Addio Andrea Purgatori, il “giornalista-giornalista” che non si è mai tirato indietro

Pubblicità
Pubblicità

Andrea Purgatori era il giornalismo. E mentre uso questo tempo al passato per parlare di lui vengo sopraffatto dalla commozione. Un giornalista, uno sceneggiatore, un uomo che sapeva informare, che aveva trovato in questi decenni il modo per arrivare ai lettori e ai telespettatori per descrivere o svelare ciò che stava dietro una storia misteriosa, un caso irrisolto, un segreto di Stato. Non si è mai fermato davanti alle verità ufficiali, e questo suo modo di fare giornalismo, questo suo essere giornalista ha arricchito tutti noi che abbiamo saputo attraverso il suo lavoro quello che invece veniva taciuto.

A cominciare dalla strage del Dc9 di Ustica. Al Corriere della Sera, che è stata la sua casa per molto tempo, si è occupato da inviato di terrorismo internazionale e nazionale, ha raccontato il rapimento di Aldo Moro fino ad arrivare alle stragi di mafia. Tutti casi in cui è entrato in punta di piedi ed è uscito sempre da gigante. Un gigante dell’informazione che ha pure scelto di portare sul grande schermo quello che doveva essere divulgato ad un pubblico più ampio usando la penna dello sceneggiatore. Indimenticabili oltre al Muro di gomma su Ustica, anche il Giudice ragazzino sull’uccisione di Rosario Livatino e Fortapasc su Giancarlo Siani. Qui è nata dalla sua sceneggiatura l’espressione: Giornalista giornalista.

Era diventato professionista nel 1974 e da allora non si è mai tirato indietro davanti a storie complicate, perché con la sua maestria e la caparbietà riusciva sempre a dipanare la matassa e renderla comprensibile a tutti. Ragionando su ogni cosa. Ed era un grande piacere ascoltarlo quando gli chiedevo pareri, analisi, opinioni su fatti che accadevano intorno a noi. E quando lo vedevi sul piccolo schermo spiegare e analizzare o porre domande ti rendevi conto perché si ama questa professione.

Per la televisione si è speso tanto, ha scritto e condotto programmi, e l’ironia mista alla fantasia geniale del suo intelletto lo ha reso unico e indimenticabile.

Quando un mese fa ho saputo della malattia che lo aveva colpito gli ho scritto un messaggio, gli ho chiesto di tenere duro come lui sapeva fare e che era necessario vederci, anche solo per un abbraccio. Mi aveva risposto che lo avrebbe fatto presto, aggiungendo “giuro”. E a quella promessa mi sono attaccato nella speranza che tutto si sarebbe risolto in meglio.

Ma oggi davanti a questa terribile notizia che arriva della sua scomparsa, posso dire che il suo lavoro prima al Corriere, e poi le sue storie e i suoi approfondimenti in televisione, in ultimo Atlantide su La7, e le sceneggiature che ha scritto, lo faranno vivere per sempre.

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *