Big Tech si mobilita per il passaporto vaccinale. E lEuropa apre la discussione

Big Tech si mobilita per il passaporto vaccinale. E l’Europa apre la discussione

La Republica News
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Big Tech scende in campo per assicurare un “passaporto vaccinale” nel più breve tempo possibile alla popolazione mondiale. Impresa a ostacoli, da quelli tecnologici a quelli etico-giuridici, alla quasi insormontabile montagna della burocrazia di molti sistemi sanitari con cui qualsiasi forma certificazione digitale dovrebbe fare i conti. Il progetto si chiama Vaccination Credential Initiative e si basa su un sistema di smart health card, un protocollo di archiviazione digitale personale dei dati sanitari in cui potrà essere conservata (e a scelta condivisa) anche la certificazione relativa a test e vaccinazioni anti Covid. Obiettivo, dice il lancio stampa della VCI: “Mettere le persone in condizione di poter detenere una copia digitale criptata delle proprie credenziali immunitarie da conservare in un portafoglio digitale di propria scelta”. E per chi non ha o non sa usare gli strumenti digitali? “Chi non ha uno smartphone può ricevere copia cartacea con il QR code delle proprie credenziali verificate”.

L’alleanza di imprese tech e gruppi non profit impegnati nell’assistenza umanitaria sanitaria è di alto profilo ma anche di natura diversa: tra gli altri, Microsoft, Oracle, Evernorth (il ramo tech della compagnia assicurativa Usa Cigna), Salesforce (cloud computing), Mitre (una non profit di ricerca e sviluppo militare e di intelligence), Commons Project (trust non profit messo su dalla Rockfeller Foundation e sostenuto dal World Economic Forum che offre Common Health, una piattaforma su Android per la raccolta e condivisione dei dati sanitari). “Un archivio digitale delle vaccinazioni che sia tracciabile, verificabile, certificato e globalmente riconosciuto è una necessità urgente per permettere alle persone di tornare al lavoro, a scuola, a viaggiare, a partecipare ad eventi, in sicurezza”, dicono le imprese alleate. Le criticità di un progetto così ambizioso sono ancora molte: un cronoprogramma di sviluppo del progetto in tandem con i vari programmi di vaccinazione, e poi come uniformare gli standard tecnologici a livello globale, come farli interagire con i diversi sistemi sanitari, e soprattutto come superare le questioni di natura etica sull’eventuale attribuzione di diversi diritti agli individui in base al fatto che si siano o meno vaccinati.

È un tema al centro in questi giorni anche del dibattito europeo. Man mano che procede la corsa contro il tempo della vaccinazione contro il Covid19, cresce anche la pressione da parte di molti settori economici – industria del turismo e aeroportuale in testa, ma anche retail, intrattenimento, eventi – affinché si cominci a riattivare la circolazione delle persone: al momento, una verifica in tempo reale dello stato di salute degli individui non è possibile ed ecco che si moltiplicano le proposte per trovare soluzioni tecnologiche all’impasse.

L’Europa si appresta a discuterne nel summit del Consiglio europeo fissato giovedì 21 gennaio, dopo la richiesta avanzata dalla Grecia, che sull’industria del turismo basa molta della sua economia e che ha già messo a punto un suo sistema di certificazione dei vaccinati: “Non vogliamo rendere obbligatoria la vaccinazione o farne un prerequisito per viaggiare –  ha garantito il premier greco Kyriakos Mitsotakis – Ma le persone che si sono vaccinate dovrebbero essere libere di viaggiare. Una discussione è urgente a livello europeo”.  Per la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, “è un imperativo medico avere un certificato di vaccinazione reciprocamente riconosciuto. Se poi questo darà priorità o accesso a determinati beni, è una decisione politica e giuridica che deve essere discussa a livello europeo”.

La Commissione europea è al lavoro su un documento su quello che è già stato soprannominato “Vaxproof”, una certificazione con limitata condivisione di dati personali ma che agevoli la ripresa dei movimenti. Se Stati come Grecia e Malta sono pronti a spingere per il “passaporto vaccinale”, altri come l’Olanda sono più cauti: “Il nostro Parlamento teme che una certificazione possa introdurre dal retro l’obbligo vaccinale se venisse usato per decidere chi può viaggiare e chi no”, ha detto una fonte diplomatica dell’Aja alla Reuters. Molta resistenza proviene anche dal timore che una corsia preferenziale per i vaccinati getti benzina sul fuoco del movimento no vax. L’idea però è matura, e anche il presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, si è detto favorevole: “È un tema delicato in molti Paesi ma va affrontato. Penso che anche fuori dalla Ue ci stiano pensando”. 

Negli Stati Uniti sono già partiti progetti pilota, soprattutto nel settore del trasporto aereo. Almeno quattro grandi operatori hanno sviluppato proprie app per smartphone dove archiviare e poter mostrare i propri dati vaccinali: dalla Iata con Travel Pass, alla già citata Commons Project con CommonPass, alla Digital Health Pass di IBM, alla Health Pass di Clear, piattaforma che offre tool di riconoscimento dei dati biometrici, dedicata a viaggiatori business.

La più gettonata è finora CommonPass, adottata da compagnie aeree come United Airlines, Lufthansa, Virgin Atlantic, Swiss International Air Lines e JetBlue: il certificato digitale scaricabile sullo smartphone per ora indica l’eventuale negatività al test e può essere usato in tutti i Paesi che lo richiedano come prerequisito all’ingresso, ma potrebbe presto supportare il certificato di vaccinazione. Anche se, per ora, le compagnie aeree non lo richiedono per salire a bordo.



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