Colpo alla ’ndrangheta: 104 arresti fra Calabria, Toscana e Lombardia. “Durante il lockdown aumentati gli affari di droga”

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Il lockdown dell’anno scorso non ha rallentato gli affari delle storiche famiglie della ‘ndrangheta di Gioia Tauro. Anzi, li ha moltiplicati. Negli ultimi mesi gli investigatori del Servizio centrale operativo della polizia hanno sequestrato una tonnellata di cocaina proveniente dal Sud America. Non solo in Calabria, ma anche nel porto di Livorno. E stanotte è scattato un maxi blitz contro la cosca Molè, che vede impegnate tre procure: Reggio Calabria, Firenze e Milano. Sono 104 gli arresti eseguiti. “Uno spaccato attualissimo del potere della ’ndrangheta – commenta il prefetto Francesco Messina, il direttore centrale anticrimine della polizia di Stato – le indagini ci dicono che l’organizzazione criminale si muove allo stesso modo nelle diverse parti del territorio, anche dove aveva scelto di essere sottotraccia. Abbiamo riscontrato la stessa violenza al Sud come al Nord, la stessa pressione sul tessuto economico”.

Forse è il segno che anche la potente ‘ndrangheta deve fare i conti con operatori economici che in alcune parti del territorio denunciano, con testimoni che rompono il muro dell’omertà e svelano le infiltrazioni mafiose nella società e negli enti locali. Ma restano davvero tante le estorsioni scoperte dagli investigatori delle squadre mobili di Reggio Calabria, Milano, Firenze e Livorno, coordinate dallo Sco diretto da Fausto Lamparelli.

Le mani della ‘ndrangheta sull’anagrafe digitale dei Comuni

A Reggio Calabria, la procura diretta da Giovanni Bombardieri ha ottenuto dall’ufficio gip 36 misure cautelari. Il filone d’indagine della procura di Firenze, guidata da Giuseppe Creazzo, ha portato a 14 arresti. La procura di Milano, oggi diretta dal procuratore aggiunto Riccardo Targetti, ha disposto invece il fermo di 54 persone.

La questione meridionale

Vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione a delinquere, riciclaggio, intestazione fittizia di beni, estorsione, usura, bancorotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione e anche false fatturazioni. Le società “cartiere” sono ormai le lavatrici preferite dai padrini delle mafie, per ripulire milioni di soldi sporchi. Le indagini hanno portato anche a sequestri di società e immobili per tre milioni di euro. I crescenti affari di droga durante l’emergenza della pandemia hanno determinato nuovi investimenti criminali.

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