“C’è un documento datato 5 gennaio”. Coronavirus in Italia già da ottobre. Becchi: ecco le prove

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Paolo Becchi e Giuseppe Palma 03 giugno 2020

Il 3 e il 4 febbraio il ministro Speranza e il premier Conte dicevano che la situazione era sotto controllo. Il giorno 2 il virologo Burioni affermava da Fazio che il virus non circolava e che dunque il rischio della diffusione era zero. Addirittura a fine febbraio Zingaretti prendeva a Milano l’aperitivo coi giovani Dem, in nome dello slogan “Milano non si ferma”. Sono cose note a tutti e che per non dimenticare abbiamo documentato nel nostro ultimo libro “Democrazia in quarantena”. Eppure qualcosa già da ottobre in Lombardia non andava, quando l’ospedale di Valduce – in provincia di Como – registrava grosse difficoltà, così come l’ospedale di San Fermo verso il quale venivano dirottati diversi pazienti. Già all’epoca si parlava di «polmoniti e guai respiratori». A darne notizia il 2 ottobre il quotidiano locale “La Provincia”, ma nessuno ha dato rilievo alla cosa. Ad ottobre c’era già stata una forte impennata di polmoniti virali di cui non si riusciva a spiegare la causa addirittura in Val Seriana, l’epicentro dei morti da Covid19, come scrive l'”Avvenire” il 2 aprile riferendosi al mese di ottobre dell’anno scorso. A dicembre, poco prima di Natale, il quotidiano “La Provincia di Crema” denuncia fino a cinque casi al giorno di infezioni polmonari, con necessari ricoveri fino al 50% dei casi. Si pensa alla solita influenza stagionale, ma i dati sono allarmanti. La circostanza che la media stagionale di questa infezione polmonare sia più alta del solito viene conferma anche dal “Corriere di Como” il 14 gennaio. Qualcosa non va. Persino il “Corriere della Serva” del 7 gennaio (peraltro solo in edizione online) afferma che all’ospedale milanese San Paolo i casi sono circa 250/280 al giorno rispetto alla media di 200, al Niguarda si arriva tra fine dicembre e i primi di gennaio a 350 casi rispetto alla media dei 280. Una influenza un po’ più aggressiva? Certo la mortalità era ancora contenuta, dovuta alla solita influenza stagionale o al virus? Non è certo compito dei giornali locali dare una risposta. E neppure nostra. Fatto sta che i quotidiani dell’epoca, per lo più locali, segnalano qualcosa di anomalo, parlavano già di polmoniti e guai respiratori superiori alla media stagionale, e i sintomi che i giornali descrivevano sono esattamente identici a quelli che poi verranno attribuiti al virus cinese. 

 

DOCUMENTO MINISTERIALE – Non è pertanto un caso che il ministero della Salute il 9 gennaio pubblichi sul sito istituzionale un documento, datato 5 gennaio, in cui si parla espressamente di “polmonite da eziologia sconosciuta – Cina”, documento che veniva inoltrato anche all’Istituto Superiore di Sanità (Iss) e alla direzione centrale di sanità del ministero dell’Interno. Che cosa ha fatto il governo, quantomeno dal 9 gennaio al 20 febbraio? Nulla, se non dichiarare lo “stato di emergenza” il 31 gennaio per poi assicurare tutti che la situazione era sotto controllo. Che cosa ha fatto l’Iss dopo il 9 gennaio? Niente di rilevante, ci risulta. Le Regioni nel frattempo cominciano ad essere preoccupate, dal 3 febbraio chiedevano la quarantena per chiunque arrivi dalla Cina. La Cina. Nessuno ricorda che i giochi militari di Wuhan risalgono proprio al mese di ottobre e molti nostri atleti, come atleti di altre nazioni europee, sono tornati dalla Cina malati e accusando esattamente gli stessi sintomi del virus, ma essendo giovani e robusti se la sono cavata senza problemi. Era già il virus, ma nessuno voleva vederlo, perché non stava ancora facendo troppi danni. La circostanza che nelle regioni più colpite dal contagio qualcosa sia andato storto è un fatto difficilmente contestabile. La nostra ipotesi di non esperti ma di attenti osservatori è che il virus abbia cominciato lentamente a diffondersi in Lombardia nello stesso periodo in cui si diffondeva in Cina, trovando proprio in Lombardia un terreno particolarmente fertile. Una cosa però ci sembra difficilmente contestabile: il presidente del Consiglio dei ministri e il ministro della Salute dovrebbero rispondere davanti alla magistratura di “delitti colposi contro la salute pubblica”, articolo 452 del codice penale. La loro negligenza è palese, ma ormai tutti pensano alla fase due, tre, quattro, cinque, dimenticando le grosse responsabilità della fase uno. 

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