Aviaria, un’epidemia che sta uccidendo milioni di animali

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Esiste un’altra pandemia, oltre a quella di Covid, che sta flagellando l’Italia e l’Europa. Le sue vittime sono polli da carne, tacchini e galline ovaiole. Solamente nel nostro Paese sono stati abbattuti, da metà ottobre a oggi, 14 milioni di capi. I focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità (HPAI), provocata da sottotipi H5 del virus dell’influenza A, sono oltre trecento, distribuiti al momento in cinque Regioni: Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia e soprattutto Veneto, dove la situazione è talmente grave da far invocare agli allevatori lo stato di calamità.

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Secondo Coldiretti, la stima dei danni ammonterebbe a mezzo miliardo di euro nel solo Veneto. In quella che è stata definita dal Friedrich Loeffler Institut, cioè l’Istituto tedesco per la ricerca sulla salute animale, “la più grave epidemia di influenza aviaria ad aver colpito l’Europa”, sono coinvolti per lo più allevamenti di tipo industriale – in Italia la stragrande maggioranza delle infezioni riguardano tacchini delle provincie di Verona, Vicenza e Padova – ma anche selvaggina e altri volatili. I protocolli di biosicurezza dell’Unione europea prevedono per i focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità l’attuazione di strette misure di controllo.

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“L’influenza aviaria è una malattia soggetta a obbligo di denuncia e prevede l’abbattimento di tutti gli animali, il vuoto sanitario con pulizia e disinfezione ed istituzione di zone di protezione e di sorveglianza attorno alle aziende colpite” Maurizio Ferri, veterinario dirigente presso la ASL di Pescara nonché coordinatore scientifico nazionale della Società Italiana di Medicina Veterinaria Preventiva..

I rischi per l’uomo

Individuata per la prima volta in Italia più di un secolo fa, l’influenza aviaria può essere a bassa o ad alta patogenicità. Diffusa in tutto il mondo, è in grado di contagiare pressoché tutte le specie di uccelli, anche se con manifestazioni molto diverse, da quelle più leggere fino alle forme altamente patogeniche e contagiose che generano epidemie. Nel caso di queste ultime, la malattia insorge in modo improvviso, seguita da una morte rapida nella quasi totalità dei casi. “Gli uccelli selvatici, e in particolare i volatili acquatici, ospitano la più grande varietà di virus influenzali che trovano il serbatoio ideale per eventuali mutazioni. Solitamente questi uccelli non si ammalano ma possono veicolare il virus attraverso le loro lunghe migrazioni, eliminarlo con le feci e contagiare gli uccelli domestici quali polli, anatre, tacchini e altri animali da cortile” riprende Ferri.

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È dunque il caso di preoccuparsi?  No, rassicura l’esperto, poiché i rischi per la nostra salute sono fortunatamente limitati. “L’attuale influenza aviaria è molto contagiosa per gli animali ma non per l’uomo. Infatti, sebbene appartengano alla stessa famiglia e tipo, i virus influenzali aviari non sono in grado di trasmettersi con efficienza alla nostra specie. Possono farlo sporadicamente e in determinate condizioni, come è avvenuto in passato, in contesti ambientali caratterizzati da elevata promiscuità animali-uomo ed esposizione attraverso il contatto diretto con volatili morti o ammalati, oppure con superfici e materiali contaminati” prosegue Ferri.

Il caso britannico

Proprio la promiscuità sembra essere la causa della prima infezione di una persona segnalata nei giorni scorsi dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito. Il soggetto si è infettato dopo aver avuto contatti stretti e regolari con un gran numero di uccelli malati, che ha tenuto dentro e intorno alla sua casa per un periodo di tempo prolungato. Tutti i contatti dell’individuo, compresi quelli che hanno visitato la sua abitazione, sono stati tracciati e non ci sono prove di una successiva trasmissione ad altre persone. L’infetto al momento sta bene e si è posto volontariamente in autoisolamento. Tuttavia, il lieto fine della vicenda britannica non deve farci abbassare la guardia.

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“I virus dell’influenza aviaria finora caratterizzati possiedono un basso rischio di trasmissione umana. Tuttavia, considerata l’elevata propensione di questi virus a subire eventi di riassortimento genetico, va messa in conto la possibilità che emergano mutazioni che ne aumentino il potenziale infettivo per l’uomo” spiega il veterinario, ricordando che “In Europa disponiamo di un sistema di allerta e risposta precoce molto efficiente che prevede la notifica di qualsiasi infezione umana da virus dell’influenza entro le 24 ore”. Per quanto riguarda il consumo alimentare, il Ministero della Salute sottolinea come carne e uova possono essere mangiati in sicurezza, dopo attenta cottura, in quanto il calore inattiva il virus. Per la stessa ragione, è sconsigliato il consumo di carne e uova crude o non completamente cotte. “Ad ogni modo, attualmente non risulta alcuna contaminazione della catena alimentare. Semmai, il problema è rappresentato dallo smaltimento delle carcasse degli animali morti che sono stati contagiati e di quelli che si dovranno sopprimere” ribadisce Ferri.

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La peste suina africana

Dal momento che le disgrazie non vengono mai da sole, nelle ultime settimane sono saliti agli onori della cronaca tre casi di peste suina africana (Psa) nel nostro Paese. Il virus che la provoca è letale per maiali e cinghiali selvatici e l’infezione rimane tuttora senza possibilità di cura. “La peste suina africana è innocua per l’uomo ma causa effetti devastanti per l’allevamento suino. Dal 2016 sino al giugno del 2020 l’Europa ha perso 1,3 milioni di capi di suini a causa sua” riassume il veterinario. La malattia, quasi completamente eradicata sul finire degli anni ’90, si è ripresentata oggi, in una veste nuova (genotipo II) in Piemonte e Liguria, da cui è arrivata attraverso i Balcani dopo aver flagellato la Germania lo scorso anno. “Ad oggi il problema è circoscritto ai cinghiali, ma il timore è che possa arrivare negli allevamenti dei suini domestici. Pertanto, i provvedimenti che si stanno adottando come le norme di biosicurezza, vanno nella direzione di preservare gli allevamenti dall’arrivo della peste” chiarisce Ferri.

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Il contagio avviene attraverso animali malati che espellono il virus con la saliva, le urine e le feci per molti giorni nonché la possibile contaminazione degli alimenti. “Il virus della PSA è molto stabile per cui rimane infettante per diverse settimane anche nelle carcasse abbandonate sul territorio. Viene inattivato solo dalla cottura e da specifici disinfettanti. A causa della resistenza del virus – di alcune settimane nella carne refrigerata e molti mesi in quella congelata – è possibile trovarlo anche nei prosciutti e insaccati dopo brevi periodi di stagionatura e negli scarti di cucina” conclude l’esperto, ricordando che “Come per l’influenza aviaria, si tratta però di un’emergenza che interessa esclusivamente il comparto zootecnico, senza alcuna ricaduta sulla sanità pubblica”.

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