Andare a vivere in campagna è un’utopia o stavolta facciamo sul serio?

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Carola è una bimba di tre anni che ha appena scoperto la passione per i trattori. Da luglio vive ad Arboleya, una piccola frazione di 30 abitanti, nelle Asturie. Prima abitava a Tetuán, un’area metropolitana di Madrid di 161.000 abitanti. Tomé, il fratello di Carola, ha sei anni e quella manciata di case gli piace, perché è libero di giocare. Oggi ha mangiato cocido, il tipico brodo con il lesso e i ceci. Fa freddo e Tomé soffia bolle di sapone nell’aria tersa dell’inverno.

– Anche a Madrid potevi giocare, però.

– Sì, ma qui posso uscire da solo a giocare.

A Ollauri (320 abitanti; La Rioja) grazie all’arrivo di parecchi bambini la scuola ha riaperto i battenti. Héctor, un ragazzino dalle ciglia lunghe e gli occhi profondi come l’anima, è uno dei nuovi arrivati. Ha nove anni e prima abitava in un appartamento al decimo piano ad Alcorcón, periferia di Madrid. Durante la pandemia i suoi genitori l’hanno dovuto portare dallo psicologo perché era convinto che sarebbe morto. A settembre hanno traslocato in questo paesino. Un mattino di dicembre l’ho visto seduto al banco, con i suoi nuovi compagni delle elementari, mentre costruivano insieme un albero fatto di cartoncini su cui scrivevano i loro desideri per Natale.

– E tu cosa’hai chiesto?

– Che nessuno della mia famiglia muoia. E poi il Cortex Challenge, un gioco di sfide di memoria.

Era una notte di ottobre quando Samara arrivò con suo padre, che a Valencia era disoccupato, a Villerías de Campos, una zona rurale di Palencia (Castilla y León, nel cuore della Spagna, la regione più estesa dell’Unione Europea) dove abitano 60 persone. Di quella notte ricorda che a mano a mano che la loro auto si approssimava alla destinazione il buio si faceva pesto, e lei era rapita dallo strano e rosso lampeggiare dei mulini a vento che producono l’energia eolica. Ha 12 anni. All’inizio temeva di avere difficoltà a inserirsi a scuola, ma è andata bene. Studia nel plesso Jorge Manrique di Palencia, a mezz’ora di strada in auto.

– Chi era Jorge Manrique?

– Non lo so, sono arrivata da poco…

– Hai voglia di cercarlo su Google?

– Sì, aspetta che mi avvicino alla finestra, per avere campo – mi dice nella sua stanza, cellulare in mano.

Sfiora con le dita la tastiera e legge che «Jorge Manrique fu un poeta castigliano del primo Rinascimento, e un uomo d’armi».

El Frago (50 abitanti; Zaragoza) venne fondato da Alfonso I il Battagliero. Gli Uruguagi – Verónica Giacoboni y Santiago Campiglia- sono arrivati qui dal Levante peninsulare a settembre. Hanno due cagnoline di razza Jack Russell talmente uguali che soltanto loro riescono a distiguerle, Mila e Arya, madre e figlia; la figlia porta il nome della coraggiosa eroina che uccise il Re della Notte nel Trono di spade.

Il 21 giugno ebbe termine il primo stato di allarme, la misura riconosciuta dalla Costituzione spagnola che limita alcune libertà fondamentali dei cittadini al fine di superare una situazione di emergenza. Cinque giorni dopo, Alona e Alberto saltarono sul loro furgone da campeggio e abbandonarono la villetta a schiera in cui vivevano in affitto sui rilievi montuosi che circondano Madrid, per iniziare una nuova vita in un’antica casa rurale di Muras (provincia di Lugo, Galizia), un comune di 642 abitanti che dalla metà del XX secolo ha perso l’80% della popolazione. Trascorsero la prima notte in tenda, nel cortile. All’alba sentirono i lupi. Li misero in fuga con della musica tecno.

