Con lo smart working meno ricorso alla cassa integrazione e stipendi piu alti del 6 gli effetti del boom del lavoro da casa

Con lo smart working meno ricorso alla cassa integrazione e stipendi più alti del 6%: gli effetti del boom del lavoro da casa

La Republica News
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MILANO – Il lavoro da casa come argine alla cassa integrazione, salvagente per la busta paga, scoglio contro una deriva – anche psicologica – data dal timore di perdere il proprio posto. La Banca d’Italia si è esercitata con un tris di ricerche a indagare uno dei fenomeni più pervasivi dell’ultimo anno vissuto sotto l’emergenza Covid: il lavoro da casa. Un fenomeno che ha vissuto un boom senza precedenti, sia che lo si analizzi dal punto di vista dei lavoratori privati, che delle imprese, che della Pubblica amministrazione (proprio come fa Palazzo Koch nel suo triplice rapporto). E’ possibile mettere in fila gli effetti di questo massiccio svuotamento degli uffici, sia per le imprese e gli enti, che per i loro lavoratori?

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Il boom del lavoro agile: da meno di 200 mila a 1,8 milioni di lavoratori

Pochi numeri chiariscono meglio il concetto del boom. La percentuale di lavoratori in smart working è aumentata dall’1,4 per cento del secondo trimestre del 2019 al 14,4 per cento dello stesso periodo del 2020: da meno di 200 mila a 1,8 milioni di persone. Le imprese private che lo utilizzano sono aumentate dal 28,7 per cento del 2019 all’82,3 per cento nel 2020. La percentuale di lavoratori pubblici che almeno una volta alla settimana hanno lavorato da casa è passata del 2,4 per cento del 2019 al 33 per cento del secondo trimestre 2020. Pur partendo da una situazione più arretrata della Spagna, per non parlare di Francia e Germania, la Pa italiana è quasi arrivata a centrare il “potenziale massimo di telelavorabilità” stimato al 36 per cento dei suoi dipendenti. In alcuni settori, come l’istruzione, complice la Dad quello che era ritenuto essere il massimo fattibile à stato addirittura superato.

Arriva il bonus spese per chi lavora da casa

Tra le imprese, il boom obbligato dalla pandemia ha contribuito a colmare le note differenziazioni territoriali. Più di tre quarti delle imprese che dichiaravano di non aver fatto lavorare i propri addetti da remoto nel 2019, lo ha fatto nel 2020. E di queste, quasi il 10 per cento lo ha sfruttato per più della metà dei propri dipendenti. Resta una prevalenza al Nord e tra le società di grandi dimensioni. A parità di settore, area geografica e classe dimensionale, l’utilizzo dello SW è aumentato soprattutto tra le imprese più dinamiche e innovative (con retribuzioni medie più alte, con manager giovani e più orientati a pratiche strutturate di monitoraggio e incentivo della performance, appartenenti a gruppi esteri, che investono in tecnologie avanzate e con produttività più alta). Tra le variabili correlate all’aumento più forte dello smart working c’è la quota di occupazione femminile: sia perché solitamente alle donne si legano mansioni meno operative, sia per possibili più spiccate necessità di conciliare le esigenze familiari.

Lo smart working ‘trasforma’ i dipendenti in autonomi. “Così i salari dovranno tenerne conto”

Restando alle imprese, pur rimanendo a secco di evidenze scientifiche consistenti, secondo Bankitalia si può suggerire “che modalità di lavoro più flessibile siano associate a un maggior utilizzo dell’input di lavoro, una più elevata produttività (le stime sono di un aumento del prodotto per lavoratore in smart working del 10-13%, ndr) e un maggior benessere dei lavoratori”.

Le differenze per i lavoratori: buste paghe più alte del 6% (grazie alle maggiori ore lavorate)

Proprio sul lato dei lavoratori è bene spendere qualche parola in più. Bankitalia riconosce in una noterella “un piccolo abuso di terminologia” quando premette che userà “come sinonimi le espressioni lavoro da remoto, lavoro agile, e smart working”. E in effetti, il lavoro degli economisti di via Nazionale mette in evidenza alcuni aspetti che sembrano anche indicare una migliore tenuta psicologica dei lavoratori che sono andati avanti da casa, indagando su incertezza e precarietà percepite. Lasciando però sullo sfondo le tematiche sulla “qualità” dello smart working, della fatica di conciliarlo con il resto della vita, della sua qualificazione effettivamente come passo avanti per rendere migliore la prestazione e la vita dei dipendenti piuttosto che un semplice trasferimento del computer dal desk dell’ufficio al tavolo del soggiorno.

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Al netto di ciò, emerge che il lavoro agile è un antidoto contro la cassa integrazione, che difende lo stipendio perché garantisce maggiori ore lavorate e limita il rischio di perdita del posto. Rispetto a chi non è in smart working, a parità di condizioni, in media i dipendenti che hanno usufruito del lavoro agile hanno lavorato più ore (6 per cento, in media due alla settimana). In forza di questa “difesa” delle ore lavorate, chi era in “smart” ha goduto di una retribuzione più alta del 6 per cento rispetto a chi non lo era.

Rispetto agli altri, chi ha lavorato in remoto ha visto scendere sia la possibilità di esser messi in cassa integrazione (di circa 10 punti percentuali, calcola Bankitalia), sia la probabilità di cercare un altro lavoro (di 2,3 punti percentuali) o quella, percepita, di perdere il lavoro attuale entro 6 mesi (di 3 punti percentuali). Insomma, il lavoro agile ha dato per i ricercatori “benefici sia privati (ad esempio, una minore probabilità percepita di perdere il lavoro), sia, probabilmente, collettivi” visto che meno cassa integrazione significa minor costo per le finanze pubbliche.



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