Addio Orlandone, storico capo della tipografia di Piazza Indipendenza

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E’ morto a 85 anni Orlando Zelinotti, per tutti quelli del nostro ambiente, giornalisti, segretarie, direttori, manager, impiegati, tipografi semplicemente Orlandone. Era il proto, lo storico capo della tipografia di Piazza Indipendenza, “Il capo operaio” come amava sottolineare in quello stanzone sotto terra che rappresentava il cuore produttivo di due aziende editoriali, Repubblica e Il Corriere dello Sport.

A me piace ricordarlo come il direttore d’orchestra delle pagine in stampa, l’uomo che conosceva come nessun altro le possibilità di far accelerare il lavoro di una squadra chiamata a trasformare idee in carta di giornale.
Per chi voleva fare questo mestiere, quello era il primo vero battesimo che avesse un senso concreto: “Vai al meno uno”. Era una specie di ordine per il quale sostanzialmente non esisteva discussione. Potevi dire solo sì.

L’ascensore che si apriva sotto il piano terra affacciava direttamente sulla postazione di Orlandone. E lui interpretava quel ruolo in un modo unico: lui non era il proto, lui era l’uomo che faceva uscire il giornale, l’uomo che risolveva i problemi, quello che in venti secondi trasformava una pagina con un pezzo eccedente venti righe in un quadro da mandare a incorniciare. Orlandone era l’immagine di un’epoca straordinaria, romantica e di cui è difficile spiegare l’importanza a chi è abituato a vivere ricerche, scrittura e risposte dei lettori in un solo file html.


   Orlandone lavorava in maniche di camicia, penna e sgarzino dentro la tasca sinistra e interpretava il suo ruolo trasformandosi a seconda del momento in capo, amico e padre di quella squadra. Parliamo di un gruppo di lavoro da quasi duecento persone, negli anni d’oro della Stec. Un uomo che sapeva fare squadra e che era costantemente in prima fila nel tentativo di trasmettere ai colleghi la sensazione di far parte di un gruppo. Nasce con questo spirito la tradizionale festa di Natale che Orlandone organizzava personalmente portanto ogni anno una porchetta da Marino, il suo angolo di storia a cui era legatissimo. Una festa alla quale lo stesso Eugenio Scalfari non è mai mancato. E tra i suoi ricordi in un giorno tanto triste credo sia giusto riprenderne uno che fa chiarezza sulla straordinarietà della sua carriera e che lui stesso aveva voluto scrivere sulla sua pagina Facebook.

Orlandone e Tosatti

Quando lavoravo alla Stec ho appreso la notizia che il Corriere dello Sport sarebbe stato nostro cliente. Uno stimolo e tanta curiosità, ho avuto la soddisfazione di lavorare con tanti, ma soprattutto ottimi giornalisti. Uno, in particolare, mi suscitò simpatia e rispetto: ci somigliavamo per la passione e la stazza fisica. Era Giorgio Tosatti.
All’epoca ero un semplice operaio mentre lui aveva già la qualifica di caporedattore, e sul lavoro aveva un vero e proprio feeling.

Quando Giorgio Tosatti diventò direttore, io ero diventato capo reparto, questa nuova situazione professionale ci portò a lavorare a più stretto contatto. Correva l’anno 1986 e si dovevano disputare i campionati mondiali in Messico, il giornale, per evidenti motivi di diffusione, non poteva essere chiuso al solito orario era necessario chiudere dopo le due di notte. Per organizzare questo cambiamento nei tempi della lavorazione, ci fu una riunione straordinaria alla quale partecipò il “vertice” del Corriere: parteciparono l’editore, Amodei, il direttore Tosatti, il nostro editore tipografico e il vicedirettore Lucibello per chiudere con il ragionier Polidori.

Quello che sto per dire mi fu riferito proprio da Paolo Polidori e dal mio amico fratello Peppino. Giorgio Tosatti prese la parola e disse: per la buona riuscita di tutta la lavorazione pretendo che a dirigere il giornale, durante la chiusura, sia il caporeparto Orlando Zelinotti. Un motivo di grande orgoglio. Tutta la tipografia lavorò in maniera
eccezionale, senza momenti di pausa, con allegria e tanta bravura. Alla fine di mondiali, anche se non andò benissimo per l’Italia, ho ricevuto uno dei più prestigiosi attestati: una lettera (che ancora conservo gelosamente) di Giorgio Tosatti.

Il ricordo di Fabrizio Bocca

Una volta nell’atrio del palazzo si trovò davanti all’improvviso all’uscita degli ascensori Gianfranco Fini che era venuto a fare un forum a Repubblica con Barbara Paolombelli. Io assistetti alla scena. Orlando urlò “Oh mamma mia, un colpo di stato!” e scoppiarono tutti a ridere, c’era un sacco di gente. Organizzarono una stretta di mano, tipo compromesso storico, e devo dire che sia Fini che Orlandone si prestarono sorridendo alla scenetta.

Al figlio Massimo con cui abbiamo lavorato a lungo un abbraccio forte forte. Tuo padre è stata una figura straordinaria, buona per un film. Un privilegio averlo conosciuto.

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