A sangue freddo nella mia scuola

“A sangue freddo nella mia scuola”

La Republica News
Pubblicità

Ci sono tredici adulti, accovacciati sotto e intorno alla mia cattedra. La classe non è completamente al buio; filtra un pochino di luce attraverso le tapparelle semichiuse sulle tre vetrate, giù in fondo alla stanza. Un silenzio innaturale, carico di imbarazzo, aleggia su tutti noi – i miei colleghi ed io – che cerchiamo di stare attenti a non darci gomitate, a non scontrarci con le ginocchia. Qualcuno starà più scomodo di un altro, con le ginocchia tutte accartocciate o aggrovigliate come pretzel – posizioni che il corpo ha dimenticato da anni. Stiamo sempre in piedi, sempre a dar lezione, scivoliamo in silenzio tra file di banchi, incoraggiamo i nostri alunni alla partecipazione costruttiva, mentre diamo piccole pacche sulle spalle a quelli che invece si stanno addormentando.*****
Ma non oggi. Oggi siamo ammassati contro un muro, i cellulari impostati su un silenzio sinistro, e fuori dalla nostra portata. Tratteniamo il fiato in sincrono, e la aspettiamo tutti insieme: la scarica di spari esplode, giù in fondo al corridoio. D’istinto allungo una mano a sfiorare la coscia di un collega vicino a me, per sentire se sta tremando, come la mia. Passano minuti lentissimi, e poi dei colpi terrificanti alla porta: “Polizia!” La porta è aperta, un agente in tenuta da Antiterrorismo grida “chi è il responsabile, qui?”Non riesco a vederlo in viso; porta un casco sormontato da una torcia. “Io” dico, timidamente.“Quante sono le persone in questa stanza?”“Tredici” esito un istante.Ci ordina di alzarci in piedi e metterci in fila per uno, lo fa con inflessione dura, autoritaria. Ci intima di non guardarci intorno, ma solo dritto davanti a noi, e fa evacuare la mia classe.Sulla moquette grigia del pavimento dell’ingresso, ci sono studenti distesi o accasciati a terra, davanti ai loro stipetti, gambe e braccia che sembrano scagliate alla rinfusa lontano dai corpi immobili. Fanno finta di essere morti.È soltanto un’esercitazione. Stiamo solo fingendo.*****Lo scorso mese di aprile, la mia classe era stata tra quelle scelte, nell’ambito del dipartimento di inglese, per ospitare le prove per le simulazioni di attacco armato. Questo prima che nello stato dell’Illinois entrasse in vigore il regolamento modificato per le esercitazioni in materia di sicurezza, destinato a comprendere simulazioni di attacco armato a cui anche gli studenti avrebbero dovuto prendere parte.  Ciononostante, la direzione della scuola aveva deciso di limitare le prove solo al personale e ai professori, lasciando però agli studenti la scelta e la possibilità di partecipare volontariamente, di impersonare i morti e i feriti di un massacro. Alle esercitazioni, ci siamo abituati. Ogni anno ne abbiamo a iosa, di obbligatorie, in materia di incendi o calamità naturali. Fin dall’asilo gli alunni imparano a uscire dalle classi in belle file ordinate e a seguire sentieri tracciati verso la salvezza. Quando suona l’allarme antincendio, i ragazzi sono più eccitati che impauriti, e si riversano impazienti fuori da stanze che li soffocano, verso il fresco, l’aria pulita, e la libertà – gioiosa pur se temporanea – da libri di testo, le lavagne e i voti. Noi, ci limitiamo a scortarli a quindici metri dal fabbricato, e con loro attendiamo il via libera dei nostri responsabili. A differenza di quanto avviene nelle esercitazioni all’aperto, in una simulazione di attacco armato, la salvezza si trova nel silenzio, e nel buio. In quella sorta di calma artificiale, accoccolati nell’angolo più remoto dell’aula, nella nostra mente fluttuano gli scenari peggiori. La domanda “E se…” è il preludio a tutta una serie di questioni spinose che gli studenti mi pongono, prima che cominci l’esercitazione blindata, questioni alle quali tento di trovare le migliori risposte possibili. “E se è uno studente che bussa alla porta, professoressa M.? Lo fa entrare?”