“3 milioni di irregolari, per 79 miliardi di euro”: la maglia nera dell’agricoltura

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180 mila vittime del caporalato su oltre 2,6 milioni di lavoratori irregolari. La maglia nera dell’economia illegale italiana spetta proprio all’agricoltura. Un lato oscuro del cibo che troppo spesso dimentichiamo, per poi indignarci davanti agli ultimi casi di cronaca che coinvolgono i braccianti così come alla mancanza di manodopera, quando sentiamo dire c’è tanto lavoro nei campi ma nessuno lo vuole fare. Le stime Istat sull’economia non osservata – che comprende sia l’economia sommersa che quella illegale – ne quantificano il volume in 211 miliardi di euro, con un’incidenza sul Pil dell’11,9%. “Il ricorso al lavoro irregolare, eludendo la normativa fiscale e contributiva, è da reputare al connotato strutturale del mercato del lavoro nazionale. Nel 2018, erano 2.656.000 i lavoratori subordinati in posizione irregolare e da sola l’occupazione irregolare, intesa come occultamento di valore economico riconducibile al ricorso al lavoro sommerso, vale 79 miliardi di euro”, si legge nel V Rapporto Agromafie e caporalato a cura dell’Osservatorio Placido Rizzotto, che ha fotografato la situazione degli ultimi due anni.

E’ stato stimato che nel 2017 le vittime del caporalato sono state fra le 140 e le 150 mila. Nel 2018 anche il Ministero del Lavoro ha prodotto una stima a riguardo, che ammontava a circa 160 mila mentre l’Osservatorio ha spostato ancora più in alto la stima, portandola a circa 200 mila unità: 180 mila è la media. “Le organizzazioni mafiose, in maniera diretta o indiretta, riescono ad infiltrarsi nel settore agroalimentare dirottando a loro vantaggio parti della ricchezza prodotta lungo la catena di valore che parte dalla semina fino al mercato, quindi al consumatore. Alle pratiche di sfruttamento vanno contrapposti i diritti dei lavoratori, diritti che vanno tutelati e garantiti a prescindere dalla nazionalità delle maestranze. E a questo si vanno a sommare anche le condizioni alloggiative: poiché una parte di questi ultimi vive all’interno di insediamenti di fortuna, come ghetti o baraccopoli, incrociando tale situazione con le basse retribuzioni si genera un circolo vizioso che rende praticamente impossibile fuoriuscire da questo perverso meccanismo emarginante”. 

Il totale di lavoro nero illegale dell’agricoltura raggiunge quasi gli 80miliardi di euro. (Foto Coop – Mostra La Buona Terra)  L’agricoltura costituisce poi il settore dove si riversano gran parte delle donne migranti. “In questo ambito – proseguono dall’Osservatorio – emerge un maggior isolamento delle lavoratrici agricole che specularmente tende a caratterizzarsi con una forte dipendenza dal datore di lavoro, rendendo i rapporti particolarmente permeabili a forme di abuso, incluse quelle a sfondo sessuale. Anche le donne, come gli uomini, sono reclutate da caporali – o dalla “caporala”, come accade nel brindisino e tarantino – o da datori di lavoro che mirano a sfruttare a loro vantaggio la loro maggior vulnerabilità e ricattabilità, soprattutto in presenza di figli o genitori a carico”. 