Ana Moreno e Julio Albarrán, i genitori di Tomé e Carola, avevano già in mente di trasferirsi in campagna prima che succedesse «tutto questo». «Tutto questo» ha precipitato la decisione o, come dice Ana, «è stato un calcio nel sedere necessario e definitivo» per fare finalmente i bagagli e abbandonare la capitale per un posto sereno come Arboleya.

Dallo scorso marzo quante persone avranno fatto la stessa cosa? Da che luogo a che luogo? Per quali motivi?

Non ne abbiamo idea. Quel che abbiamo è un cumulo di indizi che non sappiamo se possano o meno essere indizi concreti di un processo che in Spagna si dovrebbe innescare: l’equilibrio strutturale – e spirituale – tra mondo urbano e mondo rurale, in un paese in cui 41 dei suoi 48 milioni di abitanti vivono concentrati nel 30% del territorio. Ci arrivano segnali suggestivi – come la faccia estasiata della tua amica che ti manda un selfie dal paesino d’origine della sua famiglia, mentre tiene in braccio il figlio neonato, pacioccone; si è trasferita lì in telelavoro, e tu, in città, vedendo la foto pensi: «Voglio un paesino e un figlio pacioccone». Poi disponiamo di altri segnali, obiettivi ma non troppo diffusi: iniziative dei Comuni che tentano di attirare popolazione giovane offrendo un buon collegamento a internet; dati come quelli registrati da Idealista, che parlano di un aumento della ricerca di case nei Comuni con meno di 5.000 abitanti (il 14,8% del totale delle richieste nel novembre scorso, rispetto al 10,1% di gennaio 2020); l’impennata di istanze inviate per traslocare in un paese che ha attivato il Proyecto Arraigo (Progetto Radicamento): 2.000 in 10 mesi, tante quante quelle ricevute negli ultimi 4 anni, da quando l’iniziativa per fomentare il ripopolamento ha preso il via. L’Istituto Nazionale di Statistica ha dichiarato a El País Semanal di avere in progetto, per i prossimi mesi, lo studio dei movimenti della popolazione dalle città alle campagne che potrebbero essere avvenuti durante la pandemia. Analisi di questo tipo appaiono indispensabili per dotare di fondamento le strategie della Segreteria Generale per la Sfida Demografica (Secretaría General para el Reto Demográfico), creata nel 2020; l’organo specifico di rango più alto nella storia del Governo centrale.

Passa un abitante, lungo un sentiero di Arboleya.

– Crede che la campagna tornerà attiva?

– Io non potrò esserne testimone, ma sono convinto che non ci siano altre vie d’uscita-, risponde.

C’è infatti la questione ambientale, quella delle grandi città (sempre più care, più piene di diseguaglianze, più sature), la dipendenza dai cellulari e tutta quella specie di convulsione esistenziale che il XXI secolo sta dimostrando di essere, e che toglie il respiro alle persone. Non riusciamo a respirare per l’ansia e non riusciamo a respirare per il virus, che sembra la materializzazione patogena dei nostri tempi.   

Carola e Tomé hanno un’amica che si chiama Selma e che abita nel paesetto vicino. Selma ha vissuto a Città del Messico e anche se lì le piaceva da morire andare al cinema – non può certo dimenticare il pomeriggio in cui andò a vedere Zootropolis, interpretata dalla coniglia poliziotta Judy Hopps -, qui c’è qualcosa che le piace ancora di più: «L’aria pura».

Ana e Julio, lei un’artista tessile quarantenne, lui un fotografo di 37 anni, si sentono sicuri della decisione presa. «Siamo arrivati con dei dubbi, ma è un posto incredibile. A volte rimango a bocca aperta mentre guardo dalla finestra e mi chiedo se un giorno mi stuferò», dice lei nella loro ampia casa da 400 euro di affitto al mese con vista sui Picos de Europa, la catena montuosa che segue la costa nord della Spagna. «Sai però cosa mi manca, ogni tanto? Un colpo di telefono al Burger King».

