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Concorrenza, delocalizzazioni e pandemia: così è tramontato il sogno delle imprese tessili pugliesi

La Republica News
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BARI – Mottola, 5 marzo: decine di lavoratori protestano davanti a un capannone in zona industriale. Sono alcuni dei 120 lavoratori dello storico stabilimento Tessitura di Mottola, di proprietà della Albini Group di Bergamo che la acquisì anni fa e che ora se ne vuole disfare mettendola in vendita e rischiando di lasciare senza lavoro i dipendenti. Fatti fuori da un giorno all’altro, anche se le avvisaglie non mancavano dallo scorso anno. Per capire come se la passa in questo momento il settore tessile in Puglia bisogna partire da qui, questa piccola realtà in provincia di Taranto. Perché alla base della decisione della Albini di lasciare il territorio ci sono tutte le motivazioni che stanno mettendo a rischio l’intero settore. Motivazioni contenute nella nota con cui il gruppo di Bergamo ha annunciato l’addio: “Il settore è alle prese con cronico eccesso di offerta, guerra dei prezzi scatenata dalla filiera asiatica, generalizzata riduzione dei consumi e crisi subita da una parte importante degli operatori del settore dell’abbigliamento. A questi fenomeni strutturali si è aggiunta la crisi causata dalla pandemia che ha colpito il comparto tessile-moda più pesantemente degli altri settori industriali”. Da qui la decisione di vendere lo stabilimento tarantino. Motivazioni che ai sindacati sanno tanto di giustificazioni: “Assistiamo all’ennesima storia di un’impresa che si insedia in un territorio solo per riceverne vantaggi e non per contribuire al suo sviluppo – hanno attaccato Cgil, Cisl e Uil – Quando finiscono sgravi e opportunità fiscali alla prima occasione levano le tende, lasciando per strada 120 lavoratori e le loro famiglie”. Risultato: la produzione di Mottola andrà al nord, a Bergamo, oppure sarà spostata all’estero dove il costo del lavoro è inferiore.

C’era un volta il distretto

Il Tac (Tessile-abbigliamento-calzaturiero) pugliese è uno dei settori storici dell’economia regionale. A tal punto che nel 2008 con una delibera la Regione lo riconosce creando il Distretto Produttivo della Filiera Moda Puglia, raggruppamento di riferimento per il settore Tac, uno dei 18 distretti produttivi regionali pugliesi. Ci sono dentro 243 imprese, quattro università e centri di ricerca, tre sindacati, 20 enti e associazioni di categoria. Originariamente il Distretto nasce con l’intento di trasformare il settore pugliese in un’eccellenza a livello internazionale migliorando la risposta delle imprese del settore ai cambiamenti degli scenari economici. Peccato che dal novembre del 2019 quel Distretto non esiste più, o meglio, non è più operativo. Ma il settore è ancora vitale per l’economia pugliese, anche in tempi pandemici. Da qui la decisione dei vertici regionali di accendere un faro sul Tac pugliese con un’analisi di settore realizzata da Istat, consiglio regionale, Regione, Unioncamere Puglia, Arti (Agenzia regionale per la tecnologia e l’innovazione). Ne è venuto fuori un dettagliatissimo report, forse il primo così ricco sul settore, intitolato ‘La filiera Tac in Puglia’ pubblicato a dicembre del 2020 che fotografa la realtà del tessile in regione.

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Il settore prima del Covid

Quando scoppia la pandemia, nel marzo dello scorso anno, si contano più di 5mila imprese: 770 industrie tessili, 3.557 operanti nella produzione di capi di abbigliamento, 739 nella fabbricazione di calzature e articoli in pelle. Sì è vero, la grandezza dei decenni precedenti ormai è un ricordo. Solo rispetto al 2014 nel comparto si contano complessivamente 844 aziende in meno. “Una selezione durissima – fa notare Unioncamere Puglia – particolarmente acuto nel passaggio 2014-2019 il depauperamento dell’universo dell’abbigliamento (558 imprese in meno), mentre nel tessile e nella pelle si va oltre le cento imprese perse per strada. Bollare però il fashion pugliese come un comparto in crisi tout court sarebbe un errore perché vi sono elementi di competitività insperati, in mezzo a segnali negativi che pur non mancano”. Ancora numeri: nel settore operano 36.809 addetti (il doppio del legno arredo, per avere un termine di paragone): 22mila di loro operano nell’abbigliamento, 10mila nelle calzature, il resto nel tessile. Purtroppo il dato è in forte contrazione, con 5.593 dipendenti in meno del 2014, “una vera diaspora” fa notare ancora Unioncamere. .

