Cattivi raccolti e caro petrolio: ecco perché al bar il caffè costa sempre di più

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I prezzi del caffè corrono in Borsa e fanno temere forti rincari in arrivo per i consumatori. Le quotazioni della qualità arabica, la più pregiata e quella utilizzata nella preparazione dell’espresso, nell’ultimo mese sono schizzate in alto: a gennaio all’Ice di New York i prezzi dei contratti a termine, future, sono saliti a 244,50 centesimi di dollari, con un incremento di quasi il 9% in meno di 30 giorni. Prosegue così il trend degli ultimi mesi che ha visto raddoppiare i valori e ha portato le quotazioni del caffè arabica sui massimi degli ultimi 10 anni. Il minimo più recente era stato toccato nel giugno del 2020, nel pieno della pandemia. Allora il dato si muoveva in area 90 centesimi di dollaro. Da allora è iniziata una rimonta che non si è più fermata.

Questa maxi risalita delle quotazioni del caffè non può che significare rincari e ritocchi all’insù per le famiglie. Al bar già si vedono: in questi giorni le associazioni di consumatori hanno denunciato rialzi a macchia di leopardo per i listini di espresso e cappuccino. «Il prezzo della tazzina di caffè in alcuni casi è lievitato a 1,50 euro con un +37,6%» ha denunciato Assoutenti. 

A trasformare il chicco di caffè in un bene di lusso è una scarsità di offerta dovuta ai cattivi raccolti in alcuni Paesi produttori come il Brasile, Paese che per il caffè è l’equivalente dell’Arabia Saudita per il petrolio, e la Colombia. L’anno scorso in queste aree centinaia di migliaia di ettari di produzioni sono state colpiti dal gelo e dal meteo avverso. Ad aggravare la situazione hanno contribuito anche i tanti colli di bottiglia nella logistica e nei trasporti che stanno caratterizzando la fase attuale nel commercio internazionale. Siccome gli esperti non si aspettano un miglioramento nelle consegne fino a giugno, sulle piazze finanziarie prevale l’idea che i prezzi saliranno ancora. Per questo gli operatori comprano contratti a prezzi più alti e spingono ancora più in su le quotazioni. Molte produzioni di caffè sono bloccate nei porti per la difficoltà di reperire navi da carico necessarie per il trasporto verso i Paesi dove poi avverrà la lavorazione e la commercializzazione al dettaglio. In molti casi è necessario pianificare rotte nuove oppure pagare cifre enormemente più alte per i container. Questo aspetto aggiunge altri costi a quelli iniziali.

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Non solo. Sul quadro pesa poi il caro petrolio che sta facendo salire le tariffe del trasporto ma anche le spese per la produzione. «L’aumento dei prezzi dei fertilizzanti sta colpendo gli agricoltori – rileva Nitesh Shah, Head of Commodities and Macroeconomic Research Europe della società di investimenti specializzata in Etf WisdomTree -. In Colombia, i fertilizzanti rappresentano circa il 15% delle spese, quindi l’aumento dei prezzi sta avendo un forte impatto sui costi. Le valute locali più deboli in Paesi come il Costa Rica, la Colombia e il Brasile stanno rendendo più difficile l’importazione di sostanze nutritive, il che aumenta lo stress finanziario dei coltivatori di caffè».   

Non va molto meglio sul fronte della qualità robusta. «In Vietnam, il più grande produttore di questi chicchi, l’invecchiamento delle piantagioni porterà probabilmente a rendimenti più bassi e quindi a un raccolto in calo per il secondo anno di fila. Ci aspettiamo altri massimi ancora sui mercati finanziari» scrive in un report l’analista di Commerzbank Carsten Fritsch.

L’andamento dei prezzi ha un impatto soprattutto sul mondo della ristorazione. «Febbraio sarà un mese cruciale. Se finora produttori ed esercenti hanno cercato di assorbire le maggiorazioni, adesso saranno costretti a scaricarle sui consumi – dice Ivano Vacondio, presidente Federalimentare che poi prosegue: «Si tratta di un tema pressante e di non facile soluzione che non riguarda solo il caffè ma tutta la filiera agroalimentare. Il rischio è che la filiera vada in crisi con conseguenze occupazionali e un danno per il Paese intero. Occorre l’intervento delle istituzioni e una strategia per attutire i rincari dell’energia ma per fare questo serviranno risorse enormi». 

Qualche spiraglio di speranza non manca. Nel corso dell’anno la situazione per il caffè potrebbe migliorare. Molto dipenderà dal prossimo raccolto di arabica in Brasile. Pochi giorni fa l’agenzia brasiliana Conab, che studia l’andamento nelle piantagioni, ha detto che per quest’anno stima una produzione in crescita a 55,74 milioni di sacchi e quindi sopra il livello dell’anno scorso di un buon 17%. Tuttavia, il raccolto del 2021 era di resa bassa, quindi il confronto risulta falsato. Infatti rispetto all’andamento del 2020, un’annata particolarmente propizia, il dato risulterebbe in difetto di quasi il 10% (nel 2020 era stato raggiunto un raccolto record di 63 milioni di sacchi). 

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