La terra, nella zona di Haro, è un susseguirsi di toni ocre, bruni, rosseggianti. Hanno il peso metafisico di una tela dipinta – un quadro di Rothko, o il Cane interrato nella rena di Goya – e danno vini buonissimi. «Qui per 80 centesimi bevi un bicchierino che a Madrid ti costerebbe 3 euro», dice Javier Ruiz nella piazza di Ollauri, il paese da cui se ne andò via sua madre per vivere in città negli anni Sessanta e dove lui è tornato con la famiglia, in fuga da quella stessa città. «Non avrei mai pensato di poter venire ad abitare qui…», dice riflettendo a voce alta davanti alla facciata di una casa nobile, ornata di stemmi in pietra arenaria scolpiti da suo nonno Carmelo, che era scalpellino.

Troppe settimane rinchiusi in quattro in un appartamento insieme alla notizie della pandemia. Héctor iniziò a dire di non voler mangiare, di avere una spina conficcata in gola che non andava giù. Il medico disse che era ansia. Trascorsero l’estate a Ollauri, nella casa della nonna di Javier, ormai scomparsa, e il bambino si sentì meglio. In settembre fecero ritorno ad Alcorcón per l’inizio della scuola, ma provarono panico al pensiero di rimanere confinati lì di nuovo. Fecero le carte sia per iscrivere Héctor alla scuola elementare di Ollauri che per la scuola media della figlia Paula, che ha 13 anni e va a lezione ad Haro, una cittadina poco distante. Per sfruttare al massimo lo spazio dell’auto durante il trasloco, Leticia García propose al marito di pigiare per bene gli indumenti nei sacchi da 30 litri per la pattumiera. 

– Quando hai visto casa tua con tutti quei sacchi, come ti sei sentito?

– Contento, risponde Héctor.

Di Madrid gli mancano la metro e i treni. La domenica i suoi genitori lo portavano nella metro fino alla stazione di Atocha e lì, da un sovrappasso, lui si godeva l’andirivieni dei treni ad alta velocità. Il buon livello di inglese raggiunto nella scuola bilingue che frequentava lo mantiene grazie a due ore a settimana di conversazione telematica con bambini di altri paesi, organizzate da un insegnante dalle Filippine. 

Paula non era del tutto convinta della faccenda di andare ad abitare in campagna, anche se l’unica cosa che davvero le seccava era di doversi allontanare dalla sua amica Andrea. Per lei però, nel complesso, la vita ad Alcorcón non aveva grandi attrattive: «Non facevo niente, eccetto rimanere in casa a leggere o a suonare il pianoforte», dice. Qui invece ha un gruppo di amici e usa meno il cellulare, anche se non rinuncia a seguire quotidianamente su Tik Tok Ayton, un influencer diciassettenne di cui apprezza soprattutto «i capelli»

Ad Alcorcón la mamma di Paula lavorava come parrucchiera in una casa di riposo. Insieme alla pandemia arrivò il licenziamento. A Ollauri e dintorni, però, non ci ha messo molto a trovare lavoro assistendo a domicilio persone anziane. Per adesso Leticia preferisce questa nuova vita, perché in città «la gente si fa solo gli affari suoi». Dopo qualche settimana dal trasloco è morta sua madre e lei ha sentito il sostegno della gente del paese. Il vecchio rito delle condoglianze.

La fibra qui è arrivata l’anno scorso, e così Javier lavora senza problemi come programmatore per la sua azienda di Madrid dalla sala da pranzo di sua nonna Constantina. Scrive codici sulla stessa tovaglia cerata di quando da bambino faceva visita alla nonna e mangiavano minestra di fagioli alla navarra. Munito di notebook a cui ha collegato uno schermo da tavolo e un mouse wireless che ha appena ricevuto per posta, ha accanto a sé due pappagallini in gabbia e dice di stare «da Dio» in quella stanza, anche se deve ricordarsi di far sparire da un mobile un orrendo scoiattolo impagliato che a sua nonna piaceva molto.

