Baron lascia la direzione del Washington Post dopo 8 anni di giornalismo investigativo e inchieste

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New York – Martin Baron lascia dopo otto anni la direzione del Washington Post. Uno dei più famosi direttori di giornali negli Stati Uniti, Baron è stato immortalato al cinema in un ruolo precedente: quando era alla guida del Boston Globe, il quotidiano che svelò lo scandalo della pedofilia nella diocesi cattolica del Massachusetts. Quell’impresa di giornalismo investigativo, condotta superando omertà e resistenze enormi in una delle chiese più potenti d’America, è stata ricostruita nel film “Spotlight”, premiato con l’Oscar nel 2016. Il personaggio di Baron nel film era interpretato da Liev Schreiber.

Al Washington Post era approdato il 31 dicembre 2012, pochi mesi prima che il quotidiano della capitale venisse venduto dalla famiglia Graham al fondatore e azionista di controllo di Amazon, Jeff Bezos. Anche quel passaggio di proprietà è rimasto negli annali di storia della stampa americana. Sotto la guida della dinastia Graham, il Washington Post si era conquistato una fama mondiale per lo scoop sullo scandalo del Watergate nel 1973.

Anche di quello, il cinema si era occupato, con il classico “Tutti gli uomini del presidente” in cui Dustin Hoffman e Robert Redford impersonavano la coppia di cronisti investigativi Carl Bernstein e Bob Woodward. Più di recente il film “The Post” aveva ricostruito il personaggio di Katherine Graham, l’editrice capace di tener testa al presidente Richard Nixon. La storia del conflitto tra il giornale e la Casa Bianca è sembrata ripetersi negli ultimi quattro anni. Sotto la direzione di Baron il Washington Post è diventato uno dei giornali d’opposizione a Donald Trump. Gli scontri con l’ultimo presidente sono stati frequenti. Trump tempestava i giornalisti del quotidiano di accuse: “fake news”, “nemici del popolo”, “falsi e disonesti”. Per reazione il Post decise di aggiungere alla testata il motto “La democrazia muore nell’oscurità”.

Ma i rapporti di forze erano ben diversi rispetto all’epoca degli scontri Nixon-Graham. Bezos, anche lui animato da un’ostilità ben ricambiata da parte di Trump, è uno degli uomini più ricchi del mondo. I quattro anni del trumpismo non hanno impedito ad Amazon di continuare a crescere, da ultimo con il boom di vendite online durante la pandemia e i lockdown. In Borsa nel corso del 2020 Amazon ha avuto una performance spettacolare, con una capitalizzazione che è cresciuta del 70% e ha raggiunto i 1.650 miliardi di dollari. Quando Bezos acquistò il Post nell’agosto 2013 per 250 milioni, si disse che le perdite del quotidiano equivalevano a un piccolo arrotondamento statistico nelle sue finanze personali.

E tuttavia Baron non si è adagiato su un azionista così ricco. Sotto la sua direzione il giornale ha vinto 10 premi Pulitzer. Il giornalismo d’opposizione a Trump ha consentito al Post di aumentare di un milione di abbonati la sua base di lettori, fino a raggiungere i tre milioni di abbonati alla sola edizione digitale (per avere un termine di confronto, il New York Times ne ha sei milioni).

Invertendo la tendenza al declino dopo anni di tagli alla redazione, sotto la direzione di Baron il Post ha visto la sua redazione crescere da 580 ad oltre mille giornalisti. La sfida del dopo-Baron – che riguarda anche altri media progressisti – è anzitutto riuscire a conservare un pubblico così largo anche dopo la presidenza Trump. Baron lascerà l’incarico il 28 febbraio, all’età di 66 anni.

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