Conte camaleonte Il problema e non la soluzione la sentenza di Andrea Cangini

Conte-camaleonte? “Il problema e non la soluzione”: la sentenza di Andrea Cangini

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Andrea Cangini 26 gennaio 2021

Trumpiano con Trump, obamiano con Biden, sovranista con i sovranisti, europeista con gli europeisti, democristiano con i democristiani… E ancora: prima teorico della rivoluzione, poi epigono della restaurazione; prima remissivo esecutore, poi risoluto accentratore; prima figlio del “popolo”, poi frutto del Palazzo. Ma chi è, davvero, Giuseppe Conte? Quando, alla fine della sua multiforme parabola politica, gli esperti scriveranno una fenomenologia dell’attuale presidente del Consiglio, di certo indugeranno sul suo inarrivabile camaleontismo. Mai visto prima d’ora un uomo politico assumere posizioni così diverse in così poco tempo: un primato assoluto. Un primato, però, che poco ha a che vedere col trasformismo di un Agostino Depetris, e molto con la psicologia di un Vitangelo Moscarda, il protagonista del pirandelliano “Uno, nessuno e centomila”. Non il mascheramento della propria personalità politica con le gabbane più convenienti, ma la naturale conseguenza di una sostanziale assenza di personalità politica. Giuseppe Conte non recita di volta in volta una parte, Giuseppe Conte è la parte che di volta in volta recita.

Due aneddoti minori utili, forse, ad inquadrarne la personalità. A inizio pandemia, nel suo primo messaggio televisivo agli italiani, uno scarmigliato Sergio Mattarella fu protagonista d’un simpatico fuori onda in cui lamentava di non poter andare dal barbiere a causa del lockdown. Nei giorni successivi, citando l’illustre precedente, un cronista domandò al premier come facesse ad avere i capelli sempre in ordine e chi glieli tagliasse. «Me li taglio da solo», rispose Conte. Una bugia, evidentemente. Una bugia gratuita, rivelatrice di una personalità narcisistica capace di dire qualsiasi cosa pur di aderire al contesto del momento.

Spessore diacronico
Notandone l’inclinazione ad usare un italiano «pomposo e solenne», il linguista Massimo Arcangeli ha osservato che il presidente del Consiglio “usa termini che “fanno fino”, ma che a volte finiscono per far sorridere». Se avesse letto il dotto articolo a firma Giuseppe Conte pubblicato dalla raffinata rivista della Fondazione Leonardo “La civiltà delle macchine”, Arcangeli si sarebbe sbellicato: lo studio come «vincastro nella solitudine dell’esistenza», l’Umanesimo come «esigenza critica di ridare spessore diacronico, profondità storico-filologica e fondatezza ecdotica ai testi degli antichi»… Non l’avrà scritto lui, d’accordo. Ma un politico che autorizza la pubblicazione a proprio nome di un testo del genere è capace di tutto pur di essere percepito per quello che non è. Persino di assicurare al capo dello Stato di avere una maggioranza che non ha. Quanto impiegheranno Pd e grillini per capire che Giuseppe Conte non è la soluzione, ma è il problema?

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