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Afghanistan, la battaglia del tesoro di Alessandro Magno

La Republica News
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Il tesoro del regno perduto di Alessandro Magno. Rimasto sepolto per due millenni, sopravvissuto alla guerra più feroce del presente e scampato persino all’odio dei talebani. Oltre ventimila gioielli d’oro venuti da un’altra era: corone, collane, orecchini, amuleti, monete forgiati da tante civiltà diverse. Minacciati ora dall’onda di violenza che rapidamente si abbatte su Kabul, tanto di ipotizzare di trasferirlo all’estero prima che sia troppo tardi.

La corona d’oro trovata nelle tombe di Tillya Tepe (Afghanistan). Appartiene ad una collezione di oltre 20.000 oggetti che testimoniano l’importanza dell’Afghanistan come crocevia delle differenti culture dell’antichità. Tutti gli oggetti sono conservati nel museo nazionale di Kabul. 

 

L’orgoglio dell’Afghanistan

E’ una storia che sa di leggenda, in cui si incarna la tragedia e l’orgoglio dell’Afghanistan. Ricorda uno dei più bei racconti di Rudyard Kipling, interpretato da Sean Connery e Michael Caine: “L’uomo che volle farsi re” nel kolossal diretto da John Huston. La saga di due soldati britannici che nell’Ottocento varcano le montagne dell’Hindu Kush e trovano la città dimenticata di Alessandro Magno, dove da secoli i monaci buddisti custodiscono i gioielli del grande conquistatore. Sean Connery viene adorato come la reincarnazione dell’imperatore macedone, ma poi finisce per essere ucciso mentre fugge con i muli carichi di preziosi.

Di lui resta solo una cantilena, intonata dall’unico superstite:  

Va il figlio dell’uomo alla guerra.

La corona d’oro conquisterà.

Rosso sangue in lontana terra

Fantasie coloniali che hanno affascinato intere generazioni. Diventate improvvisamente reali alla fine del 1978, quando una spedizione universitaria sovietica si mette a scavare nell’area di Tillya Tepe, nel nord dell’Afghanistan. Un nome promettente: significa “collina d’oro”. L’archeologo Viktor Sarianidi è un esperto dell’età del bronzo e sta studiando le rovine di un santuario fortificato del mille avanti Cristo. Tra la terra però compare una medaglia d’oro, chiaramente ellenistica: la prima traccia che lo porta a scoprire le tombe di un sovrano e di cinque principesse, onorate con un corredo di meraviglie. La testimonianza della ricchezza del loro popolo, gli Yuezhi, un’orda nomade che nel primo secolo dopo Cristo piombò dalla Cina con centomila arcieri a cavallo e travolse la dinastia insediata da Alessandro nella più orientale delle sue conquiste: la Battria.

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Una cultura cosmopolita

Questo regno sorto tra Pakistan e Afghanistan dominava la via della Seta e in questo crocevia di commerci si era forgiata una cultura cosmopolita, un luogo fantastico dove scompariva il confine tra Europa e Asia. I suoi abitanti scrivevano in greco e in persiano ma adoravano Budda, a cui dedicavano statue nello stile di Atene. Usavano corazze romane e archi partici. Indossavano abiti cinesi e copricapi sciti. Il tesoro Tillya Tepe è specchio di questo intreccio di influenze: sesterzi di Tiberio coniati in Gallia e dracme di Mitridate provenienti dalla Mesopotomia, amuleti della steppa costellati di pietre preziose e cinture iraniane con simboli di leoni. C’era persino una medaglia con una delle più antiche rappresentazioni di Budda, che lo ritrae con l’elmo ellenistico di Hermes. Ben 20.600 pezzi, tutti d’oro o argento, scelti per accompagnare i nobili nell’oltretomba. Colpisce soprattutto una delle corone: un diadema composto da minuscole foglie, alternate a fiori e petali. Un capolavoro che imita quelli delle regine di Alessandria o Pella, reso però unico dai richiami agli stili orientali.

