Beni confiscati alla mafia: “Nel Recovery Plan ci sono 300 milioni, ma non si dice cosa se ne vuol fare”

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Roma – Bisogna  uscire dall’affanno, rafforzare il sistema di recupero dei beni confiscati alla mafia e usare in modo utile i fondi, 300 milioni, destinati allo scopo dal Recovery Plan.  E’ l’obiettivo che si pone Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione con il Sud, ente no profit nato dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato per promuovere lo sviluppo del Mezzogiorno. L’allarme arriva dai dati diffusi pochi giorni fa dal dossier di “Libera”: dei 36.600 beni immobili confiscati dal 1982 ad oggi, il 48% sono stati destinati dall’Agenzia nazionale per le finalità istituzionali e sociali, ma 5 su 10 sono rimasti fermi.

 Presidente partiamo da quei 300 milioni che il Recovery Plan, al momento, destina al recupero. Sono tanto o pochi?

“Sono un punto di partenza sufficiente per fare qualcosa di sensato. Il problema è che il testo che accompagna la destinazione del fondo è generico all’inverosimile. Si parla giustamente di potenziare i presidi della legalità nell’ambito di una gestione trasparente. Ma non si dice a chi vanno questi fondi e per fare cosa. E questa è una mancanza grave che denuncia una scarsa attenzione verso la questione”.

Ovvero?

 “Crediamo o no che il recupero dei beni confiscati possa essere una straordinaria opportunità di crescita per il Paese? Togliere la roba ai mafiosi è un colpo strategico, ma se poi non riesci a farci niente lanci un messaggio sbagliato. Il recupero non è fatto di avventure eroiche, di storytelling, è la possibilità di creare una economia sana e posti di lavoro in terre dove mancano. La legalità conviene”.

Il recupero arranca perché la legge è superata?   

“No, la legge è straordinaria, è un modello per gli altri Paesi e ha raggiunto risultati importanti. Ma ora la dimensione del problema è tale che il quadro normativo ansima”.

Quali sono i punti deboli?

“Io ne vedo almeno tre. Il primo riguarda l’Agenzia nazionale: fa un lavoro eccezionale, ma si muove in un quadro normativo troppo stretto, le sue forze operative arrivano dai distacchi pubblici dove è difficile trovare le competenze industriali, finanziarie, immobiliari necessarie al recupero effettivo dei beni. Dovrebbe avere la possibilità di attingere a contratti di lavoro di diritto privato, mantenendo trasparenza e obiettivi no profit, certo. Altro punto debole é la gestione delle imprese confiscate: se è impossibile recuperarle vanno chiuse in tempi stretti”.

Quando è impossibile recuperarle?

“Quando sono totalmente connesse al sistema mafioso e non c’è nulla che possa essere salvato. In questi casi, fatta salva la tutela dei lavoratori, vanno chiuse evitando costi e perdite di tempo. Poi c’è la questione dei fondi”.

 Pochi soldi, torniamo all’inizio

“Basterebbe attingere al Fug, il Fondo unico di giustizia dove confluiscono i capitali e i titoli confiscati alla mafia. Oggi parte delle risorse va al bilancio dello Stato, parte si perde in mille rivoli: sarebbe importante che i capitali  tornassero alla base e fossero investiti per il recupero dei beni strappati alla mafia. Altrimenti operare è difficile: l’Agenzia la scorsa estate ha messo al bando mille beni da affidare al terzo settore in base alla formulazione di progetti precisi, una scelta innovativa e importante. Ma il capitale messo sul tavolo era, in tutto, un milione: mille euro a bene. Non bastano nemmeno ad avviare una attività”.

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