– Mamma, mi fai il latte con i cereali?

– I cereali sono finiti. Vuoi del Nesquik?

– Ok, ma mettici un bel po’ di zucchero.

David è il più grande. Ha 15 anni ed è quello che meno voglia aveva di trasferirsi da Valencia a questo paesino ventoso chiamato Villerías de Campos. A lui piaceva andare in giro con gli amici, pantaloni attillati e giacca argentata luccicante, il suo look. «I primi giorni qui mi sono sentito parecchio oppresso», dice. «Rimanevo da solo e non uscivo di casa, ma mi sto abituando». David ha un senso estetico molto forte e una fonte di frustrazione, quando arrivò qui, fu che a Palencia, la cittadina più grande della zona, non gli tagliassero i capelli come voleva: «Me li hanno tagliati tutti; io invece volevo che me li scalassero e che davanti mi lasciassero una frangetta corta».

A Samara, la secondogenita, piace che a Villerías non ci siano tante auto né tanto rumore come e Valencia, «è una figata»; di Valencia le piacevano invece l’estate e la festa de Las Fallas, «perché c’è gente ovunque». La terzogenita è Tatiana, ha 10 anni, e dice che la sua città era «molto carina perché c’erano un sacco di bambine», anche se adesso ad Ampudia – a un passo da Villerías – ha una compagna di classe che si chiama Alba e che le sta simpaticissima perché assomiglia a Lucía, la sua migliore amica di Valencia, «e pensiamo le stesse cose». In paese i suoi posti preferiti sono «lo stagno delle rane» e il campo da calcio in cemento, dove gioca le partite insieme ai genitori e ai fratelli, tra cui la più piccolina, Carmen, che ha cinque anni e insiste per essere intervistata come gli altri e dice tutto d’un fiato «A me piace giocare con il vento, ma non mi deve piacere perché altrimenti ci prendiamo il raffreddore».

Tatiana Arenas ha 33 anni e suo marito, David García, 35. Lei era cuoca in un ristorante ed è stata licenziata a marzo; lui aveva perso il lavoro due anni prima e da allora non è più riuscito a trovarne uno fisso. Prima lavorava da padroncino per un’azienda che produce frutta secca, Churruca. «Caricavo per la Turchia containers pieni di chicchi di mais tostati. I turchi ne vanno matti», dice. Racconta di aver trascorso i primi mesi della pandemia facendo lavoretti in un’autofficina, per tentare di aggiungere al sussidio di disoccupazione della moglie una cifra che consentisse almeno di sfamare i figli. Non riuscirono più a pagare l’affitto. Un giorno a Tatiana venne in mente di cercare informazioni sui paesini che avevano bisogno di famiglie giovani e trovò Proyecto Arraigo, l’iniziativa a fini sociali diretta da Enrique Martínez e da sua figlio Juan – entrambi ingegneri -. I Martínez li misero in contatto con Mariano Paramio, sindaco di Villerías, produttore di uno squisito formaggio di pecora churra e uomo con un solo obiettivo nella vita: «Fare in modo che il nostro paese sia un paese vivo». Paramio ha vissuto durante l’infanzia l’esodo rurale e sostiene che più di mezzo secolo dopo inizia a fare capolino un «cambiamento di percezione» rispetto a quel traumatico rifiuto della campagna, che torna  così ad acquistare valore. I figli di coloro che se ne andarono – riflette – vengono in vacanza qui sempre più spesso e ristrutturano le case perché vedono quanto si divertono i bambini, cioè i nipoti e i pronipoti delle persone che emigrarono nelle città per il bene dei propri figli-. «È una specie di spirale che molto lentamente inizia a girare al contrario», osserva.