Pantaloni anche per le donne

Le tombe sono nella tradizione dei popoli della Siberia, primordiali nella struttura ma raffinatissime nelle decorazioni dipinte sul legno o incise nel cuoio. Tutte le salme avevano abiti lussuosi: pantaloni anche per le donne, su cui poi indossavano una tunica. Al centro c’era l’uomo: un cavaliere, inumato assieme al suo stallone preferito, a due archi, a due pugnali rituali e alla lunga spada decorata con figure di belve. La testa poggiata su un cuscino di seta, adagiato sopra un piatto d’oro. Al collo una collana massiccia, al dito un sigillo alessandrino. La cintura era ornata da nove medaglioni, con un leone accanto alla versione iraniana di Artemide. Tutto oro, sempre oro. Ancora più magnificenti le sepolture femminili. Decorazioni con miti greci: Venere ed Eros, Dioniso e Ariadne. Le donne avevano una moneta nella mano e una in bocca, per pagare il pedaggio a Caronte come si faceva in Grecia. C’erano specchi cinesi e un pettine d’avorio, identico a quello scoperto nelle ceneri di Pompei. Gli artisti della Battria in alcuni casi avevano dimostrato la loro personalità inserendo turchesi nei gioielli.

Erano creatori, non collezionisti

“Quel tesoro ha scioccato il mondo dell’archeologia – ha scritto lo studioso statunitense Fredrik Hiebert – In nessun altro luogo nell’antichità erano radunati così tanti oggetti di così tante culture differenti”. Gli esami successivi sosterranno che non si tratta di oggetti importati, ma il prodotto cosmopolita degli orafi locali, che avevano assimilato canoni e divinità di civiltà diverse. “Questi nomadi avevano preso le iconografie dalla Grecia, da Roma, dalla Persia, dalla Cina, dall’India e persino dalla remota Siberia e le avevano trasformate nel loro stile unico e raffinato: erano creatori, non collezionisti”, sancisce Hiebert. È considerata una delle scoperte più importanti in assoluto, inferiore solo al ritrovamento della camera mortuaria di Tutankhamon.  

Mappa delle varie fasi di occupazione della necropoli di Tillya Tepe; quelli evidenziati in blu provengono dalle sepolture tra il I sec. a.C. e il I d.C 

La spedizione non voleva fermarsi. Aveva già individuato una settima tomba da scavare e studiava una collina a poche centinaia di metri, forse un castello. Ma la situazione in Afghanistan sta degenerando e la sicurezza sul territorio diventa labile: una tribù locale a caccia di bottino comincia a minacciare il cantiere. E nel dicembre 1979 un’altra invasione cambia il corso della storia: l’Armata Rossa entra in Afghanistan, dando il via a un conflitto di intensità crescente. La resistenza scatenata dai mujaheddin però non si spinge fino a Kabul, dove gli archeologi consegnano il Tesoro alle autorità governative filo-russe. Una selezione dei capolavori viene esposta nel Museo nazionale e le immagini trapelano in Occidente: gioielli difficili da esaminare e visitare, in qualche modo ostaggio degli avvenimenti.

Dieci anni dopo Gorbaciov ritira le truppe e il governo Najibullah si trincera nella capitale. Con la fine dell’Urss terminano gli aiuti militari e i comandanti mujaheddin vanno all’assedio della città. Le cannonate iniziano a piovere sui palazzi del potere e il direttore del museo Omara Khan Masoudi organizza il trasferimento degli ori nel Palazzo presidenziale. Una scelta lungimirante: un missile devasterà le sale, spazzando via il tetto, mentre tra razzi e furti oltre il 70 per cento dei reperti esposti scompariranno. Nella duplice battaglia combattuta tra le case di Kabul – la prima tra le truppe governative e i signori della guerra, che poi vengono a loro volta sconfitti dai talebani – dei gioielli di Tillya Tepe si perdono le tracce. La loro sorte diventa un mistero. C’è chi li ritiene trasportati a Mosca, ultima preda sovietica. Chi sostiene siano stati fusi da Najibullah per comprare armi. Chi li vuole derubati a Massud, il celebre comandante dell’Alleanza del Nord poi assassinato da Al Qaeda alla vigilia dell’11 settembre. Chi invece li crede contrabbandati sul mercato nero.