Dal capospalla alla corsetteria, il made in Puglia

Il tessile pugliese produce davvero di tutto: dal capospalla uomo (giacche, cappotti, pantaloni), passando per le confezioni bambino, fino all’abbigliamento donna, inclusivo anche di abiti da sposa (a questi ultimi, incomprensibilmente, non è mai stato assegnato un codice di attività dedicato). Come posizionamento si va dal formale all’informale. Quanto a contenuto moda, si passa dal capo entry level al medio gamma, fino a produzioni di qualità che non hanno nulla da invidiare ai migliori produttori del mondo. Molte di queste aziende operano da terziste, ma alcune – quelle più strutturate segnala sempre Unioncamere – hanno scelto il marchio proprio da anni. Poi ci sono anche produttori specializzati in altri segmenti: 389 imprese attive nell’abbigliamento sportivo e tecnico; 227 nella maglieria e polo; 381 nella lingerie. A completare il guardaroba, calze, cravatte, corsetteria. Non meno complesso l’universo dei calzaturifici, che contano su 643 imprese, che danno lavoro a 9.962 persone.

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La divisione per province e la guida al femminile

Fra le province, quella di Barletta-Andria-Trani domina la scena (31% delle aziende e 30% degli addetti): maglieria, calzature, intimo le specializzazioni produttive storiche. Segue Lecce, con i suoi grandi calzaturifici, la corsetteria e varie altre specializzazioni, che in tutto coprono il 23% delle aziende e il 32% degli addetti. Poi Bari (una impresa su 4, un dipendente su 5 del totale), provincia in cui va citata soprattutto la confezione sposa e cerimonia della valle d’Itria, principale polo mondiale nella specializzazione. Non mancano le altre specializzazioni. Quindi le altre province, con Taranto molto attiva sul capospalla uomo di qualità. I Comuni pugliesi più vivaci nella moda per presenza di imprese sono, nell’ordine: Barletta, Andria, Martina Franca, Trani, Bari, Bisceglie, Putignano, Bitonto, Nardò, Lecce. A questi vanno aggiunti almeno Casarano, Matino, Bitonto e Santeramo. Va detto che molte aziende sono a conduzione femminile (36,2%) “retaggio – segnala il report regionale – di una antica tradizione nelle confezioni di intimo e abbigliamento e dell’importanza che le sarte di atelier hanno avuto nella nascita di altre specializzazioni sul territorio regionale”. Si contano cinque grandi aziende che superano i 50 milioni di fatturato e più di 250 dipendenti. Seguono 99 aziende con meno di 50 milioni e meno di 250 dipendenti. Già da qui viene fuori che ci sono troppe aziende sono medie solo per numero di dipendenti e non per fatturato che invece è più da piccole imprese.

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Gli anni ’80, decennio d’oro

Rispetto agli anni ’80 però è un altro mondo. Troppa la competizione internazionale di Paesi in cui c’è un costo minore della manodopera dalla Cina al Sud-Est asiatico fino all’Est Europa. Qualche azienda ha tentato di delocalizzare o esternalizzare alcune fasi di produzione. E per farlo hanno spesso scelto l’Albania. Altre hanno creato un marchio proprio, altre ancora sono tornate a fare subfornitura per altri marchi. Un caso su tutti: gli abiti da sposa di Blumarine o quelli della linea Ferrari sono realizzati in Puglia. In questo senso è esemplare l’analisi di Luigi Triggiani, segretario generale di Unioncamere Puglia: “A dirlo oggi sembra quasi incredibile, ma fino a vent’anni fa l’export del settore moda pugliese nel mondo superava per valore economico quello dell’intera filiera regionale del food. Sulla bilancia dei pagamenti regionali incidevano più abbigliamento, calzature e intimo che non agricoltura e industria di trasformazione messe assieme”. Poi è arrivata la tempesta della globalizzazione, con le delocalizzazioni e le esternalizzazioni selvagge. Il numero di imprese in Puglia è calato vistosamente, stritolate dalla scarsa competitività, con nuovi colossi spagnoli e svedesi del fast fashion. La Puglia del tessile così si è barcamenata tra esperimenti di marchio proprio e una più rassicurante, ma meno remunerativa, lavorazione a façon per le grandi imprese del nord Italia (ricordate Albini Group di Mottola?).