A Villerías è appena stata ristrutturata l’antica canonica, e David e Tatiana avevano quattro figli: una manna in un paese dove nelle zone rurali i minori di 15 anni sono il 12,4% della popolazione, gli over 65 il 23,8% e l’indice di vecchiaia negli ultimi anni è aumentato del 30%, secondo i dati ufficiali. Così Villerías ha affittato per pochi soldi la canonica e ha offerto lavoro alla coppia: lui è messo comunale e lei gestisce il bar del Comune. Tatiana arrivò con le due bambine piccole in un’auto presa a noleggio e stracarica di borse di latte, legumi, salsicce e pollo che il pastore evangelico della sua parrocchia di Valencia le aveva regalato. Espertissima nell’arte di cucinare la paella, a Villerías de Campos ha imparato a fare la zuppa d’aglio; recupera poco a poco il tempo che prima non è riuscita a dedicare ai figli e ormai guarda pochissimo i programmi di gossip alla tivù. «Io in questa vita ho sofferto tanto, e siccome credo al karma ho sempre pensato che mi doveva succedere qualcosa di grandioso. Immaginavo che avrei vinto al lotto, o qualcosa del genere, ma l’altro giorno dicevo a David: ‘E se tutto ciò fosse quel che di buono ci doveva capitare?’».

Mentre Javier Ruiz, a Ollauri, ha la fortuna di poter contare sulla «fibra 100 Mega», José Ramón Reyes sopporta la croce di una connessione precaria, nel suo paesino, El Frago, un magnifico angolo medievale che si erge su una rupe dell’Aragona. Tesserato del Partito Comunista dall’età di 14 anni, una domenica mattina il sindaco fa questa riflessione: «Se Marx riconobbe il potenziale dell’energia elettrica per cambiare il mondo, chissà cosa avrebbe detto di internet». Sono circa le dieci e nel bar risuonano gli sbuffi di vapore della caffettiera che Santiago Campiglia sta maneggiando.

Da queste parti Gli Uruguagi sono lui e la sua compagna, Verónica Giacoboni perché, effettivamente, vengono dall’Uruguay. Lasciarono Montevideo nel 2018. Nelle periferie le cose stavano prendendo una brutta piega, e quando la madre di lei fu vittima di un’aggressione non riuscirono a sopportare oltre. «La colpirono alla testa con una spranga di ferro e le spaccarono tre denti», dice Verónica. Emigrarono in Spagna e lavorarono nel settore turistico a Xàbia fino alla pandemia. Rimasero senza entrate e pagavano un affitto alto. «L’unica forma di aiuto che ricevevamo erano i 30 euro del Comune per fare la spesa al supermercato Masymas», racconta Santiago. Grazie al Proyecto Arraigo scoprirono la possibilità di trasferirsi a El Frago con un affitto alla loro portata e prendendo in gestione il bar della madre del sindaco. «E i vicini ci hanno accolto alla grande», aggiunge. I clienti sono sempre gli stessi e in soli due mesi il Bar 4 Reyes funziona come se Gli Uruguagi lo avessero sempre gestito. Sanno, per esempio, che Domingo beve solo birra analcolica mentre a Eladio, il pastore di capre, piace la Fanta servita nel bicchiere a tubo «e con un goccetto di vino».

Verónica e Santiago sono «contenti», nonostante stiano tutto il giorno nel bar. Quando può, a lei piace lavorare a maglia o fare la siesta. Per lui invece è importante il fatto che adesso la loro economia domestica sia più sostenibile. E anche che l’aria sia «sanissima»: quando va a correre si sente davvero ben ossigenato. Prima di azzardarsi a entrare nel bosco, però, ha chiesto se c’erano orsi. Eladio è diventato il suo maestro nell’imparare le cose del posto e un pomeriggio l’ha portato a conoscere i funghi commestibili: «Lattaioli, cardoncelli, morchelle…», dice il pastore.  

Oltre agli Uruguagi, in ottobre a El Frago sono arrivati Nando González e Noemí Abad, una coppia di Santander (Cantabria) -corriere lui e insegnante privata di inglese lei – sfiniti dalla città e impauriti dal virus, perché lei soffre d’asma. «Io non ne potevo proprio più» confessa Nando che, seduto in piazza, ben imbacuccato e con una birretta in mano, emana pura gioia.

