Come invecchia il cervello di una donna

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Le donne vivono più a lungo degli uomini, non stupisce che siano più spesso colpite da demenza. Circa due terzi delle persone con malattia di Alzheimer sono donne, anche se questa differenza di genere emerge solo dopo gli ottanta anni. Individuarne le ragioni potrebbe aiutare a studiare possibili terapie e forme di prevenzione.

È l’obiettivo di uno studio apparso su Jama Network Open, da cui emerge l’ipotesi che alla base della differenza ci sia il fatto che le donne, pur contando su una riserva cognitiva maggiore rispetto ai maschi, hanno anche un declino più veloce.

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Un gruppo di ricercatori guidato da Deborah Levine dell’Università del Michigan ha lavorato sui dati relativi a 26 mila individui e scoperto che “le donne hanno migliori prestazioni rispetto agli uomini nella cognizione globale, nella memoria e nella funzione esecutiva, cioè l’insieme di processi necessari per il controllo del comportamento, ma hanno anche un deterioramento significativamente più rapido”, sintetizza Michela Matteoli, docente di Humanitas University e direttrice dell’istituto di Neuroscienze del Cnr.

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Una fotografia dell’esistente, che evidenzia possibili fragilità senza identificarne le cause. “Visto che la popolazione femminile ha punteggi cognitivi iniziali più alti, non possiamo escludere che i medici non osservino un declino cognitivo significativo nelle donne fino a una perdita sostanziale di tali capacità”, aggiunge Matteoli. E potrebbe poi esserci un vantaggio femminile nel mascherare i primi segni di Alzheimer, che rende più improvviso e apparentemente rapido il manifestarsi della malattia.

Anche se, avverte Elvira De Leonibus, responsabile del gruppo di neuropsicofarmacologia del Cnr-Ibbc: “La classificazione di una prestazione cognitiva è complessa, e la divisione tra capacità cognitive e memoria non è così netta”.

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Proprio De Leonibus è prima autrice di uno studio che individua tra le cause della maggior diffusione della demenza tra le donne il fatto che queste utilizzino strategie cognitive diverse dai maschi per svolgere gli stessi compiti, attivando quindi aree cerebrali diverse.

Per orientarsi nello spazio, per esempio, gli uomini ricorrono a una visuale dall’alto, ricreando una sorta di mappa spaziale aerea, le donne, privilegiano la scelta tra destra-sinistra o avanti-indietro, una strategia definita route-finding o egocentrica.

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“La nostra idea – spiega De Leonibus – è che le donne tendano a sottostimolare alcune aree del cervello come l’ippocampo, particolarmente sensibili all’effetto degli estrogeni, che in questo modo sarebbero meno protette dall’invecchiamento perché si creano meno sinapsi”.

Elementi che emergono da studi di medicina di genere. Spiega De Leonibus: “Oggi per esempio sappiamo che nelle donne la maturazione del cervello si completa prima rispetto ai maschi, e che gli estrogeni giocano un ruolo importante in diverse funzioni biologiche”.

E non c’è dubbio che gli ormoni abbiano un ruolo anche nello sviluppo delle funzioni cognitive: “Dopo la menopausa, la produzione di estrogeni diminuisce sensibilmente, e per anni si è pensato che in questo modo venisse meno un fattore protettivo”, prosegue la ricercatrice: “In parte questo è vero, però ci siamo resi conto che la terapia ormonale sostitutiva non offre particolari vantaggi, se non forse nelle fasi precoci del decadimento cognitivo, e che comunque entrano in gioco altri fattori”.

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Come spiega Matteoli: “Pensiamo ai disturbi ipertensivi in gravidanza, che colpiscono circa il 12% delle donne incinte, e sono associati a un aumentato rischio di atrofia cerebrale e declino cognitivo decenni più tardi”. A cui potrebbero aggiungersi fattori genetici: i ricercatori della Stanford University hanno scoperto che le portatrici di una variante del gene ApoE-4, che aumenta il rischio di Alzheimer, hanno il doppio delle probabilità di sviluppare la malattia rispetto alle donne che non presentano tale variante, mentre per gli uomini l’aumento di rischio è modesto.

