Carige, Cenerentola che piace: sfida a tre per la banca dei genovesi

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GENOVA – Da Cenerentola a Principessa, anche grazie alla dote dorata dei fondi pubblici. Se fosse una favola, quella di Carige potrebbe anche chiudersi così. Ma qui si parla del destino di una banca che in effetti, non più di dieci anni fa, è finita a un passo dal baratro, travolta delle inchieste giudiziarie che portarono all’arresto dell’allora presidente Giovanni Berneschi, e che oggi pare preda ambita del risiko bancario, con i grandi gruppi del credito e i fondi di investimento che fanno a gara per conquistarla: Bper, Credit Agricole, Cerberus.

Carige, lunedì la risposta del Fondo sulle offerte arrivate per la Banca di Genova

Al centro, la storia di un istituto che affonda le sue radici alla fine del Quattrocento e che è cresciuto, dando l’impressione di non fermarsi più, fino a dieci anni fa. La vecchia Cassa di Risparmio di Genova e Imperia diventa Spa all’inizio degli anni Novanta e poi si quota. Al comando c’è un uomo solo, il ragionier Berneschi, che in banca ci è entrato subito dopo il diploma, sostenendo un colloquio in dialetto genovese, e che ha scalato tutti i gradini fino alla presidenza. E’ il dominus e lo resterà per una ventina d’anni. In Liguria non c’è una sola operazione economica e finanziaria che non passi da Carige, da lui.

Dal suo ufficio transitano imprenditori, politici, alti prelati. Carige finanzia armatori e infrastrutture di ogni tipo. La banca acquista sportelli e compra istituti arrivando a essere la quinta in Italia per capitalizzazione. Il primo scrollone arriva con la crisi del 2008, che prosegue negli anni successivi, cominciando a far emergere quei crediti concessi a pioggia che si restituiscono con sempre maggiore difficoltà. Carige è costretta anche a sostenere con continue iniezioni di liquidità le compagnie assicurative del gruppo, un modello di bancassicurazione che non regge all’esame dei conti.

La situazione precipita nel 2012, dopo una drammatica ispezione di Bankitalia a cui segue l’avvio di un’inchiesta dagli esiti devastanti. L’inversione di rotta è obbligata e il diktat di Bankitalia è netto: discontinuità. Per farlo serve nominare nuovi vertici, cedere le assicurazioni, rafforzare il patrimonio e far emergere il macigno di crediti deteriorati che sta uccidendo Carige. L’azionista di riferimento sceglie un nuovo presidente, il principe Cesare Castelbarco, e affida ai cacciatori di teste la nomina di un amministratore delegato, figura fino a quel momento mai contemplata. La scelta cade su Piero Montani, oggi alla guida di Bper, proprio la banca che si è fatta aventi per acquisire Carige.

Offerta di Bper su Carige. Pagherà un euro per l’88% e poi lancerà un’Opa

Montani e Castelbarco lanciano un primo aumento da 800 milioni, a cui ne seguirà un secondo da 850 imposto dalla Bce dopo la bocciatura di Carige agli stress test, e fanno emergere tutti i crediti deteriorati, oltre 7 miliardi. Alla scadenza del mandato non vengono riconfermati. Carige ha cambiato azionista, dalla Fondazione alla Malacalza Investimenti, la holding della famiglia imprenditoriale genovese guidata da Vittorio Malacalza. Sarà la holding a invocare discontinuità, nominando nuovi vertici. In pochi anni cambiano tre ad, mentre gli azionisti per sostenere la banca sempre schiacciata dal peso degli npl sono costretti a nuove iniezioni di liquidità. Per evitare il crac Malacalza inietterà oltre 400 milioni. Ma di fronte alla nuova richiesta di aumento degli amministratori (Innocenzi e il presidente Pietro Modiano), i Malacalza chiedono qualche mese di tempo, e visto il no del consiglio si astengono e fanno cadere l’aumento.

Dieci giorni dopo, il 2 gennaio 2019, la Bce commissaria Carige chiamando Fabio Innocenzi e Modiano (e Raffaele Lener) come commissari. La banca va salvata ancora una volta, l’ordine della Bce è “business combination”: Carige deve sposarsi. Tredici mesi di commissariamento fino a un nuovo cambio di capitale, a sottoscriverlo è per l’80% il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, affiancato con l’8,3% da Ccb-Cassa Centrale Banca che ha un’opzione riservata per rilevare la quota di Fitd. Ma la trattativa non va in porto e per Carige è necessario trovare un nuovo acquirente.

L’ad chiamato da Fitd a rilanciare commercialmente la banca, Francesco Guido, inizia un lavoro di recupero sui conti. Carige torna in Borsa e, sollevata dalla cessione di quasi tutti gli npl migliora i fondamentali. Apre filiali smart, emette covered bond dopo sei anni, si concentra sul risparmio gestito e la gestione dei patrimoni e fa tornare positivi i proventi operativi. Insomma, torna a fare la banca. Resta ancora parecchio lavoro (il rapporto tra costi operativi e margini di intermediazione è al 93,6%, era al 105,3 nel 2020), ma la strada è tracciata. I grandi gruppi si fanno avanti, chiedendo comunque a Fitd forti iniezioni di capitale prima della cessione gratuita delle azioni (un miliardo Bper, 700 milioni — pare — Credit Agricole) e contando poi sui crediti fiscali, 380 milioni, messi sul piatto dal governo.

Carige interessa, ma interessa soprattutto la massa di liquidità che tramite il Pnrr e altri fondi pubblici si riverserà sulla Liguria per costruire infrastrutture e rafforzare il business della blue economy. Chissà se allora l’ex Cenerentola diventerà principessa, al gran ballo del risiko bancario.

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