bandiera a stelle e strisce, con le macchine affidate però a reduci tedeschi. Una gestione complessa, che ha determinato un esito singolare: nel luglio 1946 è stato ormeggiato nell’atollo di Bikini, in Oceania, come bersaglio per i test atomici. Due bombe atomiche sono state fatte detonare a poco più di mille metri dall’incrociatore. Quando il fungo apocalittico dell’esplosione si è dissolto, il Prinz Eugen era ancora al suo posto. Il colosso allora è stato trainato in un altro arcipelago del Pacifico. Ma la radioattività ha impedito di salire a bordo per riparare le falle e dopo mesi si è capovolto in acque basse. Oggi è un trampolino sospeso sull’azzurro di una laguna tropicale, meta dei subacquei e immortalato nei souvenir video dei turisti.



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