Un’altra nuova abitante è Marina Joven, terapista occupazionale i cui nonni acquistarono tempo fa una casa a El Frago. È arrivata la scorsa estate e le piacerebbe rimanere ma siccome lavora in presenza con i suoi pazienti pensa che sarà costretta a tornare a Saragozza. Marina si muove su una sedia a rotelle a causa di un’algodistrofia, una malattia neurologica che provoca forti dolori. Uno degli effetti benefici di vivere in paese, racconta, è che se le viene una crisi si riprende più in fretta. Parla del silenzio, di dormire meglio, del vicino che ti bussa per sapere come stai, della testa che «corre sempre a duemila all’ora», ma se hai a portata di mano le montagne per uscire a meditare per un po’ è un sollievo, e del crocchiare della brina al mattino «che ti regala il suo suono».

Regalare, una parola dall’etimo sottile, in spagnolo, dal latino regelare, «sciogliersi come il gelo», dice il dizionario.  

– È un’utopia venire a vivere in campagna?

– In questo preciso momento sì, risponde, ma alla mia generazione è una possibilità che interessa sempre più, e lo Stato ne sta tenendo conto. Sono una che crede che la società faccia passi avanti, e che si vada verso questa scelta.

Marina ha impartito seminari sull’uguaglianza, a El Frago, e ha avuto qualche battibecco con la madre del sindaco, Celia, conservatrice, ma nemica del machismo. Santiago, che in Uruguay praticava il kickboxing, ha organizzato un corso di difesa personale e Celia spiega che consisteva nell’imparare a picchiare un possibile aggressore «e lasciarlo stramortito». Ricorda i tempi in cui la popolazione era dieci volte più numerosa di adesso e a scuola studiavano in aule separate, con l’Enciclopedia Álvarez (l’enciclopedia approvata dal regime franchista, N.d.T.) come testo per tutti e, oltre a questo, le bambine imparavano le attività domestiche mentre i bambini lavoravano nell’orto. Negli anni Sessanta, racconta, «si iniziò a usare il trattore e le macchine, e molta manodopera non era più necessaria, così tantissima gente andò in Francia o a Saragozza. Molti uomini rimasero solo perché possedevano un fazzoletto di terra ed erano molto legati al posto, ma le donne andarono a servizio, e così da tutti quegli scapoli ha avuto origine l’enorme spopolamento di adesso».

Crede che sarà molto difficile che El Frago torni a essere un luogo pieno di vita come quando era bambina, anche se suo figlio, il sindaco, «sta facendo di tutto e di più».

Tutti gli abitanti hanno cooperato alla ristrutturazione dell’abbazia e José Ramón prevede che ci vada a vivere una coppia di Soria (Castilla y León) con sette figli. Spera anche che arrivi un’altra coppia da Siviglia, con altri quattro bambini. In questo modo il sindaco potrebbe riaprire la scuola, che è il suo principale obiettivo. «Senza bambini il paese non esiste» dice, sfoggiando una maglietta con il Che Guevara.

Per Verónica Giacoboni significherebbe avere nuova clientela con cui cercare di spingersi oltre gli hamburger e le pizze artigianali della sua offerta gastronomica. «Con le persone di una certa età è difficile. Se faccio la pasta con le polpette dicono che è una cosa strana, che ‘Prima la pasta e dopo le polpette’. E non va bene nemmeno se infilo le zucchine nel soufflé, perché le zucchine vanno nella minestra. Iniziai a fare il pan di Spagna e non lo volevano, perché secondo loro si deve mangiare solo nei compleanni; allora con la stessa pasta ho fatto dei muffins, e quelli sì li ordinano di più, insieme al caffè». Veronica fa uno sforzo interculturale per mescolare la cucina uruguagia con quella locale, anche se ha avvisato i clienti che se non si adeguano inizierà a servire solo gambi di borragine, il tipico ortaggio dei monasteri dell’Aragona.