.Nel video che accompagna il nostro manuale, ci viene spiegato che una porta chiusa a chiave è la nostra prima linea di difesa. Serve a rallentare l’assalitore, e in tal modo, a ridurre – potenzialmente almeno – il numero delle vittime che la scuola è destinata a contare. Ma io li ho letti, i dati della scelta tremenda, e vera, che i professori di Parkland han dovuto fare, quel maledetto giorno di febbraio del 2018. Quella non era un’esercitazione. E così rispondo a miei studenti. “Secondo le istruzioni della simulazione blindata, non devo aprire la porta a nessuno per nessuna ragione”. “E se fosse uno di noi?” mi chiedono.Dopo la nostra prima esercitazione, insegnanti e membri dello staff si riuniscono nell’auditorium per il debriefing. Gira voce che alcuni li abbiano dovuti rimandare a casa, troppo scossi, troppo sconvolti dalle grida, dalle immagini degli studenti che facevano finta di essere morti davvero. Avevo sentito addirittura di colleghi che si erano chiamati fuori ancor prima di cominciare, perché terrorizzati al solo pensiero. Il nostro solito atteggiamento di superiorità dottorale e un tantino condiscendente, di professori che si preparano a un’interpretazione attenta e costruttiva di una presentazione con tanto di slide, è capovolto: entriamo in assemblea pallidi e silenziosi come colpiti da un fulmine: la simulazione di poco fa.Ci viene richiesto di ascoltare gli esperti del corpo di polizia che spiegano in un video come “neutralizzare la minaccia” presente nell’edificio. Ci viene detto che le preoccupazioni di natura medico sanitaria – ma come possiamo ignorare i corpi dei nostri alunni distesi per terra? – non sono la priorità, che la priorità è fermare l’assalitore. Sul grande schermo seguiamo il rimbombo dei passi di un agente con una telecamera sul casco, che simula l’inseguimento per noi; facciamo memoria di uffici e corridoi cosi familiari, e che all’improvviso nel montaggio preparato dalle squadre antiterrorismo diventano così estranei, così sinistri. Dovrebbe essere un trionfale dispiego di efficienza: questione di minuti e la minaccia è sventata. Segue un applauso fioco. Siamo quasi tutti inebetiti. “Sembra così vero…” ci lasciamo sfuggire, più e più volte.*****Ho raccolto e ripercorso montagne di particolari, circa le più disparate situazioni di crisi, tanto direttamente dalle riunioni cui ho dovuto prender parte, quanto dai manuali che mi hanno consegnato. In moltissime occasioni, nel liceo dei sobborghi dove lavoro. Insegno da più vent’anni, e l’ho fatto in classi di ogni ordine, grado e livello. Ho fatto domande a tutte le riunioni. Ho letto tutti i manuali. Non sono ancora pronta. Le prime esercitazioni ufficiali per simulare sparatorie o attacchi armati datano dai tempi della Columbine, di cui nell’aprile del 2019 abbiamo ricordato il ventesimo anniversario. Da quel giorno, che ha visto morire dodici studenti e un insegnante, 236.000 mila ragazzi sono stati in qualche misura coinvolti in sparatorie all’interno di edifici scolastici. Quale significato hanno queste cifre, oltre a quello di quantificare la violenza, e disumanizzare le sue vittime? Le cifre possono essere manipolate, inventate, occultate, modificate. Chi racconterà le storie di quei ragazzi e di quegli insegnanti una volta che i loro corpi saranno stati identificati, e iscritti al registro delle vittime? Come potranno le loro voci risuonare ancora, risuonare più forte di una scarica di proiettili o del volto di un telegiornale? Quali sono le ragioni per cui un ragazzo, una persona giovane, decide di infilarsi una pistola – rigida, ostinata, inflessibile nella forma e nelle intenzioni – nella tasca interna del cappotto, oppure nello zaino, dove magari stropiccia i quaderni e le cartelline con i compiti a casa? Cos’altro si sono caricati in spalla, fino a quel punto della loro breve vita? Hanno una tasca piena di traumi, di cadute, di accidenti, che premono contro le costole, duri come il calcio di un fucile? Credono davvero che le loro parti danneggiate possano assorbire il contraccolpo quando si preme il grilletto, e in questo trovare riscatto, sollievo? Come si sentono, veramente, nel momento in cui il primo corpo di un compagno, di un professore, cade a terra sul linoleum? Non sono risposte facili, ma abbiamo bisogno di ascoltarle. Le loro storie sono libri che non dobbiamo chiudere, come la porta delle nostre aule in faccia a un killer: rallentiamo soltanto la sua avanzata, non la sua missione. ****“Professoressa, lei girerebbe mai con una pistola?” mi chiese una volta uno dei miei studenti. Nel mio corso avanzato di letteratura contemporanea e composizione letteraria approfondiamo una serie di temi – in vista di una tesina importante che incombe