Bob Dylan e gli altri nove ecco i 10 migliori album del 2020

Bob Dylan e gli altri nove: ecco i 10 migliori album del 2020

La Republica News
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Niente concerti, tanti streaming, tanta creatività spesa soprattutto per cercare di mantenere viva la fiammella del live, il vero grande motore della musica. Il 2020 è stato un anno difficilissimo per i musicisti: l’unico elemento di normalità è rappresentato dai dischi. E nonostante tutto non è stato un anno avaro: qualche capolavoro, come quello del maestro Bob Dylan, e una produzione media di buon livello. Questa la nostra selezione per l’anno ormai trascorso.

Bob Dylan – Rough and Rowdy Ways
Normalmente, da molti anni in qua, questa classifica non è in ordine, ovvero segnala più o meno a pari merito (poi ognuno potrà metterli nell’ordine che vuole) alcuni degli album più interessanti, rappresentativi, belli dell’anno che sta per finire. Per una volta cambiamo regola: gli altri nove album sono in ordine sparso, ma il primo è davvero il primo. Nel senso che non c’è stato, nel 2020, un album altrettanto interessante, bello, profondo, sorprendente e intenso come quello realizzato da Bob Dylan. Rough and Rowdy Ways è una raccolta di canzoni scritte in totale, completa, assoluta libertà da uno degli artisti più importanti del secolo scorso e, per nostra fortuna, anche di questo secolo. Libertà creativa, ideale, musicale, libertà intesa come forma espressiva, libertà artistica che consente a Dylan di dipingere dieci quadri, nel suo trentanovesimo album, che assomigliano solo a se stesso, ai suoi sogni, ai suoi incubi, alle sue memorie, alle sue visioni. E ognuna di esse ha un senso nel tempo in cui viviamo e nella storia. È Dylan al massimo livello, che prende sul serio se stesso e l’arte che propone, con una voce ruvida e tagliente, sussurrando e accarezzando, con una musica che passa sotto pelle e entra nelle vene. Un capolavoro, e basta.

Phoebe Bridgers – Punisher
Ha fatto altri album prima di questo ma non la conoscevamo. Colpa nostra, ovviamente, ma si può ben partire anche da qui per apprezzare il lavoro di questa bravissima cantautrice californiana che con Punisher ha senza dubbio realizzato il suo miglior lavoro fin qui. Viene da Pasadena, ha una bellissima voce, che usa con attenzione, senza mai strafare, e ha una grande originalità nello scrivere, senza cedere alle mode e alla facile ricerca dell’effetto, mescolando pop, rock e folk con grande saggezza. È un album che non solo non annoia mai, ma ha anche sempre nuovi elementi di piacevolezza ad ogni nuovo ascolto, in un equilibrio elettroacustico quasi perfetto. Ha avuto quattro nomination ai Grammy e una volta tanto possiamo dire che sono assolutamente meritate.

Thundercat – It is what it is

Che il bassista americano sia sostanzialmente geniale lo sappiamo da tempo, apprezzando molto i suoi lavori precedenti. Ma It is what it is ha qualcosa in più della genialità, perché in piena pandemia ci parla di amore e di perdita, ci spinge a vedere la realtà con attenzione ma anche con ironia, attraverso una musica che non risponde a nessun genere in particolare e con straordinario ottimismo guarda avanti. Potremmo dire jazz, ma anche funk, canzone e commedia, ma ogni definizione resta comunque incompleta. Basta vedere la lista dei collaboratori per capire la vastità del progetto musicale di Thundercat e, nel caso, lasciarsi incuriosire e andare a sentire l’album, che brilla per originalità e ricchezza sonora: Steve Lacy, Childish Gambino, Kamasi Washington, Ty Dolla, Steve Arrington, BadBadNotGood. E c’è anche un sample di Mac Miller, al quale l’album è dedicato.
Fontaines D.C. – A Hero’s Death
Un grande disco. Anzi un grande disco rock, in barba a tutti quelli che pensano che fare rock non abbia senso. E invece, soprattutto in tempi come quelli che stiamo vivendo, ha senso eccome. E infatti nell’album degli irlandesi c’è dolcezza e disperazione, rabbia e tormento, gioia e malinconia, elettricità e tuono, pioggia e deserto, amore e speranza, in undici canzoni che sono probabilmente la colonna sonora perfetta per questo 2020 che in molti speriamo di dimenticare. Scuri e appassionati, i Fontaines D.C. hanno realizzato un disco che ha tutti gli elementi al posto giusto, melodie ipnotiche e ritmi minimali che fanno da contrasto a canzoni potenti e sentimentali. Difficile non apprezzarli, impossibile non dare loro un ascolto.

