Cop26, Fatih Birol: “Cina e India ci sorprenderanno. Taglieranno i gas serra prima del previsto”

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“Non escludo che Cina e India facciano prima di quanto annunciato”. Oggi è il giorno dell’energia alla Cop26 di Glasgow e Fatih Birol, il direttore esecutivo dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), è reduce da una serie di faccia a faccia con le delegazioni dei Paesi che “bruciano” di più.

“Sono appena uscito da un incontro con l’inviato speciale cinese per il clima, Xie Zenhua. Mi ha confermato che la Cina si è impegna a raggiungere la neutralità carbonica nel 2060 e il picco di emissioni di CO2 entro il 2030. Eppure, io spero di vedere il picco delle emissioni cinesi ben prima della fine di questo decennio”.

Direttore Birol, è davvero un traguardo alla porta di Pechino anticipare i tempi?

“Sì, lo è. Perché la Cina sta facendo grandi passi nella direzione della decarbonizzazione: nel settore delle auto elettriche, nelle energie rinnovabili, nell’efficienza energetica, nel nucleare. Tutte mosse per ridurre la CO2 rilasciata in atmosfera. Per questo non sarei sorpreso se vedessi diminuire le emissioni cinesi a ben prima del 2030”.

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L’altro grande Paese in ritardo è l’India che sia concessa fino al 2070 per raggiungere la neutralità carbonica. Qual è la valutazione della Iea in questo caso?

“India e Cina sono Paesi simili in termini di popolazione e dimensioni geografiche, ma con grandi differenze se si guarda all’economia, alla distribuzione del reddito, al tipo di sviluppo industriale. Per tutti questi motivi l’India ha bisogno di più tempo affinché la sua economia diventi carbon neutral. Ma anche nel caso dell’India, mi aspetto che non dovremo attendere davvero il 2070 per vederle tagliare il traguardo net zero. Quel Paese sta facendo grandi progressi nello sviluppo di tecnologie legate all’idrogeno, al fotovoltaico e alle auto elettriche”.

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Come Iea avete pubblicato una roadmap indirizzata ai governi di tutto il mondo su come decarbonizzare il settore energetico. Stanno seguendo i vostri consigli?

“Lo stanno facendo i governi, ma anche tante compagnie energetiche e tanti investitori di tutto il mondo. A essere sinceri, è molto oltre le mie aspettative: quasi ogni giorno riceviamo decine di richieste”.

Stati Uniti ed Unione Europea, stanno cercando di guidare il processo di decarbonizzazione, pressando i grandi inquinatori, Cina, India, Russia, a fare di più. Ma Usa e Ue fanno abbastanza a casa loro?

“Tutti i Paesi potrebbero fare meglio. Ma l’Unione europea è oggettivamente il campione della lotta ai cambiamenti climatici, anche se nel passato recente non ha avuto molti alleati. Gli Stati Uniti sono appena tornati in campo il presidente Biden è determinato ad assumere la guida di questo processo. Non va però dimenticato che se da un lato Usa, Ue, Cina devono lavorare insieme per conservare un Pianeta vivibile per tutti noi, dall’altro sono protagonisti di una durissima competizione per la leadership nelle tecnologie per l’energia pulita, tecnologie che rappresenteranno il prossimo capitolo dell’economia globale”. 

Nelle scorse settimane abbiamo assistito a un energy crunch. È una conseguenza della transizione ecologia?

“La verità è che stiamo assistendo a una ripresa non sostenibile: l’economia globale sta crescendo del 6%, il tasso più alto degli ultimi 50 anni, un boom che si regge tutto sui combustibili fossili. Oggi c’è abbastanza petrolio e gas: se i produttori si fossero comportati in modo responsabile non ci sarebbe stato alcun problema. Invece in Europa i prezzi del gas sono andati alle stelle. Come Iea abbiamo chiesto alla Russia di aumentare le esportazioni verso l’Europa, perché le scorte c’erano. E pochi giorni dopo Mosca ha immesso nei suoi gasdotti il 25% in più di gas naturale. Insomma, il boom dei prezzi di petrolio e gas delle settimane scorse è stato artificiale e non ha niente a che vedere con la transizione ecologica: il problema non è che c’è troppa energia verde, ma che ce n’è troppo poca”.

Dopo il G20 e i primi tre giorni di Cop26 è più ottimista o pessimista?

“Qui da Glasgow stanno arrivando tante buone notizie: dagli accordi più stringenti sul taglio delle emissioni all’aumentato impegno finanziario dei Paesi ricchi per aiutare quelli in via di sviluppo, che non è abbastanza ma rappresenta comunque uno sforzo economico significativo. Sono tutti segnali chiarissimi. Diretti anche a chi finora ha investito in combustibili fossili perché punti sulle energie pulite”.

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