sul loro orizzonte. In Florida ad esempio gli insegnanti possono ora decidere di portare con sé un’arma da fuoco mentre sono in servizio, secondo quanto disposto da una legge recente approvata proprio a seguito della sparatoria alla Marjory Stoneman Douglas High School, nella quale hanno perso la vita quattordici ragazzi e due adulti (al conto delle vittime sono stati aggiunti due casi di apparente suicidio riferibili in qualche modo all’evento traumatico). “No” avevo risposto al ragazzo, senza esitare. “Non girerei mai con una pistola”. “Ci sono insegnanti di cui avrei il terrore se sapessi che hanno il permesso di girare armati” aveva detto un altro studente. Si erano messi a ridere, tra loro, ma ne era uscito un suono stentato, completamente privo di gioia. Avevo cercato in quel momento di immaginarmi come sarebbe stato insegnare nel mio liceo, incrociando qualche collega che magari poteva celare un’arma. Si sarebbe notata? E loro, avrebbero portato in giro un’aria diversa, adattando l’andatura alla fondina? Oppure avrebbero rivelato una certa freddezza dipinta in volto, l’espressione giusta per far fronte a tutti quei “e se”? **** Nel 2016 la vendita di armi da fuoco ha battuto ogni record. In media, una pistola ha in America un costo che oscilla tra i 600 e 1000 dollari. Equivale, all’incirca, a cinquantaquattro copie di I ragazzi della 56a strada, o Cercando Alaska, o Farhrenheit 451, o L’Occhio più azzurro. Oppure, all’incirca, a duecento pasti alla mensa scolastica, per sfamare duecento studenti che non hanno di che pagarsi da mangiare. O ancora, all’incirca, del costo per notte di un ricovero per una famiglia senza casa. *** Siamo una nazione che sta sulla difensiva e ama le divisioni, ci aggrappiamo senza scendere a compromessi a ciò che riteniamo nostro, e tracciamo trincee tutto attorno, per proteggerlo. Investiamo più tempo a progettare rifugi antiaerei, che a occuparci della salute mentale dei nostri figli, delle loro grida d’aiuto, del loro bisogno di appartenenza. Abbiamo assimilato il fatto di avere una cultura nazionale fondata sull’uso delle armi, cristallizzato valori che continueranno a traumatizzare questa generazione di studenti, e chissà quante successive. Ci facciamo beffe di tutte quelle pratiche importanti e significative volte al benessere della persona, come ad esempio la mindfulness, e continuiamo a ignorare il portato delle esperienze difficili vissute durante l’infanzia, anziché incoraggiare e promuovere un senso di comunità, anzi, delle comunità stesse, dove i nostri ragazzi possano sentirsi protetti e felici. Anche il nostro modo di contrastare il bullismo, ad esempio, si concentra tutto nell’insegnare ai ragazzi a difendere chi sono o quello che sono, invece di manifestare con gioia la propria specifica unicità – dovrebbe essere naturale, per ciascuno di noi, accettarci semplicemente l’un l’altro molto prima di imparare a guardare il mondo attraverso le lenti distorte dell’ipocrisia e del pregiudizio. Viviamo rassegnati all’”impensabile”, invece che ripensare fattivamente nuove forme di impegno civile, come una lotta seria alla lobby delle armi, e al suo ostinato far prevaler il Secondo Emendamento – nonché fiumi di denaro, sulla vita di tanti ragazzi. Lo scorso maggio, i più grandi fra i miei studenti sono arrivati al diploma, tutti vivi. Solo quando sui social irromperà l’onda della notizia di una nuova sparatoria o di un nuovo massacro,  si guarderanno indietro e arriveranno ad apprezzare questo fatto semplice come una vittoria – come un obiettivo raggiunto, come il voto eccellente che solo un’ intera, impeccabile carriera scolastica ha permesso di conquistare. Traduzione di Francesca Conte*Sahar Mustafah, scrittrice americana di origini palestinesi, ha pubblicato in Italia con Marcos y Marcos La tua bellezza, romanzo che racconta l’irruzione di un uomo armato in un liceo islamico vicino a Chicago, tradotto come il testo inedito che qui pubblichiamo da Francesca Conte. Mustafah è una delle ospiti del Festival delle letterature migranti di Palermo. Il suo incontro, in programma domenica 25 ottobre alle 16:20, sarà trasmesso in streaming sul sito festivaletteraturemigranti.it e sui canali social del Festival. L’intera programmazione è stata spostata online a seguito dei recenti sviluppi dell’emergenza sanitaria. 


Go to Source