Arena Robinson, il prof e i suoi figli venuti da lontano: storia di un’accoglienza possibile

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Si può fare. La storia di Antonio Calò e di sua moglie Nicoletta, lui prof e lei maestra di un piccolo centro del trevigiano, quattro figli, che ad aprile del 2015, dopo l’ennesima strage del Mediterraneo, hanno deciso di aprire la porta di casa a sei ragazzi migranti, è diventata un libro (scritto da calò e Silke Wallenburg) ma soprattutto una testimonianza che scardina tutti i pregiudizi: “L’accoglienza è una risorsa e un’opportunità – dice Calò ospite all’Arena Robinson nel secondo giorno di Più libri più liberi – e adesso la nostra esperienza sta diventando un progetto europeo. La nostra storia può diventare tante storie ma bisogna che ci sia una nuova narrazione dell’immigrazione”.

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Calò racconta che dopo la strage del Mediterraneo è tornato a casa e ha guardato sua moglie: “Dobbiamo fare qualcosa”. Hanno risposto all’appello delle prefetture e, attraverso una cooperativa, hanno accolto in casa sei ragazzi che erano arrivati dall’Africa sub sahariana. Una rivoluzione.Calò li chiama “i miei figli venuti da lontano” e racconta di quando a chiesto loro com’era stato il viaggio verso l’Italia: “Uno si è alzato la maglietta e si è abbassato i pantaloni e io ho visto sul suo corpo i segni che aveva lasciato la detenzione in Libia”.

Calò racconta l’organizzazione della settimana: scuola, attività sportive, preghiera in moschea e, un pomeriggio a settimana, attività di volontariato a disposizione della collettività. L’organizzazione familiare naturalmente è sconvolta ma la famiglia Calò decide di accettare la sfida a cominciare dai pasti: a pranzo cucina italiana e la sera africana.  

I primi mesi servono per curare le ferite anche grazie al supporto degli psicologi che li ascoltano singolarmente e fanno terapia di gruppo.Fuori il mondo è durissimo: bandiere leghiste e sit-in di protesta. “Io non posso dimenticare tutto quest’odio”.

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I ragazzi studiano e poi per sei mesi fanno un tirocinio professionalizzante e alla fine del tirocinio vengono tutti assunti. “Non è una storia straordinaria è il risultato di un percorso: noi li abbiamo accompagnati, questa è la differenza. Oggi i ragazzi abitano tutti da soli, lavorano e alcuni si sono sposati”.  

“Si può fare” insegna che si può parlare di immigrazione senza retorica come dice Angelo Melone che ricorda i numeri dell’immigrazione: 79 milioni di migranti nel mondo, 3 milioni in Europa, 200 mila in Italia, il paese che ha il rapporto più basso tra migranti e residenti.

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Attraverso la cooperativa la famiglia ha ricevuto un contributo di 30 euro al giorno a ragazzo: “Noi abbiamo solo usato i soldi necessari per pagare il raddoppio delle bollette – dice Calò -il resto delle somme è stato impiegato per operatori, medici, attività sportive. Prima dicevano prendeteli a casa e io l’ho fatto; poi che mi ero arricchito. Bè sì di umanità”.

Il modello che Calò sta portando in Europa è quello di chiedere a ogni comune di 5mila abitanti di accogliere sei persone: “Si può fare, si deve fare” dice Calò che si accalora “perché ci credo”.

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