Arena Robinson, ricordando Miriam Mafai: “Avrebbe meritato la direzione di un giornale”

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“È stata una madre molto protettiva, ci ha sempre lasciate libere – ricorda la figlia di Miriam Mafai (1926-2012), Sara Scalia, all’Arena Robinson di Più libri più liberi – ma anche molto sole. Fisicamente però, perché lei andava, viaggiava… mi ricordo un Natale in cui ci furono gli ultimi condannati a morte del regime di Franco; lei prese e partì. Però abbiamo sempre avvertito la sua presenza”. Con questa memoria così initima inizia l’incontro dedicato a una delle fondatrici di Repubblica, personalità tra le più importanti del secondo Novecento italiano, tra l’impegno in politica, i suoi editoriali, il passato da partigiana, il compagno Gian Carlo Pajetta del Pci e l’eredità che ha lasciato nell’aver formato i caratteri e la tecnica di generazioni intere di giornaliste che qui, nel nostro spazio alla Fiera romana della piccola e media editoria, ripercorrono con Gregorio Botta la vita di Mafai nei momenti a loro cari. Ad aprile 2022, in occasione dei dieci anni dalla sua scomparsa, il comune di Roma le dedicherà finalmente una strada.

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Si commuove Lucia Annunziata: “Io ho avuto la fortuna, o sfortuna, ancora non l’ho capito, di lavorare con lei. Erano personalità molto grandi e un po’ scocciate – noi avevamo 18 anni, loro 40 e ci dicevano se ci eravamo lavati i denti – e ci si chiede, come si fa a essergli sopravvissuti”. E ricorda col sorriso i primi anni con lei: “Prima di restituirti la copia del tuo articolo, la strappava e ti diceva, riscrivila. Ti mandavano a fare un pezzo, tu camminavi e tornavi, dicevi di tutto, della protesta, dei manifestanti, degli studenti, e la risposta era, ‘la notizia per favore soggetto predicato complemento'”.

“Ho dei ricordi bellissimi di lei – continua – una volta c’erano legami molto forti, si litigava ma soprattutto si parlava, erano rapporti vigorosi… però non credo sia stata felice. Forse pensava di meritarsi anche un titolo, una direzione di giornale. Sono riusciti a non darla nemmeno a Oriana Fallaci”. Annunziata tira fuori un’altra memoria: “Ricordo di aver capito che era comunista quando vidi il suo letto a casa: era o di una monaca o di un prigioniero, ma era parte di quello di stare nel privato assolutamente sobri. Scoprii poi che era quello di Pajetta”.

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“Miriam Mafai era unica per la sua solidarietà profonda con le altre donne – dice invece Giovanna Melandri – Mi incontrò nel ’92 mentre parlavo di effetto serra. Mi chiamò dopo, voleva sapere assolutamente tutto su come cambiava il clima e perché. Poi mi trascinò nell’avventura di Alleanza democratica”.

Facciamo un salto di altri anni. Annalisa Cuzzocrea sceglie invece un aneddoto dai tempi di Repubblica Tv: “Ha sempre detto cose molto moderne, è sempre andata oltre – quelle donne, quei tempi, non lasciavano spazio al vezzo di essere madre, ma lei capiva davvero cos’era la maternità. Avevo una pancia di sette mesi e dovevamo fare la rivisitazione del sequestro Moro. Lei fu la prima a raccontarlo. Con quella sua prosa nuda, vera, reale. Dissi a Miriam che a Repubblica c’erano dei vecchi tromboni che non volevano che andassi in onda col pancione. Mi rispose: ‘Fregatene, per capire questi qua dovresti vedere le mogli'”.

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È una celebrazione piena di vita per Mafai. Prima di andare, un ultimo aneddoto. “Non rinunciava al suo essere madre – continua Cuzzocrea – ricordava che andava a fare i comizi ma le contadine in Abruzzo le tenevano il figlio Luciano”. “Mi manca la sua gioia di vivere” conclude la figlia.

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