Clima, il tempo sta scadendo

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L’orologio che ci avvicina al punto di non ritorno continua il suo ticchettìo. Secondo l’organismo sui cambiamenti climatici dell’Onu (Ipcc), entro sei anni dovremmo riuscire a contenere l’aumento della temperatura globale media entro 1,5 gradi. Sembra un’inezia, questo obiettivo. Paragoniamolo alla temperatura del nostro corpo. Quella ordinaria è di 36.5 gradi, ma 1,5 gradi in più indicherebbe febbre a 38.

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Le condizioni climatiche sono sempre più gravi. Il 2023 è il terzo anno più caldo dal 1850, da quando cioè esistono le rilevazioni globali della temperatura. Da giorni si registra un caldo record con allerta rossa in molte città italiane e picchi che superano i 43 gradi. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale sono valori con un impatto potenzialmente devastante sugli ecosistemi.

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Sono i rischi dell’Antropocene, la fase storica in cui l’uomo è in grado di modificare gli equilibri climatici, geologici, biologici e chimici dell’intero globo. I cambiamenti che avvengono sulla superficie terrestre non sono più separabili dall’effetto dell’azione umana e alcune conseguenze sono sconcertanti: incendi, alluvioni, scioglimento dei ghiacciai, precipitazioni intense e improvvise, desertificazione e acidificazione dei mari sono ricollegabili al surriscaldamento globale, provocato dall’uso di combustibili fossili, attività agricole intensive, overfishing e deforestazione.

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L’emergenza climatica a cui stiamo assistendo è evidente, eppure l’aumento delle temperature non è un destino inevitabile e si può fermare. Per farlo occorre intervenire con responsabilità e impegno, partendo dall’azione del singolo per arrivare a quelle dei governi di tutto il mondo.

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Una speranza per il futuro dell’ambiente arriva dall’Europarlamento che ha approvato la Nature Restoration Law. L’obiettivo del provvedimento è tutelare il 20 per cento della superficie marina e terrestre dell’Unione europea entro il 2030 attraverso il ripristino delle aree naturali degradate, soprattutto quelle più adatte ad assorbire CO2. Stupisce la posizione del governo italiano che si è opposto all’approvazione della norma, perché impatterebbe sull’uso dei terreni agricoli. Noi pensiamo invece che lavorare sul ripristino degli ecosistemi nel nostro Paese sia fondamentale per l’enorme patrimonio naturale che custodisce.

Ecco perché dovremmo politicizzare il clima

Noi sappiamo che la transizione non sarà un processo semplice, ma dobbiamo agire con rapidità. Bisogna smettere di bruciare materiali fossili, transitare verso fonti energetiche rinnovabili e pulite come il sole, il mare, il vento, i fiumi, i vulcani. Bisogna alimentarsi in maniera più consapevole, non possiamo più nutrirci con animali selvaggi prelevati dal mare con una pesca eccessiva. Le risorse marine si stanno esaurendo e il 90% dei pesci commerciali è a rischio estinzione. È necessario ridurre anche i consumi di carne, abolendo allevamenti intensivi tremendi per crudeltà e insostenibili per le smisurate emissioni di CO2, e per il consumo di suolo e di acqua. Bisogna passare da un’economia lineare a un’economia circolare che coinvolga tutte le fasi del ciclo di vita dei prodotti, dalla loro progettazione all’uso fino alla gestione conclusiva. Il quarto pilastro è la difesa della biodiversità da cui dipende l’equilibrio della vita sul pianeta.

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Mi occupo di difesa dell’ambiente da 40 anni, sovente sono accusata di avere un approccio ideologico, di stare dalla parte del no. Ma oggi è una parte della classe politica che dice di no, che si oppone alle buone leggi per la tutela dell’Ambiente e della salute dell’uomo, che dimentica le malattie respiratorie, l’attacco della plastica al corpo umano, i danni della siccità, la reazione della natura all’aggressività antropocenica. Ne abbiamo avuto un piccolo assaggio con il Covid e ne conosciamo il costo. Con questo messaggio abbiamo lanciato una campagna internazionale sulla transizione ecologica, “Only one: one Planet, one ocean, one health”, iniziata a bordo delle navi scuola della Marina Militare Palinuro e Amerigo Vespucci che farà il giro del mondo, aiutateci a sostenerla.

Tutta l’attività del governo in materia ambientale sembra ispirata a un processo frenante. Ufficialmente si lavora per la transizione ecologica, in realtà sin dall’intestazione del ministero competente, la transizione sembra depotenziata nell’agenda di governo. Dietro le resistenze dell’esecutivo ci sono argomenti economicisti, apparentemente ragionevoli. Apparentemente, appunto. È evidente che da nuove politiche ambientali arriverà anche una rigenerazione dei processi economici. Non bisogna averne paura. Ambientalisti e sviluppisti possono andare d’accordo. La grande sfida che abbiamo davanti è coniugare economia con ecologia.

L’autrice è presidente di Marevivo

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