Sei vecchi forzieri

Invece il direttore Masoudi aveva fatto le cose per bene. Si era rivolto a pochi dipendenti di fiducia assoluta. Di notte avevano spostato i gioielli nel sotterraneo della Banca Centrale, costruito cinque metri sotto il palazzo presidenziale: l’edificio più sicuro della capitale, quello dove erano custodite le riserve statali d’oro e d’argento. Le meraviglie erano stati chiuse in sei vecchi forzieri: antenati delle cassaforti, che non davano nell’occhio, sistemati in un locale secondario del grande caveau. I sei chiavistelli erano stati consegnati ad altrettante persone. Un’operazione nel silenzio totale, senza lasciare nulla di scritto.

Omara Khan Masoudi, Direttore del Museo Nazionale dell’Afghanistan, parla all’inaugurazione della mostra “Afghanistan Crossroads of the Ancient World” al British Museum il 1° marzo 2011 a Londra, Inghilterra  

Una volta diventati padroni della città, ovviamente i talebani li avevano cercati. Per prima cosa hanno prelevato il direttore Masoudi, interrogandolo a lungo. Ma lui ha detto di non saperne nulla, conscio di rischiare la vita. E col tempo anche i miliziani integralisti si sono convinti che il tesoro fosse stato portato via. Nel marzo 2001, nella fase più brutale del loro potere assolutista, penetrano nel museo e distruggono gli oggetti con forme umane, considerate eretiche: spezzano statue, bassorilievi, monili, oltre duemila reperti vengono cancellati per sempre. Poi quando dopo l’11 settembre gli americani cominciano a colpire la capitale, una delegazione di governatori talebani si presenta nel sotterraneo. Puntano le armi contro il funzionario che sin dagli anni Ottanta aveva conservato le chiavi di casseforti e porte blindate, ordinandogli di aprire. Ameruddin Askarzai, l’unico dipendente della banca centrale a conoscenza del segreto, obbedisce. Nel caveau ci sono lingotti d’oro e d’argento, la riserva accumulata ai tempi della monarchia da cui dipendeva la quotazione della valuta nazionale. I talebani notano una porticina nell’angolo. “Lì cosa c’è?”, chiedono. “Una collezione di vecchie ceramiche”, gli risponde Askarzai. Corre un rischio enorme: se l’avessero smascherato, sarebbe stato torturato a morte. Ma ha fortuna: i fondamentalisti escono, senza prendere nulla: il Tesoro è salvo.

Allora l’impiegato, d’impulso, compie un gesto ancora più temerario: mentre chiude la porta blindata, davanti a loro, fa in modo di spezzare la chiave. Una parte resta nella serratura e tutta la riserva viene sigillata. “Non volevo che portassero l’oro fuori dal Paese: appartiene al popolo dell’Afghanistan”, dirà anni dopo Askarzai. Una mossa fondamentale, perché pochi giorni dopo i talebani si preparano a fuggire e tornano al caveau per prelevare i lingotti. Askarzai allarga le braccia: “Non si può, la chiave è rotta. Lo hanno visto pure i vostri ministri…”. Gli uomini sono furiosi, scaricano i kalashnikov in aria per intimidirlo. Ma non c’è nulla da fare. Arraffano oltre quattro milioni di dollari in contanti, custoditi in un’altra cassaforte, poi puniscono il funzionario gettandolo in prigione e frustandolo a sangue.

Anche quando la capitale viene liberata dall’Alleanza del Nord e dalle avanguardie statunitensi, Askarzai resta in prigione, dimenticato da tutti. Finché il nuovo presidente Ahmid Karzai si pone il problema di rimettere in funzione la banca centrale e scopre che l’unico funzionario è in cella. Viene rilasciato dopo quasi quattro mesi, torna al suo tavolo, fa riparare la porta blindata e mette i lingotti a disposizione del governo. Ma continua a tacere sul Tesoro. 

