Allyson Swaby: “Raggiungere l’eguaglianza sul campo? E’ sulle mie spalle”

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Sarà il 23 la grande prova di Allyson Swaby. L’ex difensore della Roma, 26 anni, giocherà per la nazionale giamaicana nella Coppa del mondo. In perfetta forma la intercettiamo a Milano, poco prima della sua partenza per Sydney.

Come si sente? Non sarà facile la prima partita. Vì è toccata la Francia. 

«Sono felice. Lo so, sono molto forti e faranno un bel torneo. Spero che le Reggae Girlz saranno una spina nel loro fianco. La prima volta ci capitarono Brasile, Italia e Australia. Fu come il girone della morte, perdemmo tutte e tre le volte». 

Lei è nata in Connecticut da genitori giamaicani. Quanto è importante giocare per la Giamaica? 

«Molto, non solo per me ma per la mia famiglia. E poi con me giocherà mia sorella, Chantelle, il che è una esperienza unica». 

Quando ha deciso di diventare una calciatrice professionista?

«Ho sempre avuto la passione ma non sapevo se potesse diventare una carriera. È successo prima che ci qualificassimo lo scorso mondiale. E poi quando sono arrivata in Italia anche grazie ai fan. Ho capito che potevo vivere la mia passione sul campo. Ho accettato che il sogno fosse realizzabile e ora non mi vedo a fare niente altro». 

A giugno le Reggae Girlz hanno scritto una lettera aperta alla Jamaica Football Federation. Eravate molto deluse sulle condizioni di allenamento. E anche sugli stipendi. 

«Eravamo in Giamaica quando l’abbiamo scritta e siamo state in grado di sederci a un tavolo con loro. Diciamo che il dialogo continua, c’è ancora spazio per il confronto anche se è più difficile perché siamo concentrate sulle partite. Oggi ci troviamo nella stessa situazione della precedente Coppa del mondo quando non siamo state pagate per diversi mesi. In genere ci dicono di avere pazienza perché la nostra federazione è piccola e mancano le risorse ma vogliamo chiarezza». 

Cedella, la figlia di Bob Marley, vi sostiene da tempo.

«Sì, è la nostra madrina. È stata con noi i giorni scorsi ad Amsterdam. Ha contribuito tantissime volte finanziariamente o con altri mezzi. Ha pagato per i voli per l’Australia perché la Federazione era in ritardo. È un peccato dover contare su di lei così tanto ma in questo modo riusciamo a galleggiare». 

Lei ha giocato nella Roma per tre anni in difesa. Come è stata la sua relazione con la tifoseria? La seguono ancora tantissimo su Instagram, ha lasciato sicuramente il segno.

«Giocare in Italia mi ha fatto amare l’appartenenza a un club, lo stemma, l’emblema. È una delle cose che mi ha convinto a giocare in modo professionale, era il primo anno che la Roma aveva una squadra femminile. Per molti è stato realizzare il sogno di una vita. Ed è interessante che su Instagram a seguirmi siano al 60% uomini: significa che anche persone un po’ chiuse o che non avevano mai visto donne giocare stanno finalmente apprezzando la qualità e il valore del calcio femminile».

Quando ha iniziato a giocare a pallone?

«Avevo cinque, sei anni e mio padre giocava con me e mia sorella per divertirsi. I miei genitori erano super sportivi, mia madre giocava a netball. Quindi siamo cresciute vedendoli giocare. Crescendo c’erano solo squadre per ragazzi e ci ho giocato. È stata un’esperienza unica crescere in Connecticut e avere quella opportunità».  

Quanto si allena? 

«Adesso mi alleno tutti i giorni e mi sembra di non smettere mai. Forse la vacanza più lunga che ho fatto sarà durata cinque giorni. Quando sento il sacrificio? Quando mi guardo indietro e non sono riuscita ad andare al matrimonio di un’amica di infanzia o a vederla quando ha avuto un figlio. Ma sono sacrifici che faccio per qualcosa che amo. Sono scelte consapevoli che fanno tutte le giocatrici». 

Le dà fastidio che il calcio femminile non valga quanto quello maschile?

«Sì, è totalmente deludente come donna e come atleta perché so quanto impegno, tempo e passione ci mettiamo con le compagne di squadra. Sono gli stessi dei colleghi maschi. Ma dipende da noi spingere e spingere per raggiungere quel tipo di eguaglianza sul campo. È sulle mie spalle, sulle spalle dei colleghi e su quelle dei dirigenti. Ma credo che questo momento storico sia entusiasmante perché le cose stanno migliorando in modo esponenziale. Anche per quanto riguarda le sponsorship è evidente quanto gli atleti abbiano valore per i grandi brand e nella Coppa del mondo si vede quanto siano importanti anche le atlete. Gli investimenti stanno crescendo e come per tutte le cose bisogna investire per raccogliere i frutti». 

Come affronta la tensione?

«Non lo so. Credo di essere una persona che compartimentalizza. Cerco di dare assoluta attenzione a una cosa, una persona, un compito alla volta. E quando dirigi un team significa presentare ogni giorno in campo la versione migliore di se stesse, ispirare e motivare le compagne».

E il fallimento? 

«A volte fa davvero male e la sensazione di fallimento rimane più a lungo di quanto non voglia, ma fa parte dell’essere umani. A volte è proprio quello di cui ho bisogno per arrivare alla prossima fase. Insomma so che è normale, che può succedere e che è essenziale per migliorare».

Che cosa la motiva di più?

«L’ossessione di migliorare soprattutto quando ho lavorato sodo e vedo i risultati. Con l’esperienza cerco di raffinare il gioco e quando dopo settimane di allenamento ci riesco e mi dico “Gosh! L’ho fatto!” è entusiasmante. È quello che mi fa andare avanti».

Tra pochi mesi andrà a giocare per Paris Saint Germain, in prestito per sei mesi. Che differenza ci sono nello stile tra Italia, Francia, Usa e Giamaica?

«L’Italia è molto tattica, tecnica, gli Usa si concentrano sul gioco veloce. La Francia sta in mezzo. E la Giamaica che ha molti giocatori naturalmente atletici è simile agli Usa, ci concentriamo sulle transizioni e gli attacchi veloci». 

Lei distingue tra razzismo duro, esplicito, e razzismo soft. Questo lo ha sperimentato in Italia.

«Sì, ma credo che esista ovunque, dall’Italia agli Stati Uniti, si tratta di pregiudizi inconsci che abbiamo e che influenzano come ci comportiamo, come interagiamo con gli altri, le decisioni che prendiamo. Ed è la cosa più difficile da affrontare proprio perché non lo riconosciamo». 

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