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Ansia da Zoom: è tutta questione di luce

La Republica News
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IN principio era Barbara D’Urso, la sua anomala luminescenza televisiva. Perché tutto quello splendere? si domandava qualche ingenuo spettatore che, al contrario di Barbara, non sapeva ancora il senso di quel bagliore accecante. Perché leviga la pelle, e toglie qualunque imperfezione, ecco la risposta. Ma tanto, ormai, lo sappiamo tutti.

Poco meno di un anno fa, effettivamente, ci occupavamo a malapena di procurarci uno sfondo adeguato: per le riunioni di lavoro, le lezioni e le interviste. Il boom delle inquadrature con le librerie alle spalle, ve lo ricordate? Pigiama e pantofole, sotto. Impeccabili e colti, sopra. Era una fase transitoria, tuttavia. Ci  auguravamo – anzi, lo credevamo fortemente – che nel giro di qualche mese saremmo tornati nelle aule, in ufficio, sul palco, al ristorante, a incontrare le persone dal vivo, a guardarle in faccia. La loro faccia, non la nostra. E invece no.

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E invece siamo ancora qua: su Zoom, su Instagram, su WhatsApp, Facebook, e Skype. In diretta, spesso. A fissare il nostro viso in un riquadro, in uno schermo. Come in uno specchio perenne, con la differenza che quello che vediamo riflesso non è privato, ma di tutti. Le rughe, le occhiaie, le borse, gli zigomi calanti. Questo abbiamo imparato a notare, a monitorare da vicino, a disprezzare. Così, guarda caso, l’anno del Covid ha registrato un deciso aumento di interventi di chirurgia plastica: del 30%, per la precisione. Mentre uno studio del Washington Post ha rilevato un impressionante 90% in più di americani ricorsi a iniezioni di filler e botox, perché preoccupati, questa la motivazione, di come vengono in video.

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Ed ecco perché abbiamo chiamato in causa Barbara D’Urso. Perché l’oggetto più venduto del momento, ovunque, è proprio quello che tenta di riprodurre lo stesso fulgore, ormai leggendario, che la conduttrice ha lanciato anni fa. Per ottenere quell’effetto lucidato, e un po’ etereo, abbiamo comprato tutti, o quasi, il ring light. Un anello di luce, con un porta smartphone al centro. Una vera e propria aureola (ne esistono decine e decine di modelli, alla portata di qualunque tasca) da cui, come in un miracolo, lasciarsi accendere e perfezionare. I primi sono stati gli attori, che hanno dovuto far ricorso a dei set improvvisati per i self tape (l’equivalente, fatto in casa, del provino) da inviare ai registi. Subito dopo, sono arrivati Youtuber e TikToker. Influencer, cantautrici e cantautori, scrittrici e scrittori. Poi, chiunque abbia uno smart working da portare avanti. Fra conference call (guai, ormai, a chiamarle riunioni), corsi online e videochiamate. Infine, tutti gli alti.

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E mentre il Covid spegne qualunque certezza, facendoci apparire lontana la famosa luce in fondo al tunnel, l’altra luce, quella del ring light, illumina almeno la nostra vita virtuale. Che virtuale, ormai, non è più.

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