“Nonostante i successi sul piano investigativo e giudiziario favoriti dalla legge 199/2016  – ricordano i segretari generali della Cgil Puglia, Pino Gesmundo, e della Flai Puglia, Antonio Gagliardi nell’anniversario della morte della bracciante Paola Clemente in un vigneto di Andria, diventata simbolo della lotta al caporalato e allo sfruttamento nelle campagne – ancora migliaia di lavoratori e lavoratrici sono vittime di sfruttamento, violazione dei diritti e sottosalario. E in questi anni altri lavoratori hanno pagato con la vita le insostenibili condizioni di lavoro imposte dai caporali, ultimo il 27enne maliano Camara Fantamadi, deceduto nelle campagne del brindisino”. Ma su 260 procedimenti monitorati, più della metà – per l’esattezza, 143 – non riguardano il Sud Italia. Tra le regioni più colpite, oltre a Sicilia, Calabria e Puglia, ci sono il Veneto e la Lombardia, seguite da Emilia Romagna, Lazio e Toscana. In ogni area censita nella decennale attività dell’Osservatorio Placido Rizzotto “si registra la coesistenza di diverse categorie di lavoratori agricoli. A fianco degli occupati con contratti regolari sono attive componenti irregolari sottoposte a forme variegate di sfruttamento, con differenti gradazioni di stato di bisogno e vulnerabilità. Una situazione che determina un’accentuata sofferenza occupazionale riassumibile nel vassallaggio e nella sottomissione ai caporali e agli sfruttatori”. E a una situazione già grave, si è sommata la pandemia che ha inevitabilmente avuto conseguenze anche su questo settore. 

La legalità è come musica: l’Orchestra dei braccianti e la denuncia artistica

“La carenza di manodopera denunciata nei mesi del lockdown ha messo in evidenza lo stretto legame che intercorre tra la produzione agricola italiana e le lavoratrici e i lavoratori stranieri, la cui presenza risulta indispensabile per il mantenimento del sistema di produzione e di trasformazione nazionale”, si legge nel rapporto Crea-Istat sul “Progetto Presidio” di Caritas. La riprova “è stata la decisione di prevedere un intervento normativo ad hoc con l’approvazione della procedura di Emersione del lavoro irregolare e di regolarizzazione della condizione giuridica dei cittadini stranieri presenti in Italia. L’intenzione, dunque, era di incidere in maniera significativa soprattutto sul lavoro agricolo ma la percentuale maggiore di domande ha invece interessato il settore domestico e di assistenza alla persona”. A causa del lockdown Caritas ha avuto, come tutte le altre associazioni del territorio, “un accesso limitato ai luoghi in cui vivono i migranti. In alcuni contesti, come nel ragusano, ad essere isolate sono state intere famiglie. Non sono mancate purtroppo le fake news ed in particolare quella che attribuiva ai lavoratori ed alle lavoratrici straniere provenienti dal continente africano una sorta di immunità rispetto al virus, tale da consentire loro di poter continuare a lavorare anche privi di dispositivi di protezione e senza rispettare le distanze di sicurezza e le misure di prevenzione dal contagio. A Cassibile è stata registrata la presenza di un centinaio di lavoratori migranti senza dimora ed in condizioni igieniche assolutamente inadeguate. A Saluzzo i lavoratori stranieri arrivati da altre regioni, in assenza di indicazioni e di interventi da parte delle istituzioni, come accadeva nel passato, per mesi hanno dormito sotto i portici e nelle aree verdi della città”. 

Le donne che entrano in un meccanismo di sfruttamento del lavoro, spesso sviluppano una dipendenza nei confronti del datore di lavoro che può sfocire in violenze anche di altro tipo. (FotoCoop – La buona Terra) 

Si è registrato, inoltre, concludono dalla Caritas: “Uno scarso uso delle mascherine e dei guanti e una mancanza di attenzione per il mantenimento di condizioni igieniche personali e dei luoghi di lavoro. È quanto mai necessario individuare soluzioni efficaci per rispondere ai bisogni dei lavoratori e dei territori, uniformando le modalità di azione e di intervento, che in questi mesi invece sono state troppo diverse e frammentate. Solo estendendo le buone pratiche, monitorando i territori, costituendo nell’ambito del Tavolo contro lo sfruttamento una cabina di regia che possa cosi individuare in tempi rapidi, sarà possibile trovare soluzioni efficaci che consentano di migliorare le condizioni dei lavoratori agricoli e delle imprese agricole italiane”.

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