Brexit la vera partita e su salari salute e tutela del lavoro

Brexit: la vera partita è su salari, salute e tutela del lavoro

La Republica News
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ROMA – Ed eccoci alla Brexit, la più colossale operazione di destra lanciata negli ultimi anni, più a destra anche del quadriennio di Trump alla Casa Bianca, fino a rievocare un profumo alla Margaret Thatcher. Sapremo nei prossimi giorni se alla scadenza del 31 dicembre si arriverà con un accordo, che gioverebbe sia all’Inghilterra che all’Europa (ma molto più alla prima, conti alla mano) o senza accordo, promessa di mesi di caos. Ma il tormentato cammino di questi mesi di interminabile trattativa ci ha già detto tutto sulla natura politica dell’operazione, confermandone la matrice ideologica.
Sul voto del referendum del 2016 hanno avuto peso decisivo ragioni e umori, a lungo fermentati nella cultura inglese (non britannica, come mostra il voto in Scozia, in Galles e in Irlanda): nostalgia dello splendido isolamento dell’impero, un  nazionalismo coltivato dal mito dell’eccezione inglese, l’insofferenza euroscettica, la reazione di rigetto dell’emigrazione. Ma, nella testa dei promotori e degli interessi che li hanno sostenuti, era ben chiaro come andasse declinato, sul terreno dell’economia, il ritorno ad una autonomia nazionale di norme e strutture.
Per averne la conferma, basta guardare a quello che è stato il vero intoppo della trattativa. Non certo l’accesso alle acque britanniche di quattro pescherecci carichi di aringhe e capesante, che hanno fatto semplicemente da contorno. Piuttosto, quello che, nel negoziato, è stato definito il “level playing field”, ovvero la parità di condizioni per gli attori dell’economia, di qua e di là della Manica. Qui Boris Johnson ha speso quasi tutte le sue cartucce. Perché?
Dal punto di vista europeo, il level playing field serviva ad evitare che Londra approfitti delle tariffe doganali di favore assicurate da un accordo per forme di dumping o di concorrenza sleale. L’esempio che viene fatto più frequentemente sono gli aiuti di Stato, con cui Boris Johnson potrebbe mettere aziende inglesi in grado di competere a mani basse, grazie alle spalle coperte dal Tesoro britannico, con quelle della Ue. Ma non c’è bisogno di arrivare a mettere direttamente soldi nelle casse delle aziende per spianar loro la strada. L’autonomia che i conservatori inglesi rivendicano dalla Brexit riguarda piuttosto, infatti, le regolamentazioni Ue in materia di tutela del lavoro, dei salari, degli orari, della salute. In altre parole, la foresta delle difese erette, nella Ue, a protezione di lavoratori e consumatori. Level playing field significa che non possono arrivare in Europa, a dazio zero, beni a prezzi stracciati, perché prodotti senza i vincoli in atto nella Ue. Per fare un esempio puramente ipotetico, provate a pensare a polli infarciti di ormoni, alimentati con gli ogm, lavati con il cloro, allevati da personale con orario contrattuale di 48 ore a settimana. Certo che costano meno.
Per Boris Johnson e il suo governo questo è, però, un punto di non ritorno. Qualsiasi passo indietro su questa autonomia, infatti, è un letale passo indietro sui vantaggi che i Brexiter immaginano per l’Inghilterra. Solo le mani libere su tutela del lavoro e della salute, infatti, – un’operazione che più di destra non si può –  sono in grado di dare quel vantaggio competitivo alle esportazioni su cui Boris e soci contano per fare della Brexit una operazione economica di successo. Senza le mani libere, la Brexit si riduce, fin dall’inizio, in una operazione a perdere e questa lunga trattativa in una cocente sconfitta.
Da questo punto di vista, la parità di condizioni su cui ha girato così a lungo il negoziato è una garanzia di concorrenza leale per l’Europa, ma anche una tutela a largo raggio per lavoratori e consumatori britannici. Non pare che la sinistra inglese se ne sia accorta in tempo e, certo, i laburisti non hanno mai tentato, dal 2016 ad oggi, di impostare sui temi delle tutele del lavoro e della salute una politica che fermasse la Brexit o ne rovesciasse la logica. Rischiano di pagarne il prezzo.



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