Afghanistan, la missione di Roma

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Sulla disfatta di Kabul tutto l’Occidente dovrà interrogarsi, cercando di imparare rapidamente dagli errori accumulati in un intero ventennio. In Afghanistan nel 2001 la Nato ha cercato di reinventarsi e dare un nuovo significato all’Alleanza atlantica dopo la fine della Guerra Fredda ma il risultato è stato una somma di debolezze politiche e militari, che hanno portato al drammatico epilogo di questi giorni. Nella riflessione globale è però importante fare il punto sul ruolo che l’Italia ha avuto dall’inizio della missione internazionale.

Nel novembre 2001 il voto del Parlamento con una larghissima maggioranza decise l’intervento in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti per distruggere le basi terroristiche dove era stato organizzato l’attacco alle Torri Gemelle e rimuovere il regime talebano che le aveva protette. In quelle settimane nei partiti e nell’intero Paese ci fu un dibattito con una partecipazione senza precedenti: per la prima volta nella storia della Repubblica si è parlato apertamente di guerra. Quella scelta, nata davanti all’orrore delle macerie di Ground Zero, non può essere messa in discussione.

L’impegno delle nostre forze armate, limitatissimo nelle poche settimane che hanno portato alla sconfitta dei fondamentalisti, è andato poi crescendo: il culmine è stato toccato nelle campagne del 2009 e del 2010 quando quasi cinquemila soldati hanno condotto le operazioni più grandi e complesse dalla fine del secondo conflitto mondiale. L’esperienza afghana ha rivoluzionato la nostra Difesa, obbligandola ad allinearsi negli equipaggiamenti, nell’addestramento e nelle tattiche agli standard Nato più elevati.

Il sacrificio di 53 donne e uomini in uniforme, oltre ai 700 rimasti feriti, – che ieri il premier Draghi ha definito “eroi” – ha permesso di rendere sicuri i territori affidati ai militari italiani: dal 2005 al 2018 nella regione sud-occidentale e a Herat, la terza città dell’Afghanistan, la minaccia talebana è stata ridotta al minimo. E lì sono rifiorite una partecipazione democratica e una crescita sociale, con pari diritti e accesso a tutti i livelli d’istruzione per le donne e ragazze, accompagnate dallo sviluppo di un tessuto imprenditoriale e commerciale dinamico: una rinascita favorita da 2200 progetti di cooperazione finanziati dalla Farnesina. Lì sono stati addestrati quasi 20 mila soldati di ogni etnia, inquadrati nel 207° corpo d’armata dell’Esercito Nazionale, che hanno combattuto con coraggio e con perdite pesanti per un decennio assieme agli italiani e per cinque anni da soli, fino alla resa della scorsa settimana.

Dal punto di vista operativo, si tratta quindi di un bilancio positivo: presenza armata e aiuti economici si sono tradotti in uno straordinario miglioramento delle condizioni di vita per la popolazione. E questo nonostante nella regione di Herat si intrecciassero gli interessi di vecchi signori della guerra, trafficanti di oppio ed emissari del confinante Iran. Il risultato ottenuto dall’Italia viene riconosciuto da tutti gli osservatori internazionali.

Grazie anche all’opera della Farnesina e dell’intelligence dell’Aise inoltre siamo riusciti più di altri a entrare nelle dinamiche della società e della politica afghana. Questa conoscenza delle istituzioni locali ha determinato le perplessità sulla decisione statunitense di ordinare il ritiro lampo. Più volte nei vertici Nato il ministro Lorenzo Guerini ha chiesto “continuità e coerenza” agli alleati, sostenendo la necessità di “non far sentire abbandonati gli afghani”. Una posizione, bisogna sottolineare, comune a quella tedesca e parzialmente a quella britannica e francese. Paesi che hanno dovuto accettare la scelta della Casa Bianca perché l’Europa manca di una “autonomia strategica”: non avrebbe potuto garantire i rifornimenti aerei e la raccolta di informazioni indispensabili per restare in Afghanistan senza gli americani.

Ora questi quattro governi stanno cercando di coordinarsi per costruire un’iniziativa comune a Kabul. Mario Draghi ha posto due priorità: il trasferimento all’estero dei collaboratori e la tutela dei diritti, soprattutto per le donne. Sono attività che richiedono azioni diverse – militare per le partenze di interpreti e assistenti; diplomatica per le trattative con i talebani – in cui l’Italia può aspirare a un ruolo di leader, grazie proprio a quanto abbiamo dimostrato concretamente negli scorsi vent’anni.
 

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