Cenere e morte, Tonga è devastata: “Qui un disastro senza precedenti”

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Non esiste più nemmeno una casa sull’isola di Mango. Questo piccolo isolotto di appena 60 abitanti, così come le vicine Atata e Fonoifua, è un deserto di cenere e detriti, alberi spazzati dallo tsunami generato dopo la grande eruzione. A dircelo, così come i dettagli dell’evacuazione in corso, è uno striminzito comunicato in cui si parla di “disastro senza precedenti”, inviato al mondo dal primo ministro delle Tonga Siaosi Sovaleni, dettato tramite satellitare e trasmesso poi dalle ambasciate australiane e neozelandesi. In quelle pagine c’è il primissimo e provvisorio bilancio, dopo giorni di buio e silenzio, delle condizioni di Tonga successive all’eruzione del vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai, avvenuta sabato scorso a 70 chilometri dalla capitale.

Tre le vittime accertate finora, ma potrebbero essere molte di più. A lasciarlo intendere sono le 40 immagini catturate dai voli di ricognizione aerea neozelandesi: mostrano cenere ovunque, edifici distrutti dall’impatto delle onde generate dopo l’esplosione, strade allagate, campi sommersi, perfino la pista dell’aeroporto coperta da una coltre di cenere vulcanica che volontari provano a rimuovere con badili. Alcune strutture, come l’Ha’atafu Beach Resort, sono completamente distrutte. La stima dei danni, sulle circa 170 isole dell’arcipelago, è ancor più complessa in assenza di comunicazioni. Niente telefoni e internet: per riparare il cavo che corre lungo il Pacifico e collega Tonga con il mondo potrebbero volerci settimane.

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Forse, si spera in tempi brevi, una rete 2G permetterà le prime comunicazioni fra tongani e parenti oltreoceano che oggi, disperati, nulla sanno della sorte dei loro cari. Fra loro c’è anche Viliami Vaki, ex rugbista del Valorugby Reggio Emilia e della nazionale tongana, da anni in Italia. “Non so nulla, non riesco a contattarli. Nella capitale ci sono i miei genitori e tre mie sorelle. Mio fratello a Sydney era riuscito a sentirli poco prima dell’esplosione, poi più nulla. Posso solo aspettare” racconta a Repubblica. Come Vaki, altri tongani stanno provando a scambiarsi informazioni sui social. “È un deserto di cenere e detriti”, scrivono nei post di My tongan community sotto le foto delle isole Ha’apai, dove sono state trovate le prime vittime. Lì, come nella capitale Nuku’alofa, si teme sia per la cenere vulcanica che potrebbe contaminare l’acqua potabile sia per l’aria irrespirabile.

A portare soccorso, ma non arriveranno prima di ore, ci sono le navi già in viaggio della Nuova Zelanda che ha stanziato 1 milione di dollari locali per aiutare i tongani. Quando i soccorritori giungeranno, si aprirà però un nuovo problema: Tonga è un Paese covid-free e serviranno misure di massima sicurezza per scongiurare possibili contagi e la diffusione del virus. Oltretutto, se per ora sembra rientrato l’allarme tsunami che ha coinvolto le coste di mezzo mondo, non si possono escludere altre esplosioni o tsunami, come ricorda il governo.

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Dopo il collasso del vulcano, avvenuta in un’area fra due isole dove non resta praticamente più nulla, secondo la marina tongana alcune onde tra i 5 e i 10 metri avrebbero impattato sulle piccole isole vicine al vulcano, spazzando via tutto. Tra onde alte e nuovi rischi alle porte, i trasporti marittimi sono poco sicuri e dove l’acqua non è arrivata, come in certe aree della capitale, ci pensa la cenere a peggiorare le cose, creando disagi per i soccorsi e bloccando anche i voli con aiuti umanitari.

Nel frattempo la comunità scientifica sta cercando di comprendere i dettagli di un’esplosione così violenta, la più potente degli ultimi 30 anni sul Pianeta. Se impressiona come le onde acustiche siano arrivate perfino sulla Stazione di Serra la Nave sull’Etna, a 18mila chilometri di distanza dopo un viaggio di 17 ore nell’atmosfera, dall’altra parte preoccupano le incognite sui futuri impatti dell’eruzione: si va dal possibile abbassamento delle temperature per il rilascio di mezzo milione di tonnellate di anidride solforosa, sino ai ipotetici danni a barriere coralline ed ecosistemi marini, passando anche per possibili piogge acide. Le domande sul futuro di Tonga restano tante, ma le risposte per ora continuano ad avere il suono del silenzio.

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