Australian Open, Berrettìni infinito: batte Alcaraz al super tie break del quinto set e va agli ottavi

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Infinito Matteo Berrettini: batte lo spagnolo Carlos Alcaraz accedendo ali ottavi degli Australian Open e raggiunge Panatta e Fognini nella classifica dei migliori italiani che hanno raggiunto gli ottavi di finale (8). Il romano ha prevalso dopo 4h10 al supertiebreak finale: 6-2, 7-6, 4-6, 2-6, 7-6. “Sono stato fortunato a vincerla: all’età di Alcaraz non avevo neanche punti Atp…”. Dunque tutto è bene quel che finisce bene: Matteo Berrettini ora attende il vincitore del match Korda-Carreno Busta. Ma c’è molto da dire su questo match.

Cosa? Che la diavoleria del tennis è davvero nei dettagli. Tra le righe, verrebbe da aggiungere. Non era Adriano Panatta a sostenere che il tennis lo abbia inventato il diavolo? E Sigmund Freud nulla avrebbe da ridire, anzi: potrebbe sottoscrivere e confermare.

La partita Berrettini-Alcaraz, terzo turno degli Australian Open, ne è stato episodio da manuale: il primo, l’italiano, gioca un match perfetto. Con attenzione e senza sbavature. Conduce due set (6-2, 7-6), appare sicuro. L’altro, lo spagnolo emergente, quello che ha cambiato il look, che sembra un Nadal primi tempi con la maglietta smanicata e i muscoli da palestrato, impreca, sbuffa, soffre l’impotenza di poter rovesciare il risultato.

E poi? Un game, tre minuti (anche meno). Tre, quattro colpi. Un qualche scambio sbagliato e tutto cambia. Completamente. Spieghiamo la situazione: Berrettini conduce, come detto, due set a zero, e nel terzo è avanti 4-3. Al servizio c’è Alcaraz, ma Berrettini ottiene due punti: 0-30. Lo spagnolo smarrisce la prima palla, l’occasione è ghiotta, ma l’italiano si ingolosisce, tenta il vincente e spreca due risposte. Alcaraz fa 4-4, e qui in Berrettini resta un filo di delusione. Una cosa minima, ma che sposta l’equilibrio. Gli toglie quella sicurezza. E nello spagnolo infonde fiducia. Tanto da ottenere subito il break, e il set. E prendersi l’inerzia della partita, perché psicologicamente tutto è radicalmente cambiato.

Lo dicono gli avvenimenti del quarto set: Berrettini è down, moralmente: non riesce ad accettare che il gioco gli sia sfuggito di mano, deve elaborare, assimilare, digerire l’accaduto. E impiega l’intero set, sperando di resettarsi per il quinto e decisivo. Dove spera di far valere l’esperienza, momenti già vissuti (Matteo ha pur vissuto una finale e una semifinale Slam, no?).

E poi, neanche il tempo di ricominciare e poi un altro episodio che cambia gli umori: un dritto da giocare in corsa per Berrettini, il piede che perde l’appoggio, la caviglia destra che non tiene il peso del gigante, la caduta che sembra rovinosa, ma è solo più plateale. Melbourne che sembra Torino, ma stavolta la cosa non è così grave. Non fisicamente, certo. Era solo il secondo gioco del quinto set. Ma non c’è infortunio, e ora nelle teste dei due tennisti convivono voglia di vincere, la sana cattiveria sportiva, e il dubbio sull’entità del colpo, l’integrità fisica. In entrambi. E infatti la partita diventa una questione di nervi, e il sesto gioco – con Alcaraz al servizio – ne è l’emblema: oltre sei minuti, tre volte ai vantaggi prima che lo spagnolo tenesse il suo turno. Ma con i nervi si riesce a sopravvivere, ed è il supertiebreak, quello a 10 punti, che premia la forza e l’esperienza di Matteo Berrettini.

Infine niente da fare invece per Lorenzo Sonego: il 26enne torinese, n.26 in Atp e 25ma testa di serie, ha ceduto dopo quattro set al 22enne serbo Miomir Kecmanovic (n.77), che al primo turno aveva già eliminato l’altro azzurro Salvatore Caruso (n.146). Punteggio: 6-4 6-7(8) 6-2 7-5, dopo 3 ore e 22 minuti di gioco.

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