Cina Xi alza i toni della sfida Combatteremo la guerra con la guerra

Cina, Xi alza i toni della sfida: “Combatteremo la guerra con la guerra”

La Republica News
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NANCHINO – Celebrare il passato per parlare al presente: “Il popolo cinese sa che bisogna usare una lingua che gli invasori possono capire, combattere la guerra con la guerra, fermare l’aggressione con la forza, guadagnare la pace con la vittoria”. Parlava di 70 anni fa Xi Jinping, ieri nella Grande Sala del Popolo di Pechino. Nell’ottobre del 1950 la Repubblica Popolare entrava nella Guerra di Corea, o come la chiamano qui la guerra “per resistere all’aggressione americana e aiutare la Corea”. L’unica mai combattuta dalla Cina contro gli Stati Uniti. Vinta.Ecco il riferimento al presente, non esplicitato ma ovvio a tutti: un altro conflitto sembra profilarsi all’orizzonte, con lo stesso avversario. E se una Cina ancora povera ed arretrata trionfò in quell’occasione, a maggior ragione darebbe battaglia oggi: “Il popolo cinese non vuole creare problemi, ma non ha paura, le nostre gambe non tremeranno, le nostre schiene non si piegheranno”, ha aggiunto Xi, in uno dei discorsi più bellicosi e nazionalistici della sua presidenza, da comandante in capo. Con vette liriche sugli eroi che hanno sacrificato i propri corpi “distruggendo il mito dell’invincibilità dell’esercito americano”.
La cerimonia di ieri ha chiuso un’intera settimana di pompose celebrazioni della Guerra di Corea, tra mostre, film in uscita, discorsi ufficiali, medaglie appuntate al petto dei veterani, omaggio ai morti (197mila nel conto ufficiale, molti di più secondo gli storici) ed onnipresente copertura mediatica. La Cina è ossessionata dagli anniversari tondi, ma il confronto con il sobrio programma di dieci anni fa, sessantesimo anniversario, spiega che è il contesto a fare la differenza. Pechino si sente di nuovo aggredita: nella mente della leadership comunista l’obiettivo degli Stati Uniti è contenere l’ascesa cinese, qualunque presidente dovesse vincere le elezioni.La risposta di una dirigenza nazionalista non è certo fare un passo indietro. Al contrario: con parole e azioni, da Hong Kong al Mar Cinese Meridionale, ogni giorno Pechino flette di più i muscoli. C’è molta propaganda interna in tutto questo. Xi non vuole combattere. Sa bene che le forze cinesi ora sono inferiori: per questo continua a insistere sulla “modernizzazione” dell’esercito. Ma mostrarsi deboli non fa più parte della grammatica del Dragone e le frasi di fuoco rafforzano l’impressione di una collisione inevitabile con l’America.
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Almeno per il momento – per fortuna del mondo – i fronti della sfida sono “freddi”: commercio, economia e tecnologia. Per questo, molto più delle celebrazioni culminate ieri, è importante quello che nella Grande Sala del Popolo di Pechino succederà da lunedì a giovedì. La settimana prossima si tiene il quinto plenum, la sessione plenaria annuale del comitato centrale del Partito comunista. La riunione, rigorosamente a porte chiuse, in cui vengono definiti gli indirizzi della politica nazionale. In questo caso un indirizzo chiave, cioè la sostanza del prossimo piano quinquennale, che fisserà gli obiettivi dello sviluppo economico cinese dal 2021 al 2025. La sfida con gli Stati Uniti non per forza sarà citata, ma ne costituirà l’orizzonte. Principi già martellati dalla propaganda, come quello di “autosufficienza” – qualcuno direbbe autarchia – nei settori tecnologici strategici, da conquistare a suon di investimenti miliardari, e di “doppia circolazione” – con il mercato interno da valorizzare rispetto alle esportazioni – risponderanno all’imperativo di mettere la crescita cinese al riparo dalle turbolenze internazionali. E da quella turbolenza più forte dei tutte, che è il confronto con gli Stati Uniti.
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