Basta selfie in terapia intensiva. La sfuriata del primario contro il politico ricoverato troppo social

“Basta selfie in terapia intensiva”. La sfuriata del primario contro il politico ricoverato “troppo social”

La Republica News
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Neppure il coronavirus e il ricovero in terapia intensiva bastano più a interrompere la connessione con il mondo virtuale. Per quanto incredibile possa sembrare, è proprio da un letto del reparto di rianimazione dell’ospedale di Udine riservato ai pazienti Covid che, nei giorni scorsi, sono partiti selfie e commenti che l’imprenditore 59enne Paolo Ciani, uno degli oltre 35 mila contagiati in Friuli Venezia Giulia, ha ritenuto di dover diffondere con il cellulare, per raccontare la propria storia a parenti e amici. Non un degente qualsiasi, Ciani, visto il suo passato di amministratore di prim’ordine in Regione, di cui è stato vicepresidente tra il 2003 e il 2008, come esponente di An nella giunta allora guidata da Roberto Antonione, e il suo presente di consigliere comunale a Villa Santina, un piccolo comune della Carnia friulana in cui aveva tentato la scalata a sindaco.Ma questo interessa assai poco al direttore del dipartimento di anestesia e rianimazione, Amato De Monte, il medico che undici anni fa accompagnò Eluana Englaro nel suo ultimo viaggio e che, di fronte al bailamme mediatico scatenato dall’attività “social” di Ciani, è andato su tutte le furie. Perché “fuori”, ha ricordato, c’è gente che sta male come e più di lui, ma un posto in ospedale ancora non ce l’ha.
“Le sue esternazioni mi stanno mettendo in difficoltà – spiega De Monte sul Messaggero Veneto –.  Da un lato, c’è il mio personale che mi chiede perché il signor Ciani possa tranquillamente postare selfie e descrivere le operatività del reparto, quando invece, per situazioni analoghe, alcuni dipendenti sono andati incontro a provvedimenti disciplinari. Dall’altro – continua –, ci sono privati cittadini che mi chiedono perché lo stesso signor Ciani occupi un posto di terapia intensiva, se ha tutta la lucidità e la tranquillità di scrivere elaborati messaggi su Facebook e rispondere a ‘migliaia di telefonate, sms e mail’ che riceve”.Ovviamente, a consentirgli di entrare in reparto con il cellulare era stato lo stesso ospedale. “Concediamo la possibilità di utilizzare il telefono per mantenere il contatto con i propri cari, data l’impossibilità della visita – spiega De Monte –. Ma mai era accaduto di foto e interviste pubblicate durante il ricovero, nemmeno da altri personaggi politici, presenti e passati. Queste in genere sono cose rinviate a patologia risolta”, commenta basito il direttore.Prima di entrare in terapia intensiva, Ciani, che dopo avere trascorso a casa una decina di giorni con la febbre alta aveva deciso di chiamare il 112 per chiedere di essere ricoverato, aveva lamentato in un post di essere stato trattenuto per ore in pronto soccorso, a San Daniele del Friuli, prima che gli fosse trovato un posto nella terapia intensiva di Udine. E questo era diventato il pretesto per criticare la gestione dell’emergenza sanitaria da parte dell’attuale maggioranza regionale e, in particolare, del governatore leghista Massimiliano Fedriga. “Non sai nemmeno ciò che accade sul territorio – aveva scritto – e continui a giocare alla contrapposizione politica. Finiscila e occupati della sanità”.  Poi, una volta accolto in rianimazione, era stato sottoposto al primo di tre cicli di ozonoterapia. Ed era stato lui stesso a raccontarlo sui social, postando la sua immagine con il casco, descrivendo la “grande umanità” del reparto e i medici “che danno il massimo”, ma aggiungendo anche di avere visto “uscire i corpi nei sacchi neri”. Davvero troppo, per chi in mezzo a quei drammi vive e lavora ogni giorno e pretende rispetto per la dignità di tutti, morti compresi.Da qui, i chiarimenti di De Monte. “In terapia intensiva si accede per criteri clinici e non per cognome – ha precisato il direttore –. Evidentemente la precedenza è stata data a persone con condizioni cliniche più gravi delle sue. La riprova è che, per ora, ha risposto positivamente utilizzando solo la ventilazione con maschera e non con l’intubazione”. Ma la regola del buon senso, con un precedente simile, ormai è saltata e De Monte lo sa. “Cosa dovrei fare ora per evitare il rischio di accuse di mancato rispetto della privacy? Forse – si chiede – far firmare una liberatoria a chi entra in terapia Intensiva prima di autorizzarlo a parlare con gli affetti rimasti fuori dalla porta?”.


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