Afghanistan, i primi rimpatriati a Roma: “In migliaia rischiano la vita, i talebani cercano i nostri colleghi casa per casa”

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“I talebani stanno cercando i nostri colleghi casa per casa. In migliaia stanno rischiando la vita. La situazione negli ospedali è gravissima”. È appena atterrato all’aeroporto di Fiumicino, insieme ad altre 70 persone, tra diplomatici e collaboratori, uno dei medici afghani, tra i primi rimpatriati in Italia dopo che i talebani hanno annunciato in Afghanistan la rinascita dell’Emirato Islamico. 

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 “Ci sentiamo traditi. I nostri collaboratori hanno creduto in noi e ora sono abbandonati e rischiano a vita – racconta il dottore rifugiato che ha collaborato a progetti sanitari – Abbiamo lasciato collaboratori a Kabul e non sappiamo ora come aiutarli, come dobbiamo fare. Donne che non possono muoversi, che hanno collaborato con noi, che abbiamo formato: ostetriche, medici, che lavoravano con noi e ora sono abbandonati. I nostri ospedali sono abbandonati, non hanno farmaci, e malati muoiono. Bambini che non hanno da mangiare. La situazione è gravissima. Avevo creduto molto nella transizione ed ora sono deluso”.

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Sull’aeroplano KC-767 dell’Aeronautica militare partito ieri sera dalla capitale afgana per riportare in patria il personale dell’ambasciata italiana e gli ex collaboratori afghani con loro famiglie anche Pietro del Sette, cooperante nel settore dell’agricoltura e dello sviluppo rurale per l’Agenzia italiana per lo sviluppo. “La situazione tra ieri e l’altro ieri è peggiorata ulteriormente, l’aeroporto civile è stato chiuso, noi siamo stati gli ultimi a partire ma ci sono altri italiani, non so quanti, e la speranza è che la componente dell’aeroporto militare riesca a portare a termine il nostro programma di rimpatrio. Quel che è accaduto è un fallimento che fa molto male”.

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Insieme a lui è tornato in Italia anche Domenico Fantoni, esperto di logistica e sicurezza sul lavoro: “Ho iniziato la mia esperienza in Afghanistan nel 2016 – spiega – Una parte del mio cuore è rimasta lì accanto ai nostri collaboratori. Sono rimaste persone che confidavano in noi e sperano di poter arrivare in Italia per evitare rischi e la situazione che li sta affliggendo. È stata una evoluzione rapida e siamo ancora travolti dall’emozione. Sono stati momenti molto concitati. Sono felicissimo di essere arrivato in Italia ma lascio il cuore per queste altre persone che speravano in noi”.

“All’aeroporto siamo stati sempre protetti dai carabinieri che ringrazio perché sono sempre in prima linea a difenderci, dei ragazzi eccezionali. Per il testo abbiamo vissuto anche lì dei momenti drammatici perché l’aereo era pronto ma c’erano ancora dei disordini e non avevamo il “Go” per andare. Sono state fasi intense”.

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A sbarcare anche un volontario di Emergency, rimpatriato dall’ospedale di Kabul: “Siamo rimasti sorpresi anche noi dalla velocità dell’avanzata dei talebani. Però, siamo stati in grado di attrezzarci abbastanza rapidamente per far fronte a tutte le difficoltà e necessità che si sono manifestate in questo periodo. Da quando sono iniziati gli scontri nella provincia di Rogan abbiamo visto un considerevole aumento di pazienti con ferite, o da proiettili, o da frammenti di mine o esplosivi. È un trend che abbiamo visto aumentare negli ultimi sei mesi fino al crescendo dell’avanzata. L’altro ieri abbiamo ricevuto 65 feriti, ieri 80. Quelli di ieri sia per scontri che tafferugli”. “La volontà di Emergency – ha aggiunto – è quella di restare in campo in Afghanistan rimodulando il nostro staff medico e far rientrare così colleghi che non siano strettamente necessari per le attività cliniche. Emergency non è andata via. Le nostre strutture sono pienamente funzionanti sul campo”.

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