I custodi del segreto

Askarzai, Masoudi e gli altri custodi del segreto non sono solo coraggiosi, ma anche scaltri. Sanno che la corruzione a Kabul è onnipresente, a qualsiasi livello. E non si fidano della confusione di quel periodo, tra vendette tribali, mercenari stranieri e autorità incerte. Aspettano di capire cosa succede. Stanno zitti per altri tre anni. E soltanto quando la situazione pare stabilizzata e il Paese sulla via della pacificazione, decidono di parlare. Ad aprile 2004 c’è la riconsegna ufficiale. Con un problema tecnico: le chiavi sono andate perse, bisogna scassinare i sei forzieri con una sega circolare. Quando si spengono le scintille, ricompare lo splendore: “E’ stata un’emozione incredibile – ricorda l’archeologo statunitense Fredrik Hiebert – Temevo di trovarmi davanti una massa di metallo fuso, invece erano intatti!”.

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Un miracolo. La lista è completa: 20.600 pezzi, nemmeno uno è andato smarrito. Il direttore Masoudi ricostruisce il museo con le sovvenzioni internazionali: riceve gli ospiti accanto al mappamondo, dono dell’ultimo re afgano, ammaccato per le esplosioni. Solo pochi reperti vengono esporti, per la gioia di rari visitatori, gli altri finiscono in moderne cassaforti. Nel giro di pochi anni, però, la situazione a Kabul riprende a peggiorare. Ricominciano gli attentati, c’è il rischio di rapine e soprattutto fa paura la corruzione, che dilaga in ogni palazzo del potere. Masoudi prende ancora una volta una decisione saggia: mandare gli ori più preziosi in tour all’estero. Un modo di raccogliere finanziamenti per realizzare un nuovo museo e soprattutto di affidare il tesoro in mani più sicure. Per tredici anni le meraviglie di Tillya Tepe viaggiano in tredici nazioni e vengono ammirati in Francia, Stati Uniti, Inghilterra, Germania. “La guerra ha distrutto così tanto, per questo tutto ciò che possiamo fare per mostrare la nostra civiltà antica – in patria e all’estero – ci rende orgogliosi”, dichiara Masoudi.


 

Chi conosce l’Afghanistan sa che il concetto di orgoglio non è retorico. E’ un pilastro dell’identità di questo popolo, sopravvissuto durante quarant’anni di orrore. Non è un caso, se il Paese viene chiamato la tomba degli imperi: britannici e sovietici, al massimo della loro potenza, sono dovuti fuggire da questa terra. E ancora oggi è l’orgoglio che spinge decine di migliaia di afgani a lottare contro i talebani, combattendo e resistendo praticamente da soli alla riscossa della violenza fondamentalista.

Dopo il ritiro americano voluto da Donald Trump, in queste settimane l’offensiva talebana si fa sentire anche nelle strade della capitale, con esecuzioni contro militari, giudici, attivisti, religiosi. Gli attentati ormai sono quotidiani. Più delle bombe e dei Kalashnikov, però, preoccupa la corruzione che divora le istituzioni del Paese. Un rapporto statunitense ha messo nero su bianco la vastità delle ruberie: dall’aeroporto di Kabul partono in continuazione valigie piene di dollari, portate all’estero dalla cleptocrazia che si impadronisce dei finanziamenti internazionali.

La questione in Parlamento

In questo clima di dissoluzione, l’intero Parlamento la scorsa settimana ha posto la questione del Tesoro: “Se la corruzione continua in questo modo, siamo certi che neppure quei gioielli saranno al sicuro”, ha detto il presidente Mir Rahman Rahmani: “Il governo è responsabile di questo saccheggio, come possiamo fidarci?”. “Il popolo non crede più nel governo e temiamo per la sorte del Tesoro”, gli ha fatto eco la deputata Niloofar Ebrahimi, medico e impegnata per i diritti delle donne: la sua è una famiglia antica, radicata nella regione ricca di lapislazzuli dove Alessandro il Grande fondò il suo regno. 

La soluzione? Pensare al domani salvando il passato. Qualunque cosa accada, l’Afghanistan continuerà ad esistere se la sua storia sopravviverà: una storia alimentata dall’incontro di popoli, culture e religioni diverse. Come gli ori di Tillya Tepe. Ed ecco la proposta del Parlamento, l’unica strada per garantire la sicurezza del Tesoro: mandarlo all’estero, nel caveau di una nazione amica. Aspettando che a Kabul torni il tempo della pace e della tolleranza.  



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