Chi è Ariel Ekblaw che inventa nuove città nello spazio

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Ariel Ekblaw vuole lanciare nello Spazio grandi tessere magnetiche che si autoassemblano ceando avveniristici habitat per l’umanità. Ma l’obiettivo non è fuggire dal pianeta, piuttosto aiutarci a conservarlo. Le tecnologie di cui Ariel è pioniera – con la Space Exploration Initiative del Mit (Massachusetts Institute of Technology), da lei fondata nel 2016, e con la startup Aurelia Institute – potranno rendere lo Spazio più a portata di mano e al contempo la Terra più verde.

Da dove arriva la passione per lo Spazio?
«I miei genitori erano piloti dell’aeronautica militare degli Stati Uniti. È tradizione che i  più ambiziosi provino a diventare astronauti. Nel loro caso non è stato così, ma mi hanno incoraggiato a orientarmi verso lo Spazio e io ho capito che la mia strada per arrivarci era la scienza. E poi da bambina ho iniziato presto a leggere fantascienza: Isaac Asimov, Robert A. Heinlein, Larry Niven… ». 
Qual è la sua visione per il nostro futuro?
«Per molti che lavorano in questo campo, noi dovremmo aiutare l’umanità a colonizzare altri pianeti abbandonando la Terra. La mia visione invece mette proprio la Terra al primo posto: è la migliore casa che potremo mai avere, l’unico pianeta che ci ha accompagnato nella nostra evoluzione. Il primo scopo della ricerca spaziale per me è migliorare la vita qui. Non è un paradosso. Potremmo portare nello Spazio alcune delle attività industriali che più stanno inquinando l’ambiente, come l’estrazione di minerali, così da rendere la Terra un giardino. Più che stabilire una presenza umana in basi sulla Luna o su Marte, inoltre, vedo con più favore la costruzione di grandi stazioni spaziali e città orbitanti».
E come si può vivere nello Spazio?
«Sono partita – nella mia tesi di dottorato al Mit – da questa domanda: come si possono “montare” nello Spazio strutture molto più grandi del razzo più grande che esista? La soluzione sono dei moduli autoassemblanti: così possiamo impacchettare i pezzi nel razzo e poi lasciarli auto-comporsi nello Spazio come fossero Lego intelligenti. Un altro vantaggio della modularità è che, quando la stazione che hai costruito in questo modo subisce un danno, è più facile ripristinarla, rimpiazzando la “piastrella” guasta. Questo permette anche di far evolvere la stazione spaziale aggiungendo o togliendo pezzi a seconda delle esigenze». 

Come fanno questi habitat spaziali ad autoassemblarsi? 
«Immagini un pallone da calcio: se separa gli esagoni e pentagoni di cuoio che sono cuciti insieme, può sistemarli in un pacchetto che occupa pochissimo spazio. E metterlo su un razzo. I nostri esagoni e pentagoni – ovvero le tessere che andranno a ricomporre il “pallone” dell’habitat spaziale, infatti il nome del progetto è Tesserae – hanno i bordi magnetici, quindi una volta liberati si salderanno insieme riformando la sfera. Abbiamo scelto questa forma perché è la più efficiente: con la minima superficie ricopre il massimo dello spazio».
Queste strutture rimpiazzeranno la stazione spaziale internazionale?
«Vogliamo che Tesserae diventi parte delle stazioni spaziali di nuova generazione che sostituiranno la stazione spaziale internazionale. I test su queste grandi dimensioni avverranno tra 5/10 anni. Oggi abbiamo stretto collaborazioni con Axiom Space, con Blue Origin di Bezos per la stazione Orbital Reef, e con altre aziende per sperimentare».
Come ha fondato la Space Exploration Initiative?
«Sono arrivata al Media Lab del Mit nel 2015, per fare un dottorato in architettura spaziale. Un giorno di maggio del 2016 ho percorso tutti i corridoi chiedendo a ogni ricercatore che incontravo: “Se tu potessi continuare a fare la tua ricerca – di robotica, biologia, architettura o quant’altro – ma spostandola nello Spazio, ti interesserebbe? Vuoi essere parte del futuro di questa avventura?”. Così ho raccolto l’adesione di tante persone entusiaste, e sono andata dal direttore del Media Lab per proporgli di lanciare un’iniziativa. Mi è stata data fiducia, ed è iniziato tutto. Ora lavorano con me 10 ricercatori e 60 studenti del Mit, e abbiamo già fatto oltre 100 esperimenti a gravità zero, dagli enzimi che distruggono la plastica alla fermentazione dei cibi. In autunno manderemo sul polo sud della Luna, con la missione Intuitive Machines, un nostro piccolo rover per misurare la temperatura lunare, e una videocamera a visione stereoscopica che riprenderà il panorama e servirà per allenare gli astronauti della missione Artemis III che proprio lì scenderanno nel 2025».
Ma il futuro dell’esplorazione spaziale prevede gli esseri umani o avremo solo robot e intelligenze artificiali?
«Anche quando in futuro avremo un’intelligenza artificiale pari alla nostra, ci sarà sempre un motivo filosofico per inviare nello Spazio esseri umani e non solo robot: perché ogni volta che l’abbiamo fatto, abbiamo imparato qualcosa di profondo su noi stessi. Ad esempio nel 1968 l’equipaggio dell’Apollo 8 scattò la storica foto della biglia blu, con la Terra che sorge dalla Luna. Un’immagine cruciale per il lancio del movimento ambientalista negli Stati Uniti, perché alzò la consapevolezza della fragilità e della bellezza del nostro pianeta. Più gli esseri umani sono coinvolti nelle esplorazioni spaziali, più cresciamo come specie».

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