Chiedi chi era il Golden boy. Gli ottanta anni di Gianni Rivera, il primo divo del nostro football

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Tra le tante scene che hanno reso famoso Gianni Rivera – che il 18 agosto compie 80 anni – una resta impressa nella memoria. E non è una delle sue tante giocate che faceva con una naturalezza da far sembrare “normali”. La scena che resta impressa nella memoria risale a tanti anni fa. Era il 6 maggio del 1979. Il Milan si apprestava a vincere il suo sospiratissimo decimo scudetto, quella stella che, in una delle giornate più buie per il tifo rossonero, gli era sfuggita a Verona nel 1973. A San Siro in quel giorno di inizio maggio c’erano 80 mila persone. Un mare rossonero che riempiva gli spalti. E stava anche dove non avrebbe dovuto essere. Perché il secondo anello era stato dichiarato inagibile perché pericolante. Quel giorno invece ogni prudenza era svanita. Impossibile giocare in quelle condizioni. Gli appelli a sgombrare il settore erano caduti nel vuoto. Fu allora che Rivera si piazzò in mezzo al campo con un microfono e, come un pifferaio magico, chiese ai tifosi di spostarsi. Fu così che il golden boy rossonero, l’uomo che al fischio finale avrebbe lasciato il calcio giocato, segnò il suo ultimo gol.

Se questa è la fine, l’inizio risale a molti anni prima. Rivera nasce ad Alessandria nel 1943. Fin dai primi calci al pallone si capisce che non è uno qualunque. Al punto che con la maglia della squadra della sua città esordisce in seria A contro l’Inter (il primo derby della sua storia…) il 2 giugno del 1959. Quel ragazzino magro non ha ancora 16 anni ma una grande carriera davanti. Approda in maglia rossonera portandosi dietro lo scetticismo dell’allora presidente Angelo Rizzoli: «Ho speso un sacco di soldi per un ragazzino di cui non conosco nemmeno il nome». Col senno di poi mai dubbi furono meno giustificati. Nel 1960/1961, Gianni veste la sua prima casacca rossonera: non se la leverà più per diciannove stagioni. Nel 1962, a 18 anni, lo chiamano in azzurro nell’amichevole Belgio-Italia. Lo stesso anno vince il suo primo scudetto col Milan. Ormai è una stella, un golden boy come lo chiamava Gianni Brera dopo averlo definito abatino proprio in virtù del fisico gracilino. Quel giocatore così gracilino, garbato nei modi e nel gioco, che i muscoli non li ha nella gambe ma “in testa” , è lo stesso che nel 1969, vince il Pallone d’oro e in maglia rossonera inanellerà 658 presenze e segna 164 gol, vincendo nell’ordine: tre scudetti (1962, 1968, 1979), due Coppe dei campioni (1963, 1969), due Coppe delle coppe (1968, 1973), una Coppa intercontinentale (1969).

Con la nazionale, invece, il rapporto non è facile. Se è vero che il suo gol nella semifinale del 4 a 3 con la Germania ai Mondiali del Messico viene spesso usato come uno spot sul calcio, è anche vero che le polemiche che lo riguardarono non furono poche. A partire da quei sei minuti sei che il ct azzurro Valcareggi gli “concesse” in finale col Brasile. Anche con gli arbitri le cose non vanno sempre benissimo. Rivera era convinto che ci fosse una sorta di complotto per danneggiare il Milan. E non lo nascondeva: tanto che nel marzo del 1972 prese quattro mesi di squalifica per aver attaccato il selezionatore arbitrale Giulio Campanati. Un anno dopo toccò a Concetto Lo Bello uno dei fischietti italiani più noti. Anche in casa rossonera non tutto filava liscio. Nel 1975 a finire nel mirino è l’allora presidente Albino Buticchi che, dopo aver esonerato Nereo Rocco, di Gianni un vero e propri mentore, prova a venderlo al Torino. Apriti cielo. Rivera minaccia il ritiro. Finisce che Buticchi molla e Gianni resta a furor di popolo. Il golden boy gioca fino al 1979 quando il presidente Felice Colombo lo vuole come vice.

L’arrivo dell’era Berlusconi, nel 1986, cambia tutto. Il Cavaliere ha altro in mente. E Gianni capisce che anche le bandiere, a volte, vengono ammainate. Molla il calcio e si dà alla politica. Approva in Parlamento portandosi dietro una carrettata di voti. Recentemente ha, diciamo, svirgolato qualche pallone, a partire dalla scivolata no vax in tempi di Covid («Il vaccino? Tutto un complotto delle multinazionali») e si è messo alla testa di una cordata di imprenditori per comprare una squadra (si parla del Bari) lasciando intendere di voler sedersi in panchina. Festeggia così i suoi 80 anni uno che di sé ha detto «Mai stato un calciatore. Ho semplicemente giocato a pallone». Divinamente, si potrebbe aggiungere

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