La crisi dei consumi causata dal Covid

Fino a marzo del 2020 il settore stava dando segnali di resistenza a delocalizzazione e esternalizzazione. Segnali anche incoraggianti, confermati dalla grande ripresa del lavoro per i façonisti. Poi l’emergenza pandemica ha sommerso tutto. Le restrizioni imposte dal contagio riducono le occasioni di acquisto. Lo shopping è impensabile in alcuni mesi dell’anno. I primi a risentirne sono i proprietari delle boutique, i negozianti, la parte finale della catena del tessile che comincia dalla produzione e arriva con il prodotto finito in negozio. Benny Campobasso, presidente di Confesercenti Puglia, fornisce anche il numero delle possibili vittime di questo difficile contesto storico: “Da emergenza sanitaria a catastrofe economica. Il passo è segnato. Dal primo lockdown alla seconda ondata, le imprese del settore moda a rischio chiusura sono 1.081”. Una situazione documentata dal report di Confesercenti “Le imprese nella pandemia: marzo 2020 – marzo 2021” che fotografa la crisi generata dall’emergenza Covid 19. “Abbiamo fatto un balzo indietro di un quarto di secolo, siamo tornati ai livelli della fine degli anni ’90 quando i consumi delle famiglie erano molto più ridotti – commenta Campobasso – la causa del calo dei consumi e del Pil è da attribuire a diversi fattori. In primo luogo, alle restrizioni delle attività e del movimento delle persone al fine di contenere la diffusione del virus. Considerando solo i servizi di mercato, durante questo anno di pandemia in Puglia, ben oltre 4mila imprese potrebbero non aprire, e le più coraggiose, se dovessero continuare l’attività, certamente non recupererebbero gli introiti persi durante i tanti giorni di chiusura completa”.

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Valle d’Itria, quel polo mondiale alle prese con lo stop ai matrimoni

Ma la pandemia fa male nel settore anche a monte, sul versante della produzione. Soffrono in questo contesto pure le punte di diamante. Una è di sicuro la confezione di abiti da sposa e da cerimonia. Qui in Puglia, come documentato anche dal report regionale sul Tac esiste un polo mondiale della specializzazione. Decine di piccole realtà con fatturati di milioni di euro l’anno, che hanno vissuto l’età dell’oro tra anni Ottanta e Novanta del secolo scorso e che anche in questi anni si impongono sul mercato. E così se Putignano è la regina degli abiti da sposa, Martina Franca è specializzata negli abiti da sposo. Il motivo di questo successo è chiaro e sta nelle sfarzosissime e leggendarie feste di matrimonio che da sempre si celebrano solo al Sud e in particolare in Puglia. Una particolarità che ha conquistato anche i turisti stranieri. In molti negli ultimi anni hanno deciso di venire a sposarsi qui in Puglia spinti dagli esempi di celebrità del jet set internazionale che avevano aperto la strada in questo senso: da Justin Timberlake e Jessica Biel nel 2012 al matrimonio della figlia del magnate indiano del ferro Pramod Agarwal costato 10 milioni di dollari con scenografie da Bollywood nel cuore della selva di Fasano, solo per citarne alcuni.

Ora che il Covid ha azzerato le cerimonie, il settore del wedding è in ginocchio, con feste rimandate ai prossimi mesi, se non proprio annullate. Una crisi che si riversa sulle centinaia di aziende che producono abiti per sposa e sposo. Ne sa qualcosa Livia Petrelli, a capo della Petrelli Uomo di Martina Franca: “Siamo specializzati nella produzione dell’abito da uomo e della cerimonia in genere, vestiamo tutti gli invitati dallo sposo al papà, al bambino, fino al paggetto”. Un’azienda da 20 dipendenti che prima della pandemia fatturava 5 milioni di euro l’anno: “Adesso gli affari sono calati del 70 per cento. Reggiamo in parte grazie alle vendite all’estero. L’inizio della pandemia è coinciso con l’inizio del nostro lavoro in primavera. Stiamo reggendo con le forze personali, in questo periodo abbiamo fatto anche da banca a tutti i nostri clienti che abbiamo dovuto supportare. Ora non ci resta che aspettare sperando che dopo Pasqua la situazione possa migliorare. Se si potranno riprendere a fare i matrimoni, almeno con dei protocolli di sicurezza, potremo risollevarci”.

