Afghanistan, non spegnere i riflettori sugli afghani che cercano di partire

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Non fermiamo gli aquiloni. Non spezziamo quel filo di amicizia e di speranza più forte dell’oltranzismo talebano. Vent’anni fa il romanzo di Khaled Hosseini ha reso gli aquiloni simbolo della volontà afghana di non rassegnarsi, raccontando chi era pronto ad attraversare il mondo per salvare un amico. Adesso la Storia si ripete e nessuno può chiudere gli occhi.

Il ponte aereo occidentale da Kabul è stato un successo logistico e operativo, ma resta un fallimento umanitario. Troppe le persone da portar via, troppo poco il tempo. La ritirata delle ultime truppe Nato ha lasciato a terra una moltitudine che deve lasciare il Paese, perché rischia di pagare con la vita la collaborazione con gli stranieri. Interpreti, militari, tecnici che hanno lavorato con i contingenti della Nato; medici, infermiere, segretarie impegnate con le ong internazionali; studenti e professori delle nostre università; giornalisti, avvocati e magistrati che hanno lottato contro criminali e terroristi; persino i familiari chi già abita in Italia. Persone che si sono impegnate per sostenere quei valori democratici che noi difendiamo e che per questo ora sono in pericolo. Tanti di loro avevano già i documenti in regola per espatriare e hanno tentato invano di raggiungere l’aeroporto. Altri sono rimasti intrappolati nelle città dove operavano le nostre truppe e i nostri cooperanti, come Herat: più vicina alla frontiera iraniana che non alla capitale. E tutti adesso hanno bisogno del nostro aiuto.

“Avevo i documenti per l’Italia, la bomba mi ha bloccato a Kabul”

Chi ce l’ha fatta

 

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Difesa, grazie all’operazione Aquila Omnia iniziata a metà agosto, l’Italia ha evacuato dall’Afghanistan 5.011 persone, di cui 4.890 cittadini afghani. Tra di loro, c’erano 1.301 donne e 1.453 bambini. Un successo che ha portato il ministro degli Estero Luigi di Maio a sottolineare come l’Italia abbia tratto in salvo il numero più alto di afghani tra i Paesi dell’Unione. Per riconoscerli tra la folla diplomatici e militari hanno fatto di tutto: le donne dell’organizzazione milanese Pangea hanno dipinto una P sulla mano, Ghazal che mostrava un cartone con la scritta “Tuscania”, come il reparto di carabinieri con cui aveva collaborato, le calciatrici con il fazzoletto rosso. Nell’imbuto per la salvezza, tanti altri però sono stati lasciati indietro. Come l’avvocata che difende le donne e che ora è barricata in casa: teme l’arrivo dei talebani e degli uomini violenti che aveva fatto arrestare, tutti tornati in libertà con il crollo delle istituzioni. Come il chirurgo che da dodici anni assieme alla ong Emergenza Sorrisi cura i bambini sfigurati dalle mine sparse ovunque in quarant’anni di guerra o affetti da malformazioni.

Fermati dalla strage

 

Il medico si era incolonnato con la sua famiglia nel fiume di persone in coda verso l’aeroporto: l’ambasciata li aveva convocati per giovedì pomeriggio, quando un quadrimotore era pronto a portarli in Italia. Poi l’attacco dell’Isis-K e la strage che ha obbligato tutti a tornare indietro. Quel giorno all’Abbey gate c’è una giornalista afghana che alla radio parla di diritti e denuncia ingiustizie. Il kamikaze di Isis-K si è fatto esplodere a pochi metri. Lei e il bimbo che porta in grembo sono riusciti a salvarsi dalla bomba, ma adesso sono chiusi in casa di amici: si teme che i talebani vogliano punirla per le sue denunce. Anna Maria Meli dell’associazione Cospe è in costante contatto con lei e con tanti altri: “Ci sono più di 70 persone vulnerabili che hanno collaborato con noi. Alcuni erano stati inseriti nelle liste ma non sono riusciti a partire; altri ci hanno contattato solo negli ultimi giorni. Sopravvivono nella speranza di non essere trovati dai talebani”. 

Ci sono le 81 studentesse che dovrebbero seguire il corso “Global Humanities” dell’Università La Sapienza di Roma e un centinaio d’altri allievi segnalati dai vari atenei italiani. Il ministero dell’Università sta aggiornando in continuazione l’elenco. E poi centinaia di afghani minacciati perché in Italia hanno familiari che lavorano per strutture di accoglienza. O addirittura cittadini italiani d’origine afghana che erano finalmente tornati a Kabul dopo il blocco dei voli per la pandemia e sono rimasti intrappolati lì. 

“Non più del 25 per cento dei nomi che avevamo inserito negli elenchi è riuscito ad arrivare in Italia” – rivela Silvia Stilli di AOI, l’associazione con la maggiore rappresentanza del mondo non governativo italiano della solidarietà, della cooperazione e del volontariato- “stiamo parlando di almeno un migliaio di persone che hanno bisogno di essere evacuate”. Per questo le reti che raggruppano oltre 200 Ong hanno chiesto un tavolo di coordinamento con la Farnesina, la Difesa e gli Interni: “il ministro Di Maio ci ha promesso di attivarlo, ma occorre agire in fretta. È già tardi. I talebani stanno andando casa per casa”.

Afghanistan, il chirurgo che collabora con la ong italiana: “Non potremo più salvare vite”

Un aiuto subito

Le autorità talebane in questo momento si sentono ancora deboli. Hanno preso l’impegno davanti alla comunità internazionale di lasciare partire chi ha i documenti in regola. E le Nazioni Unite gli hanno intimato di garantire “un passaggio sicuro” a chi deve espatriare. Adesso bisogna che queste parole si trasformino in soluzioni concrete: in corridoi umanitari verso le nazioni confinanti, come il Pakistan. In un nuovo ponte aereo gestito dall’Onu, che ha ripreso a usare l’aeroporto di Mazar-i-Sharif, giudicato più sicuro di quello della capitale. 

Ma la cosa più importante è che non si spengano i riflettori sul destino delle persone rimaste bloccate lì ed esposte alla violenza. La loro vita dipende anche dalla nostra attenzione e dal nostro sostegno.

Per questo Repubblica ha deciso di mettere a disposizione l’indirizzo e-mail a cui è possibile inviare segnalazioni:

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