Afghanistan, il vero tesoro è l’economia sommersa: ecco perché tagliare i fondi ai talebani è un miraggio

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Di fronte al disastro afgano, c’è una corrente di pensiero realista nelle cancellerie occidentali che, più o meno, recita: i talebani si sono presi l’Afghanistan, ma ora le gatte da pelare sono loro. Tocca ai vincitori pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Fino ad oggi, l’Afghanistan ha ricevuto 4 miliardi di dollari l’anno di aiuti dall’estero e con quei soldi ha sistematicamente finanziato il 75 per cento della spesa statale. E adesso, come fanno? L’idea è che gli aiuti internazionali forniscano agli Usa e all’Europa una leva per premere sui talebani sia in chiave estera (il supporto al terrorismo) che interna (i diritti civili). E’ vero? Probabilmente no, risponde chi l’Afghanistan lo conosce da vicino. Ci sono due fattori che isolano Kabul dalla pressione internazionale e nessuno dei due è il commercio della droga. Primo, l’Afghanistan non è un paese povero, è ricco di risorse naturali ancora tutte da sfruttare. Secondo, i veri soldi, in questo paese crocevia dei commerci nell’Asia meridionale, non vengono né dagli aiuti, né dalla droga, ma dall’economia sommersa. Più precisamente, dai dazi, balzelli, pedaggi illegali imposti alle frontiere e lungo le arterie che collegano l’Iran con la Cina, l’India con l’Asia ex sovietica, l’Afghanistan con il resto del mondo.

Ferro, lapislazzuli, rame, petrolio, ma anche i materiali del futuro, litio e terre rare. Forse nessun paese è stato più studiato, roccia per roccia, dagli aerei e dagli elicotteri, prima sovietici, poi americani e nessun paese è stato, per via di 40 anni di guerre, meno sfruttato. La valutazione più recente degli esperti del governo Usa è che le risorse naturali afgane siano un tesoro ancora vergine, che vale 3 mila miliardi di dollari. Le licenze di sfruttamento date negli anni scorsi sono rimaste inutilizzate, ma sono, comunque, in mano cinese (rame) e indiana (ferro). Il botto del futuro può essere quello del litio, cruciale per le batterie delle auto elettriche: “Saremo l’Arabia saudita del litio” proclamava già dieci anni fa il governo di Kabul. Difficilmente un piano di sanzioni dei governi occidentali spaventerebbe i cinesi o i russi.

In attesa delle royalties, comunque, ci sono imponenti flussi di denaro quotidiani su cui lo Stato talebano può mettere (come già facevano gli insorti nei territori sotto loro controllo) le mani. La droga non è il più importante. Il commercio di oppio, secondo i calcoli Onu, vale fra 1,2 e 6,6 miliardi di dollari l’anno. Ma al lordo. Al netto del spese – che, nel settore, sono assai ingenti – molto meno. C’è, invece, il flusso della vita quotidiana. Gli esperti hanno calcolato che, ogni anno, gli afgani versano in imposte 1,3 miliardi di dollari. Ma, in bustarelle a vario titolo ai funzionari pubblici, 4 miliardi di dollari. E’ probabile che i talebani – che fanno della lotta alla corruzione una delle principali armi di propaganda – mettano ordine in questa materia, anche se a modo loro. Il modello può essere quello applicato sulla principale arteria di collegamento con l’Iran, nel sud ovest del paese. Quando era sotto controllo governativo, c’erano 25 posti di blocco, ognuno dei quali esigeva un diritto (illegale e in nero) di passaggio. Con i talebani, c’è un solo posto di blocco, che esige un pedaggio (sempre illegale), ma rilascia regolare ricevuta, in modo che venga pagato una volta sola.

Valutare l’entità di questo fisco “nero”, che fa già parte delle vite quotidiane degli afgani non è facile, ma i flussi sono massicci, senza paragoni con il volume degli aiuti internazionali. Due studiosi inglesi che hanno esaminato da vicino quella zona di Namroz, al confine con l’Iran calcolano che la provincia riceva, mediamente, aiuti esteri per 20 milioni di dollari l’anno. I posti di blocco, con i dazi illegali, rastrellano una cifra dodici volte superiore, circa 235 milioni di dollari. Si guadagna di più con la benzina che con le metamfetamine. Sul traffico illegale di droga, secondo lo studio, i talebani intercettavano circa 5 milioni di dollari. Dal dazio in nero sulla benzina e dalla giungla di pedaggi e balzelli sugli altri beni importati dall’Iran, 43 milioni. Almeno in materia di dazi e dogane, lo Stato talebano non può permettersi di restare nel Medioevo.

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