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Ci sono poi da prendere in considerazione anche fattori sociali come il livello di istruzione: “La stimolazione cognitiva ha effetti protettivi importanti, perché contribuisce a creare risorse cognitive”, spiega De Leonibus. Non parliamo solo di istruzione scolastica, anche se in generale le persone più istruite hanno un lavoro più interessante e creativo: “Le donne più anziane hanno spesso avuto minori opportunità di istruzione e di lavoro”, aggiunge Matteoli.

Quello che sappiamo è che la degenerazione cognitiva è un processo che parte da lontano, e che possiamo fare molto per rallentarlo: “Il tasso di mortalità per malattie cardiovascolari è più alto negli uomini rispetto alle donne. In particolare, dato che gli uomini con uno stile di vita a rischio muoiono più giovani per queste patologie, una delle ipotesi che emergono è che chi supera i 65 anni abbia uno stile di vita protettivo per il cervello, oltre che per il cuore”, ricorda Matteoli.

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Proprio perché sappiamo che la neurodegenerazione comincia circa vent’anni prima della comparsa dei sintomi, è importante lavorare sulla prevenzione.

Uno stile di vita corretto può fare molto: è importante tenere sotto controllo il metabolismo e anche l’attività fisica, in particolare aerobica, è utile, “soprattutto per le donne, perché stimola la produzione di nuovi neuroni nelle aree del cervello in cui questo è possibile”, prosegue la ricercatrice. E può essere un’occasione per abbinare allenamento e socialità attraverso attività come il ballo, oppure per dedicarsi all’orienteering, che consiste nel raggiungere un punto di arrivo seguendo un percorso con l’aiuto di una mappa, un’attività all’aria aperta che comprende anche un allenamento cognitivo.

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“Le attività utili alla prevenzione hanno un denominatore comune, la riduzione del carico infiammatorio del nostro organismo”, ricorda Matteoli. Un progetto in corso chiamato Train the Brain mostra come l’attività fisica e cognitiva possa rallentare in modo rilevante la compromissione di soggetti con danno cognitivo lieve, ritardando lo sviluppo della malattia di Alzheimer.

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“Dovremmo anche chiederci fino a che punto gli strumenti che ci semplificano la vita, dagli smartphone ai navigatori, riducono gli stimoli che mantengono in allenamento il nostro cervello, togliendoci per esempio l’abitudine a memorizzare le informazioni”, conclude De Leonibus. “Intanto stiamo cercando di capire quali forme di declino cognitivo possano segnalare un maggior rischio di sviluppare demenza: una differenza importante, ma difficile da far emergere in studi di popolazione”.

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Molta verdura e pochi zuccheri

E se la demenza avesse un’origine metabolica? L’ipotesi circola da tempo; ora una conferma sembra arrivare da uno studio realizzato dalla Brigham Young University in collaborazione con altri atenei americani.

“Forse in futuro potremmo definire l’Alzheimer come una forma di insulinoresistenza del cervello”, spiega Benjamin Bikman, docente di fisiologia della Byu e responsabile dello studio pubblicato sulla rivista Alzheimer&Dementia.

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I ricercatori hanno studiato post mortem l’RNA del cervello di pazienti con Alzheimer per valutarne l’attività metabolica, individuando un’alterazione nel metabolismo del glucosio che compromette le capacità del cervello di sfruttarlo per il proprio fabbisogno energetico.

Il fenomeno è stato evidenziato anche da altri studi, ma è la prima volta che il meccanismo è spiegato a livello cellulare, e potrebbe chiarire perché finora gli sforzi per realizzare una terapia efficace aggredendo le placche di proteina amiloide non abbiano avuto particolare efficacia. “Questi dati ci fanno capire l’importanza di tenere sotto controllo il nostro metabolismo”, spiega Bikman che consiglia una dieta ricca di verdura e frutta e povera di zuccheri e carboidrati raffinati.

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E, dato che in questi pazienti il metabolismo dei grassi sembra funzionare normalmente, se i risultati fossero confermati, anche un trattamento a base di chetoni – le molecole che si formano quando il livello di insulina è basso e l’organismo brucia grassi anziché carboidrati – potrebbe contribuire a rallentare il deficit cognitivo.

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