Affari, affetti, potere, i tre volti di Marina Berlusconi che dall’esterno detta la linea al partito

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La manager, la figlia e — magari — la protagonista politica. A un mese dalla morte di Silvio Berlusconi le tre identità della primogenita Marina, lungi dal dipanarsi, si intrecciano sempre di più. Così la lettera pubblicata ieri dal quotidiano di famiglia il Giornale, dà atto della difesa appassionata di una primogenita che ha visto suo padre mancare da poco e da lui ha appena ereditato assieme al fratello Pier Silvio il controllo dell’impero di famiglia, rafforzando probabilmente il senso di appartenenza, forse anche quello di riconoscenza. Ma quella missiva, in cui Marina vede il padre colpito da «una persecuzione… che non ha il pudore di fermarsi nemmeno di fronte alla sua scomparsa», si classifica senza dubbio nella categoria degli atti politici. Anche perché, dalla dimensione personale, la missiva diventa un’accusa a una parte della magistratura e un motivo per chiedere una riforma radicale di quella stessa categoria. Un intervento a gamba tesa, sebbene per fatto personale, su uno degli scontri più duri che vede impegnato il governo e mette in discussione i fondamenti dei rapporti tra poteri dello Stato.

Quelle righe consegnate alle stampe solo domenica — è un dato di fatto — non sono certo un gesto d’impulso, ma si tratta di parole a lungo meditate e altrettanto a lungo limate, riviste, anche con l’aiuto degli abituali consiglieri. A sconvolgere Marina non solo le accuse al padre reiterate dalla procura di Firenze, e di cui Repubblica ha dato per prima notizia giovedì scorso, ma anche la perquisizione ordinata dagli stessi magistrati a casa e nell’ufficio milanese di Marcello Dell’Utri. Agli occhi della figlia prediletta del Cavaliere un doppio schiaffo: ovviamente alla memoria paterna, per il quale i magistrati cercano — lamenta — la damnatio memoriae; e poi il bruciore provocato da un atto dalla fisicità invadente come una perquisizione della polizia giudiziaria, indirizzato proprio verso colui che, anche nel legato di suo padre, con i 30 milioni lasciati in dono, rappresenta l’erede privilegiato fuori dalla cerchia strettamente familiare. Così, da giovedì, Marina ha cercato di dare una forma alla sua rabbia. Non si è mossa prima anche perché sabato 15 era in programma il consiglio nazionale di Forza Italia che ha di fatto sancito la successione dinastica alla guida del partito di Antonio Tajani, non a caso “benedetto” con una missiva unitaria dei cinque figli del Cavaliere. Una missiva che nel mondo dei Berlusconi, passati e presenti, vale più di ogni improbabile consultazione interna, sostituisce in partenza di ogni congresso a venire. Interpretazione benevola della tempistica: proprio il consiglio nazionale di Forza Italia e l’apparire alla ribalta di Tajani ha spinto la primogenita ad aspettare prima di lanciare il suo anatema contro magistrati e giornali che ne riportano le iniziative.

Lo ha fatto, insomma, per non rubare la scena al presidente in pectore. Interpretazione meno benevola che pure circola in ambienti vicini ad Arcore: il silenzio quasi tombale di quel congresso sulle accuse postume al padre ha indignato Marina e l’ha spinta a prendersi ancora una volta sulle spalle il peso di una difesa appassionata. A dar retta a questa versione si spiegherebbe anche l’assordante coro di voci che ieri ha fatto eco alle parole della primogenita: forse una tardiva constatazione che il proseguire nell’accertamento delle vicende giudiziarie del fondatore di azienda e partito — Marina è stata colpita anche dal ricorso in Cassazione dei pm milanesi contro le assoluzioni per il processo Ruby ter — andava rintuzzato con più vigore. Che il destino della primogenita Berlusconi non sia però quello di un impegno diretto in politica, continuano a giurarlo tutti quelli che le sono più vicini. E del resto per una donna che ha fatto della riservatezza la sua cifra e che è caratterialmente agli antipodi della compulsiva cordialità paterna, la “discesa in campo” sarebbe probabilmente un sacrificio eccessivo.

Anche perché adesso, con la maggioranza assoluta — e quindi il controllo — di Fininvest che ha ereditato assieme a Pier Silvio, aumenta il peso delle sue responsabilità gestionali: non solo il ruolo di presidente di Mondadori e della stessa Finivest, ma la responsabilità di mostrare ai tre fratelli minori, agli azionisti di minoranza delle società quotate e in fondo al mondo intero, che la scelta paterna di attribuire il bastone del comando solo a due dei cinque figli, ha avuto ed avrà senso. Difficile, dunque, che le tre idenità si separino, che una prevalga sull’altra. Più prevedibile che la Marina manager spingerà al massimo sui risultati del gruppo, magari tagliando qualche ramo secco e lontano dai business principali, la Marina figlia continuerà — come è ovvio e in fondo giusto che sia — a difendere con passione suo padre; la Marina politica resterà un passo fuori dall’arena ma il suo peso continuerà a sentirsi. Affari, affetti, potere: in fondo anche così si coltiva la tradizione familiare.

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