Argentina, scade il termine di pagamento dei creditori: è il nono default della sua storia

La Republica News

NEW YORK – Dalle 17 di venerdì, ora della East Coast americana, l’Argentina ha fatto ufficialmente bancarotta. E’ il nono default sovrano della sua storia. Ed è già la seconda bancarotta di Stato nell’era-coronavirus dopo quella del Libano a marzo. Il rischio è che non sia l’ultima: tra le preoccupazioni scatenate dal default argentino c’è quella di un effetto-contagio nella sfera finanziaria, vista la lunga lista di paesi emergenti in gravi difficoltà. All’elenco ufficiale degli Stati sotto vigilanza da parte del Fondo monetario internazionale, si aggiunge una seconda lista ufficiosa, di paesi indebitati con la Cina per le grandi opere della Belt and Road, molti dei quali stanno bussando alla porta di Xi Jinping per ottenere rinvii e sconti sui debiti.Il caso argentino è speciale vista la frequenza delle bancarotte di Buenos Aires, ben tre delle quali sono avvenute dall’inizio di questo millennio: quella del 2001 ebbe un impatto particolarmente pesante sui risparmiatori italiani che erano molto esposti sui “tango bond”. Stavolta il grosso del debito argentino è detenuto dal Fondo monetario (44 miliardi di dollari) e da investitori di stazza come lo hedge fund statunitense BlackRock. Il default di venerdì sera non è ancora irrimediabile. Il governo del presidente Alberto Fernandez, peronista, non ha onorato una tranche di pagamento degli interessi in scadenza per 500 milioni di dollari. E’ una quota modesta rispetto al debito totale che arriva a 65 miliardi, anche se è bastata per far decretare ufficialmente il default sovrano. Però il mancato pagamento non impedisce che proseguano le trattative tra le parti: il governo argentino e i suoi creditori possono ancora raggiungere un accordo, e il Fondo monetario si attiva per favorire questa soluzione concordata.Coronavirus, manca accordo creditori: Hertz rischia bancarotta e crolla a Wall StreetIl ministro argentino dell’Economia, Martin Guzman, ha dichiarato che il governo lavora per ritoccare le sue offerte ai creditori e i mercati sembrano fiduciosi, tant’è che il valore dei Buoni del Tesoro argentini con scadenza 2028 sul mercato secondario è salito dal 24% al 32,5% del nominale. “Vogliamo ridefinire i nostri impegni – ha detto Guzman – in modo da essere capaci di mantenerli, perché li manterremo”. Il Pil argentino ha perso quasi il 12% a marzo. La svalutazione è tale che sul mercato nero il dollaro Usa vale il doppio del cambio ufficiale, il che rende ancora più difficile il lavoro degli esportatori.    Il contesto della pandemia e della recessione globale spiegano l’attenzione nuova verso il caso argentino, l’atteggiamento “soft” con cui il Fondo monetario internazionale affronta il dialogo con il governo del presidente Fernandez; e l’appello di molti economisti a favore di Buenos Aires. A guidare questo appello c’è il Premio Nobel dell’economia, Joseph Stiglitz, che ebbe tra i suoi allievi anche l’attuale ministro Guzman. Stiglitz, che fu un critico severo delle politiche di austerity del Fondo monetario internazionale in occasione di altre crisi, oggi riconosce che lo stesso Fmi ha cambiato atteggiamento verso l’Argentina. “In passato – dice Stiglitz – il Fmi faceva da capo-cordata ed esattore per conto dei creditori privati, oggi invece svolge un ruolo costruttivo.Coronavirus nel mondo: in Africa più di 100 mila contagi e 3.100 mortiMa se gli altri creditori non offrono scelte sostenibili, sono loro a voler imporre il default”. BlackRock gestisce un patrimonio di 6.500 miliardi di dollari, la sproporzione colpisce: Buenos Aires ha un debito totale che vale solo l’1% degli asset di BlackRock; oppure il 2% delle manovre di spesa pubblica varate dagli Stati Uniti in due mesi di pandemia. Il governo del presidente Fernandez ha fatto una proposta nei termini seguenti: tre anni di congelamento dei pagamenti; un taglio delle cedole dei bond; scadenze prolungate al 2030 e oltre. L’insieme di queste proposte equivalgono ad uno sconto di un terzo circa.Un altro economista americano che segue da vicino la crisi argentina è Jeffrey Sachs della Columbia. Sachs usa un’immagine: “Basta una sola auto che sbanda sull’autostrada, per provocare un maxi-tamponamento con altre 50 vetture”. Paragona l’Argentina di oggi al Messico del 1982, alla Thailandia del 1997. Economie relativamente piccole, eppure trascinarono dietro di sé delle crisi globali. Sachs osserva che nessun paese – neppure gli Stati Uniti – in questa fase riuscirebbe a onorare un servizio del debito che ha un rendimento reale del 7% come quello argentino. E stima che dietro un default argentino potrebbero essere dalle 30 alle 40 nazioni le candidate al contagio, in questo caso finanziario. 

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