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Come dare un futuro all’Ilva

La Republica News
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La sentenza pronunciata ieri dalla Corte di Assise di Taranto è di grande importanza. E ha un significato limpido: le condanne per disastro ambientale inflitte a tutti i responsabili (proprietà e management) del più grande impianto siderurgico d’Europa dicono che è stato provato il rapporto diretto tra le emissioni nocive e la vera e propria strage (di persone, animali, vegetazione, acque…) che, da oltre mezzo secolo, devasta quella città e quel territorio. Il reato principale è di concorso in associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento di sostanze alimentari, alla omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro: si tratta di responsabilità dolose, ovvero coscientemente volute, che si sarebbero reiterate nel tempo configurando una sorta di disegno criminoso.

Si dovranno leggere le motivazioni della sentenza, ma sembra che sia stata accolta la tesi della procura, per la quale “gli imputati erano animati da dolo intenzionale diretto all’evento del reato, che è il disastro”. Un’accusa di eccezionale gravità, che dovrà passare al vaglio dell’Appello e della Cassazione, e che dà la misura della posta in gioco (giudiziaria, sociale e morale) di questo processo. Ma al di là della qualificazione del delitto come doloso — che può legittimamente suscitare perplessità — possiamo dire che è stato affermato il controllo della giurisdizione sull’attività produttiva e sulle sue conseguenze; e che è stato sancito il primato della tutela della salute come interesse pubblico e diritto fondamentale (tale aggettivo viene attribuito dalla Costituzione al solo diritto alla salute).

Sotto questo profilo la sentenza è coerente con la giurisprudenza della Consulta. In particolare, con una pronuncia che aveva a oggetto la continuità della produzione industriale anche in caso di sequestro degli impianti disposto dall’autorità giudiziaria. La Corte Costituzionale (relatrice Cartabia) criticava una norma che avrebbe privilegiato “in modo eccessivo l’interesse alla prosecuzione dell’attività produttiva, trascurando del tutto le esigenze di diritti costituzionali inviolabili legati alla tutela della salute e della vita stessa, cui deve ritenersi inscindibilmente connesso il diritto al lavoro in ambiente sicuro e non pericoloso” (n. 58/2018).

La sentenza di ieri ha, indubbiamente, il senso di una svolta storica, alla quale si è giunti grazie alla funzione di supplenza della magistratura. Una funzione, per una volta, virtuosa, ma che enfatizza, in maniera ancora più stridente, il vuoto della politica, la sua pavida evanescenza o il suo confuso balbettio. Perché, ora che sono state emesse le condanne, resta un dilemma enorme: che fare dell’acciaieria ieri Ilva, oggi ArcelorMittal? Nella nuova azienda, c’è ancora molto della precedente: l’area a caldo — quella cruciale per il ciclo produttivo, ma anche la più nociva — viene messa sotto confisca: e ora costituisce il punto maggiormente critico sia per le prospettive di profitto dei nuovi proprietari, che per il progetto di complessiva riqualificazione ambientale. E non solo: come la sentenza ha affermato, il “disastro” riguarda un intero sistema ecologico dove sono numerose le fonti di inquinamento; e sono ben lontani dall’essere messi in sicurezza luoghi di lavoro e abitazioni, zone verdi e rurali e spiagge, risorse idriche e allevamenti, ospedali e strutture scolastiche; e dove la stessa idea di generare è insidiata dall’incertezza del futuro. In un simile scenario, ciò che serve è un coraggioso programma di rinascita, pensato e coordinato dal Governo nazionale, in grado di affrontare i nodi aggrovigliati che la sentenza della Corte di Assise ha evidenziato spietatamente, ma che solo una politica responsabile e ambiziosa può cominciare a sciogliere.

E a proposito di politica, c’è qualcosa che non convince in questa sentenza. Ed è la condanna a tre anni e sei mesi per l’ex presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Quest’ultimo è stato l’esponente politico che più si è adoperato per rovesciare un atteggiamento di connivenza e di sudditanza psicologica verso l’Ilva, assai diffuso a livello locale e nazionale. E ha adottato, nel corso dei suoi due mandati (2005-2015), rigorosi provvedimenti per la tutela della salute e dell’ambiente. La sua condanna si basa su una presunta concussione nei confronti di Giorgio Assennato, direttore generale dell’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale), perché si mostrasse arrendevole nei confronti dell’Ilva. Ma Assennato, oltre ad aver negato di essere mai stato “concusso” da Vendola, perseverò, come dimostrato in udienza, in un atteggiamento di attenta vigilanza e di costante critica verso l’azienda. C’è da temere che la condanna di Vendola sia stato l’effetto di un clima di generica ostilità, non certo incomprensibile, nei confronti di tutte le istituzioni e di tutti i gruppi dirigenti della Regione. Ma a una giustizia dimostratasi così severa e intransigente si deve poter chiedere la più oculata capacità di distinguere. 



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