Arena Robinson, Jorit: “La mia street art è rabbia che ho incanalato nelle battaglie giuste”

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“Per me la street art è la rabbia che avevo da ragazzino e che volevo incanalare nelle cose giuste. Quando Blu a Bologna cancella le sue opere, quando Banksy fa riflettere: è quella cosa là”. Non la pubblicità, l’ostentazione, la Milano che si fa ancor più bella con le opere di strada. Così Jorit, l’artista dei muri che dalla periferia di Napoli ha conquistato anche New York, denuncia la deriva commerciale di un genere clandestino e di protesta. “Anche io ho fatto opere su commissione, devo pur mangiare” dice all’Arena Robinson di Più libri più liberi, rarissima apparizione istituzionale per un personaggio come lui. “Ma non deve essere pubblicità… Io non credo che la street art possa cambiare il mondo, ma almeno può accendere un faro”.

Jorit   Ma come è iniziato il suo viaggio? Lo chiede la nostra Stefania Parmeggiani, che conduce l’intervista – e noi raccogliamo le risposte. Il 31enne Jorit, questo il nome di battesimo di Ciro Cerullo – e dunque non solo d’arte -, si presenta in berretto e felpa della palestra popolare del Tufello, lo storico quartiere di periferia romano. E i presenti, alla Fiera della piccola e media editoria di Roma, ricevono così un suo singolare ritratto completo.

“Ho iniziato nell’estrema periferia di Napoli, dove non c’era niente – dice – Io vedevo questi treni colorati che passavano. E capivo che c’era qualcosa di bello anche a Quarto Officina, al deposito dei treni. Ho scoperto che si poteva disegnare sui muri e mi sono detto, lo voglio proprio fare. Non si poneva il problema dell’illegalità. Tutti ci ignoravano. Ogni tanto veniva il poliziotto, però alla fine ci parlavamo. C’erano altri problemi”.

“Sui monumenti la mia firma non l’ho mai messa. Non c’erano. Da noi i palazzi erano tutti brutti. Ma io non volevo danneggiare e dalle opere di devastazione e rabbia ho deciso di costruire. Ho iniziato con le scale, poi coi ponteggi. Ho cercato di capire come prendere le autorizzazioni”. E da lì al mondo.

Il passaggio è quello dai graffiti ai ritratti monumentali che l’hanno reso famoso. “Come in molti Paesi del Sudamerica – spiega – a Napoli non c’è la percezione dell’illegalità di certe cose. A Milano non succede. A Londra tendono a reprimere. Perciò solo qui potevo agire nella semi illegalità; potevo fare opere più elaborate rispetto agli stencil di Banksy, che deve sempre scappare. E così mi sono potuto dedicare ai ritratti. Il volto non lo puoi ignorare. Le persone subito venivano attratte”.

“Inizialmente dipingevo i miei amici – continua – tra Rione Traiano e Soccavo c’erano tutti in serie. E la gente si chiedeva, chi sono queste facce? Mi proposero allora di fare San Gennaro. Io non sono credente. Dissi di sì, ‘se riusciamo a comunicare qualcosa di più importante. E quindi santifichiamo il mio amico, sempre chiuso in carrozzeria e facciamolo diventare santo’. Pure lui si chiama Gennaro, però è un carrozziere. Ora è all’ingresso di Forcella”. Era il 2015.

Le righe rosse sui volti? Da un suo viaggio in Africa, dove scopre le tradizioni dei Tingatinga, delle linee e delle cicatrici in faccia. Così le ritroviamo sul doppio ritratto gigante di Maradona (realizzato con le collette degli Ultras) e del ragazzo autistico Niccolò ai Quartieri spagnoli (2017-2018): “Lo chiamavano il Bronx, ora i turisti arrivano da tutto il mondo”. Seguono Mandela, Che Guevara. Anche Gramsci a Firenze: “Rappresenta l’idea di riscatto, di uguaglianza che ha dato a tutti e che a me e a tanti amici miei è mancata. Non capisco perché si parli tanto di meritocrazia se poi si smantellano scuole e ospedali. Che meritocrazia è se non partiamo tutti dallo stesso punto?”.

Jorit ripercorre i suoi viaggi: in Cisgiordania l’hanno quasi arrestato mentre provava a dipingere una ragazzina palestinese – “il soldato giocò per un’ora e mezza col grilletto del fucile” – e a San Francisco due bambini gli chiesero una bomboletta, lui rifiutò e se li ritrovò vicino al suo murales che si facevano bucare sul collo da una donna, “poteva essere la loro madre”. E ancora, Juri Gagarin di venti piani, nel 2019, vicino Mosca: “Me lo presentarono pure, l’astronauta. Ero su tutti i telegiornali”. Oggi cerca di dipingere in maniera tradizionale, con i galleristi, “ma poi mi manca la strada” e ritorna fuori.

Ritorniamo all’adolescenza di Jorit: “Si parla di chi spaccia, di chi si distrugge con la droga – dice – Se lo fanno è perché non hanno nient’altro. Pure io non avevo altro. Poi ho dipinto. Molti miei amici invece hanno fatto quell’altro percorso e si sono distrutti la vita. Ma se dai un’alternativa ai ragazzi mica fanno questo, che è una palla, distruggersi la vita. Fanno altro”.

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