Le produzioni per le griffe

Ma la Puglia è salita agli onori delle cronache di recente anche per le sue produzioni artigianali talmente pregiate da attirare le principali griffe della moda mondiale. Non è un caso se l’estate scorsa Dior abbia scelto piazza Duomo nel centro di Lecce per presentazione della sua ultima collezione Cruise 2021 con una spettacolare sfilata a cura della salentina Maria Grazia Chiuri. I tessuti degli abiti indossati dalle modelle erano quelli della Fondazione Le Costantine. Sul retro delle gonne c’era scritto “Amando e cantando” il motto di questa storica realtà sartoriale. Una testimonianza della capacità della manodopera salentina, scelta dalle più importanti case di moda internazionali per la produzione di abiti. Non una realtà isolata. Sono tanti i laboratori salentini specializzati nel confezionamento di abiti per le più importanti griffe al mondo. Uno di questi si trova nella piccola Veglie in provincia di Lecce. Si chiama UnoErre ed è guidato da 34 anni da Nicoletta Rollo: “Notte e giorno qui dentro, sono cresciuta insieme alle mie 50 dipendenti”. Un fatturato di 2,5 milioni di euro per una sartoria di alta classe che realizza capi di alta moda per Louis Vuitton e Kering, oltre che pezzi su misura per il jet set internazionale, fra cui Nicole Kidman, Beyoncé, Brigitte Macron, moglie del presidente della Repubblica francese. “Ma abbiamo realizzato abiti anche per Sarah Button, direttrice creativa di Alexander McQueen”. Nell’ultimo anno il Covid ha ridotto le richieste da parte delle griffe: “In questi mesi ho cercato di mantenere il personale, meno male che Vuitton e Kering hanno mantenuto le loro commesse. Il volume d’affari è sceso del 25 per cento. Ma nei paesini del Salento ci sono piccole realtà come la nostra che stanno morendo ed è un peccato perché così si perde molta manodopera abile”.

L’illusione delle mascherine

Per un certo periodo anche Nicoletta Rollo ha provato a riconvertire il suo laboratorio per realizzare mascherine. Poi ci ha rinunciato. Ma c’è stato un momento, tra marzo e aprile del 2020, in piena prima ondata, quando tutta l’Italia si è ritrovata a combattere l’emergenza pandemica a mani nude, senza dispositivi di protezione, in cui si sono moltiplicate le iniziative di aziende tessili pronte a trasformare la loro produzione per realizzare mascherine. In Puglia pochissimi ci sono riusciti, fra questi solo la Regione Puglia mettendoci molti soldi pubblici e realizzando un’azienda di produzione di Dpi. E le aziende tessili private? Hanno dovuto fare marcia indietro. A parte la concorrenza straniera sfrenata nel settore “c’è pure un problema a monte della filiera – come segnala il report regionale – vale a dire che la produzione di tessuti, rispetto a 20 anni fa, in Puglia è stata completamente smantellata. Insomma, l’improvvisa linea autarchica sulle mascherine non sembra un’impresa banale per come è ormai strutturata la filiera regionale. Non è quindi solo una questione di riconversione, ma di approvvigionamenti”.

Rischi e opportunità per il prossimo futuro

Sta di fatto che c’è già chi calcola il peso dell’emergenza Covid anche nella parte a monte, quella della produzione, non solo fra le boutique. “Il risultato è un calo del 50% dell’export” dice Salvatore Toma, presidente della sezione Tessile e innovazione di Confindustria. E per un settore che nel 2019 aveva fatto segnare 719 milioni di euro di esportazioni si tratta di un colpo pesante. “La pandemia ha colpito diversamente – fa notare Toma – fra chi ha brand propri c’è chi ha puntato sull’innovazione del prodotto, andando sulle piattaforme online per la vendita diretta ai negozianti. C’è chi invece ha lasciato il personale in cassa integrazione e ha tirato i remi in barca in attesa di tempi migliori. Più confortanti i dati sui façonisti che non si sono mai fermati. Addirittura ora ci sono piccoli segnali di reshoring, ossia di brand che negli ultimi 20 anni avevano delocalizzato all’estero le produzioni e che ora tornano in Italia, scegliendo la Puglia come base. Ci sono diverse griffe tipo Gucci, Armani, Dolce & Gabbana che stanno aumentando le loro produzioni nei laboratori pugliesi. Noi chiediamo alla Regione di fare un cambio di passo, sostenere il più possibile il fenomeno del reshoring, spiegando alle aziende che conviene produrre il made in Italy qui in Puglia. Questa è la sfida che può garantirci una risalita. Dall’altro lato però c’è paura perché molte aziende, quelle che non stanno innovando, hanno temporaneamente chiuso e si reggono solo sulla cassa integrazione Covid. Quando questa finirà nella migliore delle ipotesi un terzo delle aziende del settore sparirà per sempre. Nella peggiore sarà la metà di tutto il tessile a sparire per sempre”.



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