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Bruce Springsteen – A Letter To You
Erano molti anni che aspettavamo di poter segnalare nuovamente un album di Bruce Springsteen tra i dieci migliori dell’anno, e ogni volta restavamo delusi. Questa volta no: A Letter to you è un gran lavoro di Springsteen e della E Street Band, che non è stata chiamata ad accompagnare il Boss ma ad essere, finalmente, parte integrante del progetto. E i risultati si sentono. Ci sono canzoni vecchie e nuove, c’è Springsteen con il cuore e l’anima, c’è la voglia di fare i conti e soprattutto pace con il passato, e quella di scrivere e cantare cose veramente belle e importanti. Senza un solo passo falso.

Paul Weller – On Sunset
Se c’è un musicista che sa essere fedele a se stesso, cambiando sempre, è il signor Paul Weller che arriva al suo ennesimo album in forma smagliante. On Sunset lo vede dare uno sguardo al passato mentre compie il suo ennesimo passo avanti, nell'”everchanging mood” del suo essere musicista. Se lo amate lo amerete ancora di più, se non lo conoscete è il modo migliore per conoscerlo. Se non vi piace, potreste cambiare idea. Pop, rock, soul, canzoni, scritte magistralmente, e altrettanto ben realizzate.
Roger & Brian Eno – Mixing Colours
È un album bellissimo, che segna la prima ufficiale collaborazione tra i due fratelli, con materiale realizzato nell’arco di un quindicennio. Il pianoforte di Roger e il sound design di Brian portano la musica in uno spazio etereo ma al tempo stesso clamorosamente fisico, perché i suoni sono inafferrabili come vuole la natura ma colpiscono i sensi. Musica classica contemporanea? Forse, ma la volontà di entrambi e della Deutsche Grammophon è certamente più popolare, il desiderio è semplicemente quello di portare bellezza ovunque si possa. Non è musica di genere, dunque, non è ambient perché richiede un ascolto vero, non è difficile, comunque, perché può essere ascoltata anche a cuor leggero. Progetto multimediale collettivo, i cui risultati sono visibili sul sito Mixing-colours.com.

Khruangbin – Mordechai
Band texana, nome thailandese, musica eclettica a dir poco, nella quale si incrociano Morricone e il funk, i suoni e le atmosfere degli anni Settanta con un approccio contemporaneo che è fondamentale per comprendere il percorso, singolarissimo della band. Mordechai è un disco piacevolmente psichedelico, nel quale le “visioni” del trio prendono forme sempre diverse in una grande omogeneità stilistica. Non assomigliano a nessuno, hanno straordinario fascino, sono meravigliosamente “leggeri” pur non proponendo una musica facilissima per il grande pubblico. Una delle più belle sorprese dell’anno.
Gorillaz – Song Machine Season One: Strange Timez
Forse non tutto l’album è bello davvero e quindi, in tutta onestà, forse non dovrebbe essere in questa lista. Ma è senza dubbio il progetto più interessante dell’anno e merita, dunque, di essere segnalato e ascoltato. Damon Albarn e la sua band “smaterializzata” hanno pubblicato non un album ma una “web serie”, come se fossero su Netflix, canzoni e video, in teoria una al mese ma in realtà con una cadenza poco regolare, per raccontare i nostri “strani tempi”. La bizzaria, l’ecletticità di Albarn e dei suoi compari emerge in tutto il suo splendore in un racconto che segue una narrativa frammentata e un piacevolissimo caos musicale, nel quale possiamo incontrare Robert Smith, St.Vincent, Elton John, Peter Hook e la Unnkown Mortal Orchestra, tra gli altri, ognuno creativamente impegnato a dar corpo alle visioni della band. Intrigante e nuovo.

Pearl Jam – Gigaton
Meno male che Eddie Vedder e i suoi compagni sono ancora tra noi, che non abbiano deciso di mollare, di sciogliersi, di fare altro. La maturità li ha resi più consci, maturi, profondi, senza fargli perdere entusiasmo, impegno e energia. Gigaton è una sorta di fotografia della band oggi, senza veli, senza trucchi, senza magie. C’è Vedder, con tre brani finali che valgono l’album, c’è la voglia di cambiare, con qualche sonorità Talking Heads inaspettata, c’è il rock dei Pearl Jam com’è e come dovrebbe essere. Al meglio della loro verità.



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