Cause della depressione, fumo, sovrappeso, infezioni: quando a scatenarla è l’infiammazione

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SARANNO gli antinfiammatori la nuova arma contro la depressione? E’ presto per dirlo, ma intanto da uno studio appena pubblicato sull’American Journal of Psychiatry arriva la conferma della relazione tra depressione e infiammazione, già ipotizzata da varie ricerche: “Questa ricerca mette un punto fermo su un interrogativo che ci ponevamo da tempo: oggi possiamo dire che nei soggetti depressi, a parità di altre condizioni, il livello di infiammazione è più elevato”, spiega lo psichiatra italiano Carmine Pariante del Kings College di Londra, tra i principali autori dello studio insieme a Maria Pitharouli e Cathryn Lewis. Proprio il gran numero di soggetti esaminati – 86mila, appartenenti al data base Biobank- permette di escludere le correlazioni con altri fattori genetici, biologici o sociali: i pazienti depressi hanno spesso uno stile di vita che porta a un aumento dell’infiammazione, legato per esempio al sovrappeso, “ma in questo caso”, sottolinea il ricercatore, “l’ampiezza del campione ci ha permesso di scorporare i dati, facendo emergere chiaramente il legame tra depressione e infiammazione”.

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Il parametro utilizzato è la proteina C reattiva, un biomarcatore di infiammazione quantificabile con un semplice esame del sangue, con valori di soglia molto chiari su cui c’è consenso all’interno della comunità scientifica. Lo studio non individua un rapporto di causa effetto tra infiammazione e disturbi dell’umore, “ma altre ricerche mostrano che tra i due fenomeni c’è una relazione bidirezionale”, spiega Pariante. “Un aumento dell’infiammazione dovuto a cause biologiche – per esempio, un’infezione – aumenta il rischio di sviluppare depressione, che a sua volta può causare infiammazione”.

Gli effetti sul cervello

Gli effetti dell’infiammazione sul nostro cervello – pensiamo al calo di energia e alla tendenza al ritiro sociale comuni alle malattie con una componente infiammatoria come l’influenza – sembrerebbe un meccanismo di difesa ancestrale dell’organismo. “Dal punto di vista evolutivo, potrebbe servire a proteggere l’individuo malato, e anche la comunità, limitando la diffusione di infezioni”, spiega il ricercatore. “Oggi però sappiamo che il nostro sistema immunitario risponde allo stesso modo alle infezioni e allo stress cronico, o a quello causato da traumi o maltrattamenti infantili, di cui già conosciamo il collegamento con l’infiammazione”.

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 Ovviamente non è il caso che i pazienti comincino ad assumere autonomamente antinfiammatori insieme agli antidepressivi, “anche per evitare di accumulare gli effetti avversi di queste classi di farmaci”, avverte Pariante. “Però si può provare a ridurre l’infiammazione intervenendo sullo stile di vita con attività fisica, una dieta corretta e integratori a base di olio di pesce, con effetti positivi anche sulla depressione”. In futuro, però, alcuni antinfiammatori potrebbero essere utilizzati in associazione agli antidepressivi: ci sono già studi pubblicati che mostrano i benefici di quest’associazione, e altri sono in corso: “La speranza”, osserva il ricercatore, “è quella di poter aiutare quei pazienti che non rispondono alle terapie antidepressive, e che hanno un elevato livello d’infiammazione” .

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Lo stile di vita

L’attenzione allo stile di vita resta comunque un elemento centrale anche per il benessere psicologico: “Uno degli obiettivi del nostro studio era capire se ci sia una predisposizione genetica che spiega il legame tra infiammazione e depressione”, conclude Pariante: “Abbiamo visto che non esistono geni che colleghino direttamente depressione e sistema immunitario, come per esempio accade con le malattie autoimmuni. Semmai la componente genetica è collegata alla tendenza a mettere in atto comportamenti che aumentano l’infiammazione, come il fumo o l’alimentazione scorretta”.

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