Antonio: “Il sì al suicidio assistito mi ha fatto tornare la voglia di vivere ancora”

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«Quando ho deciso? Alla vigilia del suicidio assistito. È stato come aprire gli occhi e accorgersi che c’è il sole. Adesso che sono libero, adesso che ho la chiave per uscire dalla prigione del mio corpo, perché non vivere un giorno ancora? Nessuno potrà togliermi domani il diritto di mettere fine alle mie sofferenze. Così, per adesso, ho scelto di restare».

Antonio parla forte e chiaro, sorride, anzi scherza, come sempre. Si collega dalla sua casa nelle Marche per raccontare la sua dirompente e umanissima scelta. «La mia famiglia ha fatto una festa, mia madre piangeva, gli amici mi abbracciavano».

Quarantaquattro anni, tetraplegico, immobilizzato dal tronco in giù dopo un gravissimo incidente di moto nel 2014, Antonio, così ancora si fa chiamare, era stato il secondo paziente in Italia, dopo “Mario”, cioè Federico Carboni, morto a Senigallia nel giugno del 2022, ad ottenere dall’Asur Marche, assistito dall’Associazione Luca Coscioni, il via libera al suicidio assistito, secondo le regole decise dalla Consulta nel caso di Dj Fabo. Doveva accadere a ottobre, era tutto pronto. I documenti, il medico, i tanti addii.

Antonio, lei ha lottato con tutte le sue forze per ottenere il diritto di morire. Poi ha scelto invece, felicemente, di continuare a vivere. Le sue condizioni sono migliorate?

«No, purtroppo lentamente peggioro ogni giorno. Presto perderò del tutto il poco uso delle braccia che mi resta. I dolori sono forti. Ma è come se nella mia testa si fosse accesa una luce: sono un uomo libero di vivere e di morire. Fin dall’inizio della mia battaglia sia Filomena Gallo che Marco Cappato me lo ripetevano sempre: puoi cambiare idea fino a un istante prima di compiere il gesto».

E lei ha cambiato idea. Perché?

«Anche se sono peggiorato rispetto a un anno fa, non mi sento più in prigione. Vi sembrerà pazzesco ma sapere di poter morire ti fa riscoprire la vita, è la medicina palliativa più forte di tutto. Per questo ci vorrebbe una legge sul suicidio assistito, sull’eutanasia. Pensate quante persone come me, pur soffrendo, potrebbero sentirsi più serene sapendo di poter interrompere quelle sofferenze. In me non è cambiato il corpo, ma la testa. Non sono più depresso. Ogni attimo mi sembra prezioso».

Racconti questi attimi.

«L’odore del mare, una birra con gli amici, sentire un concerto, un buon pezzo di hard rock, la gioia di mia madre nel vedere che sono ancora qui. I miei genitori avevano accettato la mia scelta di morire, ma con un dolore enorme».

Un anno fa lei aveva ancora molti progetti. Li aveva definiti gli ultimi desideri. Quanti ne ha realizzati?

«Alcuni. Come tornare a correre in pista con la mia nuova auto. Mi dà un enorme senso di autonomia anche se devo essere aiutato a salire e scendere. Sto continuando a progettare il deltaplano con cui vorrei ancora volare. Sogno la fioritura su Castelluccio vista dall’alto».

Tra le motivazioni che la spingevano a chiedere di morire c’era il dover dipendere dagli altri. Anche per un bicchiere d’acqua.

«Nulla è cambiato, ho bisogno di continua assistenza, per le funzioni primarie come per poter andare a un concerto. Ma adesso, con quel passaporto in tasca, mentalmente riesco a dare un senso alle mie sofferenze. Presto avrò un nuova carrozzina che mi permetterà di avere una posizione eretta e magari al supermercato riuscire a prendere i prodotti anche sugli scaffali più alti. Le patatine, ad esempio».

L’ironia non l’abbandona.

«Mai. È la mia forza. Sa come ho festeggiato la mia scelta di rinviare la morte? Mi sono fatto un altro grande tatuaggio sul braccio, un puzzle che racconta i tanti pezzi della mia vita. Con una frase: “L’arte di saper vivere consiste nell’avere gli occhi di chi ne ha viste tante e il sorriso di chi le ha superate tutte”».

Uno di questi pezzi è l’incidente del 2014.

«Correvo. Correvo troppo e sempre. Prendevo il casco e andavo. La colpa è soltanto mia. La velocità è una passione pericolosa. Però la mia moto era meravigliosa. Ne ho un modello uguale proprio dentro casa, al piano di sopra».

Una casa domotica che lei ha progettato sulle sue esigenze di persona disabile.

«Facevo impiantistica, conosco la tecnologia. La casa è perfetta. Ci sono i resti della mia vita di prima. Una chitarra per quando potevo usare le mani. La moto che mi ricorda i viaggi. Ma non basta. Ero in una cella lo stesso. Fino a che non ho vinto contro l’Asur Marche e ottenuto il via libera al suicidio assistito. Per questo voglio lanciare un appello in nome di chi si trova nelle mie condizioni».

Quale appello Antonio?

«Si facciano leggi regionali sul suicidio assistito, secondo la sentenza Cappato, così come chiede l’Associazione Coscioni. Quanti malati potrebbero così sentirsi più liberi. Più liberi anche di vivere».

Pensa al futuro?

«Il mio futuro è fatto di un giorno dopo l’altro in cui assaporo ogni dono che la giornata mi offre. L’aria, la luce, l’odore del caffè. Piccole, enormi cose».

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