Alona Litovinskaya mi fa vedere sul cellulare le foto di quando era una manager sui tacchi a spillo.

—I was like a bullet —dice sorridendo. Ero una bomba.

Ma era già trascorso abbastanza tempo da quel periodo quando conobbe Alberto Pérez Gordillo a un festival di musica trance nella zona montagnosa de Las Hurdes, nell’Estremadura. Lui la vide, le chiese se aveva da accendere e lei rispose di sì: fu nel 2018 quando nacque questa coppia improbabile, lui di Mérida, nel sud della Spagna, lei di Kazàn, capitale della repubblica russa del Tatarstan.

Andarono in cerca di vita rurale a Miraflores de la Sierra, ma una villetta a schiera a un’ora da Madrid non si rivelò una scelta soddisfacente e così nel 2019 si misero in viaggio verso il nord, alla ricerca di «qualcosa di selvaggio». Girovagando per la Galizia videro in una web l’annuncio pubblicitario di una casa rurale disabitata da anni; la visitarono e capirono che aveva tutto ciò che desideravano: accessibile da una stradina asfaltata; acqua che sgorga da una sorgente tra le rocce lì accanto; tutte le carte in regola e nessuna presenza di altri esseri umani nel raggio di oltre un chilometro. Non importava che fosse «semidiroccata», come la definisce Alberto. La acquistarono e tornarono a Miraflores con l’idea di ristrutturarla poco a poco, con calma; i loro piani però si sgretolarono sotto il peso del confinamento e i due si trasferirono a Muras appena fu loro possibile. Abitano da sei mesi in questa casa colonica del XIX secolo, situata su un verde pendio che declina sulla riva di un corso d’acqua; vicino al fiumiciattolo c’è soltanto un’altra casa, abbandonata da decenni e nella quale Alona percepisce la «presenza di energie».

-Quando siamo arrivati era tutto un caos – dice-. È un caos anche adesso, ma abitabile.

Sono già riusciti a risistemare in modo accogliente – rimane solo qualche macchia di umidità la parte un tempo occupata dal fienile. Il materasso su cui dormono è per terra, avvolto tra piumoni: due sopra e uno sotto. Si scaldano grazie a una cucina economica. Dispongono di buon chorizo (tipo di salame) e buon formaggio della zona. Non hanno, invece, una buona connessione a internet. Alberto, che è un fonico, ha appeso sulla tenda che ripara il balcone un sacchetto del supermercato che contiene un vecchio cellulare che funge da antenna e capta il segnale 4G, e con il bluetooth riescono ad avere campo all’interno. Alona dice che se in un posto del genere ci fosse una connessione di qualità i suoi amici techies di San Francisco, dove ha vissuto dopo Kazàn e Mosca, sarebbero ben contenti di andarci ad abitare. Lei sogna di allestire vicino a casa dei «progetti di musica immersiva». Lui, che ha lavorato per sette anni a Barcellona e per altri sei a Madrid ha il desiderio di continuare a vivere la propria vita qui, quando «tutto questo» ammainerà, «magari andando a lavorare per brevi periodi in città».

Adorano stare in mezzo al nulla e al tempo stesso essere a pochi minuti dal paese principale. Vanno spesso a fare spese oppure a pranzo al ristorante O Santi, che ha un fantastico menù a 10 euro e oltretutto riceve per loro i pacchi. Oggi Alberto ha ordinato lenticchie di primo e baccalà alla cipolla di secondo; Alona un’insalata e poi merluzzo scottato e patate lesse. E poi lei tornerà a casa con un gilet ordinato da Zara e lui con una motosega a benzina comprata su Amazon. Amancio Ortega e Jeff Bezos non ci credono che esista una Spagna vuota
(Copyright El País/Lena – Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Monica Rita Bedana)

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