“Chi tocca i soldi in Vaticano rischia la vita”. Papa Francesco, Becciu, lo Ior: una ricostruzione inquietante

Libero Quotidiano News

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Andrea Morigi 27 settembre 2020

Chi tocca i quattrini dei preti, si brucia. È successo a tutti coloro che si sono avventurati sul terreno insidioso delle transazioni finanziarie vaticane. A partire, nel maggio 2012, dall’inspiegabile licenziamento in tronco del presidente dello Ior, l’Istituto per le Opere Religiose, Ettore Gotti Tedeschi, ancora sotto il pontificato di Benedetto XVI, il quale nel settembre 2009 lo aveva voluto a capo della banca del Vaticano. Uscito dal torrione di Niccolò V per iniziativa dell’allora cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, il banchiere temeva di essere ucciso e aveva consegnato a due amici un memoriale sui segreti dello Ior con una raccomandazione: «Se mi ammazzano, qui dentro c’è la ragione della mia morte».

Bertone nel frattempo aveva voluto monsignor Angelo Becciu come proprio vice. Nel corso degli anni, dopo l’elezione di Papa Francesco, fu poi la volta di Libero Milone, l’ex revisore generale dei conti della Santa Sede, il quale aveva aperto un’indagine su conti bancari segreti con centinaia di milioni di dollari tenuti “fuori bilancio” da entità vaticane in Svizzera, ma poi fu indagato per peculato e messo alla porta nel giugno 2017 dal cardinale Angelo Becciu, allora sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede, per appropriazione indebita e per aver incaricato una società esterna di «svolgere attività investigative sulla vita privata di esponenti della Santa Sede». Tutte le accuse in seguito furono ritirate dalle autorità vaticane. Ma per risalire alle origini della vicenda che vede coinvolto il cardinale Becciu, occorre immergersi ancora una volta nel clima di veleni e vendette che nel 2015 condussero a Vatileaks, il processo contro Francesca Immacolata Chaouqui, detta la Papessa, e i giornalisti Gianluigi Nuzzi ed Emiliano Fittipaldi.
LA PAPESSA IN GALERALa principale imputata, che fu trattenuta in custodia cautelare all’interno delle mura vaticane, lo ha ricordato pochi giorni fa sulla sua pagina Facebook, anche se il vincolo della riservatezza non le consente di rivelare nulla sul lavoro svolto all’interno di Cosea, la Commissione Pontificia per lo studio dei problemi economici istituita nel 2013 da Papa Francesco per far luce sui conti della Chiesa cattolica. Lei stessa ne fu travolta, per aver tentato di scoperchiare gli interessi del sostituto alla Segreteria di Stato della Santa Sede e non lo nascose nemmeno davanti alla Corte di giustizia della Città del Vaticano. Ribadisce che «il Cardinale Becciu all’epoca ha usato il mio corpo, la mia carne (nel senso che non ha badato a che fossi incinta per montarmi contro quel circo disgustoso) il mio cuore, la mia anima per dimostrare due cose: la prima che Bergoglio non doveva fare nomine senza di lui, la seconda che nessuno, nemmeno un commissario pontificio poteva mettere il naso negli affari della Segreteria di Stato. Nelle sue scelte». Papa Francesco, dunque, potrebbe essere stato ingenuo oppure responsabile per omissione delle presunte malefatte del porporato sardo. In realtà, secondo chi gli è stato vicino nella ricognizione sui bilanci, Becciu lo aveva «obnubilato e imbrogliato».
Ed è significativo che, dall’Australia, si sia rallegrato perfino il cardinale George Pell, già Prefetto della Segreteria per l’Economia della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano, perché «il Santo Padre è stato eletto per ripulire le finanze vaticane. Va ringraziato e bisogna congratularsi per i recenti sviluppi. Spero che la pulizia continui». In fondo, chi aveva messo i bastoni fra le ruote a entrambi, nel tentativo di rendere trasparenti le casse della Chiesa, era stato proprio Becciu. La sua vittima principale, la Chaouqui, rimane muta ma ripubblica un post eloquente del 2019: «Io scoprii le opacità dell’obolo. Ne ho pagato il prezzo ma quattro anni dopo in Vaticano ogni singolo mio nemico è stato spazzato via dalla verità. Ognuno. Gli accusati sono diventati accusatori. I traditori i vincitori. Ed io, che decine di volte a Becciu ho chiesto in questi anni di spiegarmi come conciliasse l’eucarestia con il bisogno fisico di volermi morta, sono qua». Anzi, lo apostrofa con un «Fanculo se sono qua. Esattamente dove Sua Eminenza non voleva che stessi. Quattro anni dopo, stasera, affacciata al mio balcone, penso all’inchiesta in corso, alla giustizia fatta, penso a quel che ho fatto in Vaticano due giorni fa, e penso che ancora una volta la mia storia è una storia incredibile. Penso che chi pensava che avrei smesso di aiutare il papa per quattro giornalate sbagliava di grosso. Penso che nessuna donna ha mai affrontato la battaglia che ora sto vincendo in Vaticano e un po’ di questo vado fiera».
SCONFITTA FINALEA quei tempi si parlava ancora soltanto dell’investimento immobiliare di Londra e non delle ultime elargizioni. Troppo presto, insomma, per servire fredda la vendetta. Anzi, da parte della donna che fece tremare i Sacri Palazzi, c’è spazio per un atto di clemenza: «Penso che aver perdonato Becciu, non essermi vendicata sia un merito enorme. Al mio essere cristiana in primis. Tanto ci sta pensando la vita per bene. Non mollate mai amici miei. Mai. Resistere è uno stato mentale». Alla lunga, chi la dura la vince. E stavolta è il trionfo della linea intransigente del Pontefice, che non ha fatto sconti a nessuno e ha preteso che si svolgesse un’indagine seria e approfondita. Fino al 2018, in sei anni, il Promotore di Giustizia dello Stato della Città del Vaticano ha segnalato 27 operazzioni sospette all’AIF, l’Autorità di Informazione Finanziaria, con “ipotesi di violazione dell’art. 421 bis c.p” la norma antiriciclaggio. Nove fascicoli sono stati archiviati e per altri sei è stata chiesta l’archiviazione. Ne rimangono 12 ancora aperti. E si attende, per il 29 settembre, la visita dietro il Portone di Bronzo degli ispettori di Moneyval, il comitato del Consiglio d’Europa che valuta l’aderenza agli standard internazionali di trasparenza finanziaria. Chissà dove vorranno andare a curiosare. Magari negli appartamenti cardinalizi ancora a disposizione di Bertone e Becciu.

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