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Al via i referendum sulla giustizia, ma la Lega giura fedeltà a Cartabia

La Republica News
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ROMA – Partito “di lotta e di governo” diceva Berlinguer ormai decenni fa. E adesso la Lega rispolvera la frase buttandosi nella campagna dei referendum sulla magistratura. Tenendo insieme quello che – almeno razionalmente – non dovrebbe proprio poterci stare. E cioè far parte contemporaneamente del governo Draghi e, con la Guardasigilli Marta Cartabia, fare le riforme della giustizia, e al contempo, in piazza, portare in Cassazione con i Radicali i sei quesiti referendari con tesi da sempre divisive. Bastino, tanto per citarne tre dei sei, quello sulla separazione delle carriere di giudici e pm, quello sulla responsabilità civile e personale dei giudici, quello sull’abolizione della legge Severino. Chissà perché, poi, si vuole eliminare quest’ultima legge che ha fissato un principio logico e razionale: chi viene condannato con una sentenza definitiva per una pena superiore a due anni non può rappresentare i cittadini in Parlamento e neppure in Europa, né stare al governo. Logico no? Per Lega e Radicali pare che non sia così. 

Ma tant’è. Da oggi – con i quesiti presentati in Cassazione – fino a quando la Consulta ne deciderà l’effettiva praticabilità, ci sarà tutto il tempo per valutare nel merito ogni proposta. Ma adesso l’interrogativo è un altro. E nasce dalla palese contraddizione che, con uno sforzo esplicativo, la senatrice Giulia Bongiorno – responsabile Giustizia della Lega, nonché avvocato di Salvini, nonché l’ex presidente della commissione Giustizia della Camera che negli anni caldi del governo Berlusconi bloccò il suo intervento repressivo sulle intercettazioni – cerca di far apparire un fantasma che alcuni vedono, ma che in realtà per la sua natura evanescente non esiste. Dice la Bongiorno in piazza Cavour: “Non c’è nessuno scontro in corso. Noi stiamo dicendo che la riforma Cartabia va nella giusta direzione. Parlare di scontro vuol dire non sapere cosa toccano i quesiti e cosa la riforma Cartabia, che sono cose diverse”. 

Giustizia, Lega e Radicali lanciano i sei referendum. Salvini: “Obiettivo: un milione di firme”. E cita Gaber: “Libertà è partecipazione”

È davvero così oppure Salvini e Bongiorno negano l’evidenza? Si può utilizzare, per rispondere, la reazione di un dem sempre equilibrato come il vice presidente dei senatori Franco Mirabelli: ”Per noi è il tempo delle riforme, di sostenere il lavoro del ministro Cartabia, non quello delle bandierine da piantare. È forse l’ultima occasione per cambiare e riformare la giustizia, sprecarla per interessi di bottega sarebbe imperdonabile”. Ma perché, secondo Mirabelli, i sei referendum hanno un inevitabile effetto nocivo? Perché si “rischia di rimettere indietro le lancette dell’orologio e ritornare al clima che da almeno 20 anni ha impedito in Italia la ricerca di risposte e soluzioni alle tante cose che non funzionano, preferendo il conflitto manicheo, utile solo per la propaganda, tra giustizialisti e garantisti, partito dei magistrati e partito contro i magistrati, eliminando ogni possibilità di incontro e confronto”. Nel Pd non tutti la pensano come lui, basta leggere quanto scrive sul Foglio Goffredo Bettini, il quale considera “condivisibili” il quesito sulla separazione delle carriere, quello sulla custodia cautelare, nonché l’abrogazione della legge Severino.

Ma un fatto è certo. Proprio alla vigilia dell’incontro in via Arenula tra Cartabia e i partiti sulla proposta di riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario del costituzionalista Massimo Luciano e del suo gruppo di studio, l’uscita movimentista della Lega suona come un evidente segnale: qualunque sia la proposta Cartabia, sul Csm, sulla prescrizione, sui tempi del processo, sulle regole che pm e giudici devono rispettare per garantire un processo giusto, non sarà sufficiente. E per questo bisogna andare in piazza e interrogare la piazza.  Una sfiducia in nuce. 



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