Cina, India, Russia: ecco chi frena sulla svolta green alla Cop26

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PECHINO – “Responsabilità comuni, ma differenziate”, ammoniva appena una settimana fa Xie Zhenhua, l’uomo scelto dal presidente Xi Jinping per rappresentare la Cina alla Cop26. Stesse parole usate ieri anche dal leader cinese. E l’accordo raggiunto al G20 va proprio in questa direzione, tenendo conto delle “diversità” di Pechino fissando la scadenza per le emissioni zero a un più generico “metà del secolo”.

Del resto, la Cina lo aveva ribadito in questi giorni: picco entro il 2030 e neutralità carbonica 30 anni più tardi. Come a dire: si fissano soltanto obiettivi che saremo in grado di rispettare. Niente forzature e strappi in avanti nella lunga e complicata transizione verde. “Che sarà difficile”, ha riconosciuto ieri il premier italiano Mario Draghi. Dicendosi tuttavia soddisfatto dall’atteggiamento “meno rigido” di Pechino, così come sull’ok a meccanismi per fissare il prezzo del carbone: “Hanno accettato l’evidenza scientifica degli 1,5 gradi, che comporta notevolissimi sacrifici, non sono impegni facili”.

G20: impegno sul clima, ma la sfida ora è in Scozia

“Il picco delle emissioni entro il 2030 non basta: è urgente raggiungerlo prima. E poi è un obiettivo che lascia ampio margine di manovra. Con il rischio di sorprese negative. Per questo è importante continuare a chiedere alla Cina di più”, racconta però a Repubblica Lauri Myllyvirta, capo analista del Centre for Research on Energy and Clean Air.

Per vincere la sfida del clima, il mondo ha bisogno della Cina. Ma che cosa fa Pechino e perché le sue politiche contano, appunto, per il mondo intero? È il più grande inquinatore (27,9% di emissioni), le sue aziende sputano più CO2 di intere nazioni, è tra i Paesi che ancora si affidano di più al carbone (60%) e la crisi energetica che sta vivendo ce lo ha ricordato. Nella prima metà dell’anno ha dato luce verde alla costruzione di 18 nuovi altiforni per la produzione di acciaio e 43 centrali elettriche a carbone. E i combustibili fossili contano ancora per l’87%. Affinché la Cina faccia in tempo a rispettare gli impegni, da qui al 2050 il 90% della sua produzione energetica dovrebbe derivare dalle rinnovabili e dal nucleare, ha stimato l’università Tsinghua. Oggi siamo al 15%.

“I prezzi alle stelle e i disagi nelle forniture sono le ragioni per le quali la Cina deve accelerare il passaggio all’energia pulita”, continua Myllyvirta. “Lo sforzo politico, sia chiaro, è massiccio. E molte misure vanno in questa direzione”. Entro il 2030 il Paese si è impegnato infatti ad aumentare i combustibili non fossili al 25%. All’80% entro il 2060. È già leader nel mondo per i pannelli solari (il 37% delle nuove installazioni globali lo scorso anno), così come nel settore dei veicoli elettrici (38,9% delle vendite), le nuove centrali eoliche sono state nel 2020 il triplo di quelle costruite in qualsiasi altra nazione. “Gli investimenti sono impressionanti ma per arrivare alla neutralità carbonica dovrebbero essere almeno il doppio di quanto sono ora. È un obiettivo che, se vuole, la Cina può raggiungere”. Ne ha bisogno anche il mondo.

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