A 18 anni un diritto di più

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Non si dovrà più aspettare di avere 25 anni per eleggere i senatori, basterà averne 18, esattamente come accade già per la Camera. Palazzo Madama ha approvato infatti in via definitiva (salvo improbabili bocciature referendarie) la riforma costituzionale che equipara anagraficamente la platea elettorale dei due rami del Parlamento. La legge ha due effetti rilevanti e indubbiamente positivi: da una parte riconosce una piena partecipazione dei giovani alla vita politica italiana, portando a compimento una riforma di cui si parla da circa 40 anni; dall’altra uniformando l’elettorato evita il rischio che si formino maggioranze diverse tra Camera e Senato. Ma è utile ricordare come nasce questa riforma e come si inserisce nel dibattito sulle modifiche all’impianto costituzionale.
L’accordo che portò al governo giallorosso vide il Pd dire sì al taglio dei parlamentari, che i 5 Stelle volevano rapidamente incassare, a patto di prevedere dei correttivi. Uno di questi era appunto l’equiparazione della platea elettorale dei due rami del Parlamento, che si doveva raggiungere non solo con il voto ai diciottenni, ma anche eliminando la base regionale dal sistema elettorale del Senato. Questo per evitare che partiti minori, ma comunque rappresentativi, non riuscissero ad eleggere nessuno in alcune regioni. Si trattava insomma di correggere gli effetti distorsivi della riduzione dei seggi. Quest’ultima legge però è ancora ben lontana dal tagliare il traguardo. Senza contare che il patto prevedeva anche una riforma elettorale in senso proporzionale.

Caduta la maggioranza giallorossa quell’accordo ovviamente si è infranto e soprattutto la legge elettorale è finita in un limbo da cui difficilmente uscirà in tempi brevi. Si procede dunque ora pezzo per pezzo, realizzando quegli interventi che l’attuale larghissima maggioranza consente. Forse si riuscirà anche a correggere la base regionale di Palazzo Madama, ma un dubbio inevitabilmente affiora: è giusto procedere in modo così frammentato alla modifica del nostro sistema istituzionale, che i costituenti avevano studiato con una serie di pesi e contrappesi in un percorso coerente? Una delle principali critiche che furono mosse alla riforma costituzionale renziana, bocciata dal referendum del 2016, fu la sua ampiezza. Ma tra una rivoluzione completa delle nostre istituzioni e un procedere ritocco dopo ritocco, forse sarebbe auspicabile trovare una soluzione intermedia, che porti ad una innovazione coerente del sistema lasciando da parte le smanie di consenso. A partire da quella sfiducia costruttiva che potrebbe trovare un ampio appoggio in Parlamento e una maggiore stabilità politica.

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