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Comunità di Bose, colpo di scena: la contraffazione dello Statuto opera degli stessi monaci

La Republica News
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Giallo in monastero con colpo di scena. Senza scomodare Guglielmo di Baskerville e Umberto Eco, basta spostarsi nella Comunità ecumenica di Bose fondata da Enzo Bianchi, colpito da un decreto inappellabile del Vaticano. Datato 13 maggio 2020, impone l’allontanamento forzato a lui e a tre confratelli: Lino Breda, Antonella Casiraghi e Goffredo Boselli. Il thriller riguarda lo Statuto della comunità. E lo svolgimento dell’action-movie con il saio, qualora ce ne fosse ancora bisogno, conferma quanto sia ormai degenerata la situazione, con una frattura non più sanabile e un clima da caccia alle streghe.

L’accusa di contraffazione

Magnano, provincia di Biella. Nei giorni scorsi si era nel pieno del braccio di ferro tra Bianchi e il delegato pontificio padre Amedeo Cencini sul mancato trasferimento del fondatore a Cellole, in Toscana. Fratel Enzo, il 6 marzo, aveva rotto il silenzio: “condizioni disumane”, basta “menzogne”; Cencini, il 16 marzo a tarda sera, aveva ribattuto con un lungo comunicato in cui sostanzialmente gli dava del bugiardo. Infine, il 18 marzo, è arrivata una lettera di Papa Francesco: vicinanza ai monaci ed esortazione a chiudere la vicenda. E cioè: Bianchi se ne vada una buona volta dall’eremo a pochi passi dal monastero.

Che cosa pensa realmente Bergoglio? Chi ha torto e chi ha ragione? Difficile districarsi nel groviglio.

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È a questo punto che si è accesa la disputa sul nuovo Statuto della Comunità. Si tratta del testo approvato a Bose nel novembre del 2016, ovvero nel periodo in cui Enzo Bianchi decise di passare il testimone a un nuovo priore, poi eletto e tuttora in carica, padre Luciano Manicardi. Un cambio – e a leggere i comunicati di quei giorni vengono i brividi – avvenuto “in grande pace nella festa dei santi abati di Cîteaux”. Si tratta di trentadue articoli e di una norma transitoria, quella contenuta nella versione circolata, che recita così: “Il fondatore della Comunità Enzo Bianchi, fino al termine della sua vita, è nominato priore emerito della Comunità e con il priore eletto dal Consiglio della Comunità e disgiuntamente tra loro, ha i poteri di rappresentanza previsti dall’articolo 11 commi 2 e 3 del presente Statuto”.  Nulla di apparentemente strano, ma è lecito domandarsi – se così vi era scritto – perché accusare Bianchi di interferenze nel governo del monastero.

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Il 17 marzo, poco prima delle 23, l’Economato della Comunità di Bose diffonde un secco comunicato: “La Comunità monastica di Bose precisa che il proprio Statuto vigente, approvato nel Consiglio del 2 novembre 2016, presentato al Vescovo di Biella monsignor Gabriele Mana e da questi approvato in data 11 dicembre 2016 (Prot. n. 401/16/CV), è “composto di 32 articoli ed esteso su 12 facciate”, come precisato nel Decreto di approvazione del Vescovo. Lo Statuto non contiene alcuna norma transitoria aggiuntiva che conferirebbe poteri a Enzo Bianchi come fondatore; inoltre, in nessun articolo dello Statuto compaiono nomi propri di persone, né i termini “fondatore” o “priore-emerito”. Tali dati sono facilmente verificabili, oltre che nell’originale conservato negli archivi della Comunità, anche nelle copie depositate presso la cancelleria della Curia della Diocesi di Biella e presso il registro delle Persone giuridiche della Prefettura di Biella. Come ovvio – prosegue la nota ufficiale – tale testo originale si ritrova integrale anche nel libretto a stampa Statuto e Consuetudini, Bose 2016, distribuito a tutti i membri della Comunità. Versioni differenti, con aggiunte indebite al capitolo VI Norme finali (artt. 31 e 32), fatte circolare nei media o da essi citate, sono pertanto da ritenersi contraffatte”.

Il mistero da svelare

Contraffazione? Ma chi potrebbe avere avuto questo interesse? Forse Enzo Bianchi e i suoi sostenitori? Strano, perché il fondatore ha sempre detto in più sedi che intendeva lasciare in modo netto, anche se poi è rimasto lì (ma è un altro tema, che non deve sviare). Stranissimo, inoltre, che i monaci che avevano tra mano la copia contraffatta in monastero non avessero alcun intento obliquo o partigiano. E, anzi, considerassero quel testo “lo” Statuto.

