Caso Shalabayeva, il Viminale: “L’espulsione fu gestita nel rispetto delle regole”

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A poco più di un anno dalla sentenza di primo grado che nell’ottobre del 2020 condannò, tra gli altri, due alti dirigenti della polizia – Renato Cortese e Maurizio Improta – torna in aula il 17 gennaio, davanti alla Corte d’appello di Perugia, il caso di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov, espulsa verso il Kazakhstan nel 2013 con la figlia Alua.

E a poche ora dall’udienza, interviene il governo, attraverso il Viminale per affermare che l’espulsione fu gestita nel rispetto delle regole. A dirlo è stato il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni, rispondendo a una interrogazione del deputato del  Pd Carmelo Miceli.

 Ripercorrendo tutti i passaggi della vicenda il Viminale osserva che “dagli atti in possesso durante l’espletamento dell’iter procedimentale finalizzato all’emanazione del decreto di  espulsione”, Alma Shalabayeva “non ha riferito informazioni o prodotto documenti che consentissero una diversa definizione della relativa posizione amministrativa sul   territorio dello Stato, né ha, tantomeno, fatto richiesta di   protezione internazionale”. Per quanto riguarda poi la sussistenza del rischio di fuga “può affermarsi che lo straniero trovato in possesso di un documento di identità di cui sia accertata la falsificazione sia da ritenere a rischio di fuga”.

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