Un granchio? In epoca di fake news tutto è possibile, ma i contorni – in questo caso – sembrerebbero misteriosi. Abbiamo provato a seguire le indicazioni del comunicato. Intanto, “i dati facilmente verificabili” risultano un eufemismo. La copia autentica, richiesta alla Comunità, non è mai arrivata. Dalla Prefettura, pur con grande gentilezza, ci hanno risposto in strettissimo burocratese d’ordinanza: tutto molto complicato, procedure da verificare e per fare più in fretta, via, chiedete in Comunità. In Curia vescovile a Biella, invece, pur affrontando sacri timori e qualche acrobazia, ecco il testo. Ed è vero: lo Statuto depositato non contiene la famigerata norma transitoria.

L’ingresso della comunità di Bose 

I finanziamenti

Chi può avere contraffatto così bene e in maniera credibile lo Statuto dei monaci di Bose? Risposta: gli stessi monaci di Bose. Possibile? Possibilissimo. Un gesto ingenuo, fatto a fin di bene nel clima “di pace” del nuovo corso, a partire dal 2017, per chiedere finanziamenti a sostegno dei Convegni internazionali ecumenici di spiritualità ortodossa, in genere in calendario agli inizi di settembre. Quell’anno la Comunità ne aveva richiesti alla Fondazione Cariplo, alla Regione Piemonte e alla Fondazione Crt. Ebbene, quest’ultima, in una attività ispettiva del 2019 (finalizzata a capire se il denaro erogato fosse stato speso per quanto dichiarato) ha giudicato tutto conforme, archiviando nei dossier dell’ente lo Statuto (contraffatto) con la norma transitoria (aggiunta da una pia manina) e il decreto (vero) dell’allora vescovo di Biella, Mana.

Colpo di scena. Come mai? L’ipotesi più ragionevole – che probabilmente sarà confermata anche in Fondazione Cariplo e in Regione Piemonte, dove abbiamo attivato la procedura per l’accesso agli atti – è appunto che in fase di richiesta dei fondi si volesse assicurare ancora la presenza di Enzo Bianchi, nome forte e spendibile, firmatario (a sua insaputa) per aiutare l’esito favorevole della pratica. Formalmente, e giuridicamente, un “falso in atto pubblico” (articolo 483 del Codice penale) che potrebbe essere stato reiterato anche nel 2018 e nel 2019: un peccato veniale se commesso in tempi di concordia all’interno della comunità; una rogna di proporzioni sconfinate nel momento in cui i rapporti sono diventati tesi, al limite della guerriglia. Ipotesi ventilate anche da un informatissimo giovane blogger emiliano, Marco Felipe Perfetti, studente di giurisprudenza, che è stato ingiustamente bersagliato per il suo argomentare diretto contro Santa Romana Chiesa sul sito “Silere non possum”.

Papa Bergoglio con Bianchi 

Gli interrogativi

Le domande, a questo punto, sono molte. Perché, essendosi svolti i fatti in questa maniera, la Comunità di Bose ha mandato il 17 marzo un comunicato in cui parla di “versioni contraffatte”? L’attuale gruppo vicino al priore Manicardi temeva un boomerang per la norma transitoria su Enzo Bianchi? Si è allarmato per il “falso in atto pubblico”? Se i comunicati di riprovazione sono partiti dall’Economato di Bose, non è proprio l’Economo di Bose, cioè fratel Guido Dotti, il primo che doveva essere al corrente della verità? E il delegato pontificio padre Andrea Cencini: sapeva tutto e ha autorizzato il comunicato? Oppure non ne sa alcunché e, dunque: che controllo avrà mai della situazione? Ma, soprattutto, perché con quel comunicato adombrare in modo strumentale che ci potessero essere delle contraffazioni dello Statuto ispirate da Bianchi?

            Probabile che oggi se ne parli a Bose, dove in queste ore si è visto aggirarsi padre Cencini. Alle 17 c’è il Consiglio dei professi. Ma la scissione resta l’unica strada. Diversi monaci ancora in Comunità e scossi per la vicenda ci stanno pensando. Intanto è questione di giorni ed Enzo Bianchi lascerà Magnano: si sposterà in un alloggio nel Torinese con due confratelli che lo assisteranno per le sue precarie condizioni di salute.



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